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Una giornata particolare

La corifena o lampuga è una preda ricercata e divertente per le reazioni da acrobata, con i suoi salti oltre la superficie e le fughe repentine. E’ inoltre apprezzata per la sua carne bianca e delicata, delizia di molti buongustai

Una Giornata ParticolareLanfranco mi aveva invitato già tre volte a pescare nel mare dell’Argentario con il suo splendido e comodissimo fisherman americano e nell’ottobre del 2011 mi aveva fatto combattere con successo il mio primo tonno gigante, in sedia e con attrezzatura da 30 lb, imbarcato dopo un’ora e 25′ di tira e molla.
La mia pesca negli ultimi 25 anni era stata a dentici e ricciole nel mare di Lampedusa: fino a metà degli anni novanta con un gozzo sorrentino di 7 metri, tutto mogano e teak; poi con Samarcanda una magnifica pilotina di otto metri e mezzo del cantiere Cosnava di Anzio, acquistata con un collega giornalista in un circolo velico di Fiumicino dove era stata abbandonata da anni e che io e Claudio (da allora “il socio”) riportammo a nuovo in tre mesi, “più bella e più radiosa che pria”. Dopo una dozzina d’anni di battute di pesca più allargate di quanto non ci aveva consentito il gozzetto – Secca di Levante, Lampione, Linosa – il nostro sodalizio alieutico si interrompeva per l’abbandono di Lampedusa da parte del socio, con conseguente alienazione di Samarcanda. A cui seguiva un periodo grigio, di pesca da terra, purtroppo non più redditizia come un tempo.
Quest’anno, però, pensione e barca nuova: Khotan, un’open fishing machine prodotta in Italia, tra la Sicilia ed il Basso Lazio, di sapore e consistenza americani; l’ultimo nato della Honda da 250 hp per gli spostamenti ed un 20 hp per trainare, soprattutto al lentissimo moto dell’esca viva. E posso, finalmente, ricambiare gli inviti di Lanfranco, al quale spiego che le Pelagie sono diventate difficili per la pesca, che le circuizioni di quella a cenciolo man mano ed a decine di tonnellate per volta hanno messo in crisi gli stock e la taglia delle ricciole e che ora tratteniamo pesci che fino a dieci anni prima avremmo liberato.
Una premessa che non scoraggia Lanfranco, che infatti arriva ai primi di settembre per una settimana alieutica, maestrale e scirocco permettendo.

Due venti che in questa estate si cedono frequentemente il testimone, impedendo le spedizioni di pesca più ambiziose.E’ così che questa mattina, dopo aver “fatto aguglie” e dopo aver preso un dentice ed una ricciola a Ponente, fuori il Picco delle Corna, decidiamo di trasferirci sul lato Sud dell’isola, più riparato da un maestrale che rende se non pericolosa, sicuramente assai faticosa la pescata.
Pino, il pescatore che ci accompagna ed al quale da quando ho casa e barca a Lampedusa – vent’anni- ho affidato le rispettive chiavi, propone di tentare la sorte allo “sperone” un salto batimetrico di dieci metri, tra i 30 ed i 40, leggermente a sud/est del porto: un posto che non frequento più da anni e che mi suscita ricordi dei tempi d’oro, quando dentici e ricciole si facevano a monel e Rapala.

Una Giornata ParticolareLe aguglie rimaste nella vasca del vivo non sono molte e propongo a Lanfranco di usare una sola canna a cui alternarci, la mia piccola stand-up Penn 6/12 lb, modello Med Tuna, equipaggiata con il più piccolo dei rotanti Avet, caricato con trecciato da trenta libbre e terminale wind-on in fluorocarbon soft del 52, mentre gli ami sono i sottili jaguar seriola, del 2/0 il trainante e del 4/0 il pescante; una montatura leggera che forse spiega la preferenza delle mangiate: l’aguglia si muove meglio ed il terminale è meno visibile.
Lo “sperone” ci premia, nonostante il traffico di barche che portano turisti solo sul lato meridionale dell’isola, causa maestrale, con un bel dentice tra i 3 ed i 4 kg ed una ricciola, non poi tanto piccola.
Quando la canna parte per la terza volta tocca a me il recupero. Ferro con vigore e la fuga del pesce è lunga e potente e tra me e me penso ad una ricciola da almeno 20 chili: l’Avet, ben calibrato su uno strike da 10 libbre, cede infatti più di cento metri, forse 120 o 130. Quando il pesce accenna a fermarsi provo a saggiarne la reattività recuperando filo, agevolato anche da una pronta retromarcia di Lanfranco.

Non mi fido a toccare la frizione e sono concentratissimo a valutare la forza del pesce, quando in lontananza vedo saltarne uno fuori dall’acqua, “guardate! – esclamo – laggiù salta un’aguglia imperiale.”, ma Lanfranco obietta “non è un’aguglia imperiale, è uno spada e credo sia attaccato alla tua lenza!”. Il pesce salta altre cinque o sei volte, come un missile lanciato da un sottomarino: l’acqua esplode sotto di lui, quando salta fuori e quando vi ricade. Brivido, quando una lancia passa tra me ed il pesce che salta oltre di essa: io abbasso la canna fino all’acqua ed il piombo guardiano consente al filo una pancia che lo salva dall’elica dell’invidioso pescatore che la guida.
I minuti passano ed ora il pesce non salta più e si fa avvicinare. So che in vista della barca ripartirà una o due volte e non stringo ancora la frizione, pompando in maniera più ampia, ma più lenta. Lo imbarchiamo con il raffio dopo 18 minuti di combattimento. Le gambe mi tremano un po’, ma ci dobbiamo portare a prua, fuori dalla portata della sua spada: uno di quei fendenti potrebbe tagliare un’arteria femorale o comunque fare del male vero, ma è solo il gel coat della barca a pagare pegno in qualche punto.
Il mio primo spada, a sessantatre anni; difficile che possa capitarmene un altro. Foto, complimenti reciproci, e Pino che lo pulisce, trovandogli in pancia altre due aguglie, lo stima tra i 25 ed i 30kg. Una cattura che vale la stagione, il sacrificio dell’acquisto di Khotan ed un servizio fotografico nella cucina/galleria di casa mia a Lampedusa, insieme ad una vita di ricordi di mare e di pesca.


Post scriptum.
Ho un solo rammarico oggi che, scrivendone, ancora mi emoziono: non avergli ridato la libertà dopo una foto.

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