Lampedusa c’era una volta il mare

Lampedusa: più vicine all’Africa che all’Italia, più a Sud di Malta, le due isole, anzi l’isola e lo scoglio, sono oggi meta di un turismo che ha nell’attività subacquea la sua proposta migliore e più suggestiva.

Lampione: il classico scoglio in mezzo al mare. La terra più vicina è a 12 miglia di distanza, ma è Lampedusa, solo un’isola, e per di più di piccole dimensioni. La terraferma – quella vera, l’Africa – è lontana più di sessanta miglia, come dire che Lampione è il corrispondente mediterraneo del famoso ago nel pagliaio: nient’altro che uno scoglio circondato da mare, mare e soltanto mare. Un isolotto che vede sì e no qualche barca di pescatori e forse, a voler proprio esagerare, una cinquantina di subacquei in un anno.

E si vede. Un tuffo nell’acqua, e improvvisamente il caos del mondo esterno svanisce. In mezzo alle bolle d’aria il sipario si apre su decine di saraghi che, serenamente, pascolano sulle rocce del fondo ad una ventina di metri di profondità; ad un paio di metri di distanta il subacqueo, sconcertato dalla loro tranquillità, si volta e si scopre per una volta lui stesso al centro dell’attenzione: per una volta oggetto, anziché soggetto, di occhiate curiose ed accurate da parte di un gruppo di carangidi. Saranno duecento, probabilmente molti di più; passano e ripassano intorno a noi senza fretta e per nulla intimoriti. Il carosello continua per una decina di minuti; poi, soddisfatta la curiosità, il banco si fa da parte per ammettere allo spettacolo una coppia di grossi pesci. Sono solo l’avanguardia delle migliaia di grandi lecce che, a giugno, si raduneranno in queste acque per riprodursi. Più aristocratiche ed altezzose, le lecce non mostrano per la nostra presenza la stessa eccitazione dei più piccoli carangidi e, dopo pochi istanti, riprendono il loro misterioso cammino. In un attimo ci ritroviamo soli: alle nostre spalle, indifferenti, i saraghi proseguono il loro pasto. Continuiamo a scendere. L’acqua, qui come in tutta questa parte del Mediterraneo, è irrealmente limpida e trasparente; la luce del caldo sole africano riesce a penetrarla fino in profondità. Roberto ed io ci scambiamo un’occhiata: anche lui ha la stessa sensazione di essere osservato. Ci voltiamo e… scopriamo il branco di carangidi, in formazione compatta dietro alle nostre pinne, che con mille colpi di coda simultanei accelera e ci … investe: hanno continuato a seguirci per tutta l’immersione, ed ora che hanno riguadagnato il nostro interesse, ricominciano il loro carosello.

Pare di essersi tuffati da una specie di capsula del tempo, e di essersi immersi nel Mediterraneo che fu una volta: pesci, pesci e ancora pesci. Amichevoli e curiosi, e nonschizofrenici e terrorizzati come capita di vederne lungo quasi tutte le nostre coste. Anche a pochissimi metri di profondità, siamo avvolti nella serenità della rara immagine di un branco di saraghi che pascolano in mezzo ai cuscini arancione di Astroides che rivestono, gonfi e compatti, tutta la sconfinata parete nord fino in superficie. Lampione è senz’altro un’isola fortunata e purtroppo unica nel nostro mare, preservata intatta grazie alla sua distanza da terra ma, soprattutto, grazie al limpido mare africano che è sempre pronto a gonfiarsi nel giro di poche ore, e che quindi scoraggia i più ad avvicinarsi.

Lo stesso mare circonda Lampedusa, racchiudendo segreti molto simili a quelli dello scoglio Lampione. Infatti, sebbene molto più accessibile e quindi molto più frequentata, Lampedusa è senz’altro figlia dello stesso mare, benché molto diversa nella morfologia. La caratteristica dell’isola è di avere due versanti completamente diversi tra loro: basso sul mare quello meridionale, precipite, fatto di pareti a picco e strapiombi quello settentrionale. Il versante meridionale è completamente riparato da tutti i venti da Maestrale a Grecale e offre comodi ormeggi su fondali poco profondi e coperti di alghe. Uscendo dal porto e dirigendosi verso Ovest, si incontrano un paio di bellissime spiagge quasi invisibili dal mare perché incassate all’interno di strette insenature. Più avanti si incontra la celeberrima Spiaggia dei Conigli, un posto che nella realtà è forse più bello di quanto ci si possa aspettare. Purtroppo nei mesi estivi la spiaggia è presa d’assalto dai bagnanti, divenendo più simile ad un tratto di riviera romagnola che al piccolo paradiso dei mesi primaverili, quando le tartarughe vengono dal mare a deporre le uova.

Anche il tratto ad est del porto offre alcuni punti molto adatti alla balneazione e all’ormeggio, come il tratto delle “Grottacce” e la Cala Francese. Proseguendo si doppia Punta Sottile, la punta più meridionale d’Europa. Di qui si entra in un ampio tratto di costa molto ben protetto dai venti occidentali. Siamo in una delle zone più belle dell’isola e lo dimostrano i vari villaggi turistici costruiti sulla costa. Questo ampio golfo è chiuso a nord da Capo Grecale. Durante la nostra prima immersione nelle acque del capo, il mare ci ha mandato incontro due fra i suoi abitanti più strani. Una grossa murena si immobilizza fuori della tana appena ci scorge arrivare: spera di passare inosservata, ma quando si vede scoperta schizza via veloce verso il suo rifugio. La ritroveremo in risalita, la grossa bocca spalancata all’ingresso del nascondiglio, che ci osserva diffidente, mentre veniamo “sorpassati” da un grosso trigone che nuota in acqua libera…

Sono molti gli incantesimi del mare di Lampedusa, spesso legati a momenti, ad attimi; come è accaduto allorquando, nei meandri del “Grottino di Michele”, voltandoci verso l’imboccatura, al nostro sguardo abbiamo visto rispondere quello di una grossa cernia: tratteniamo il fiato più a lungo possibile per non spaventarla e lei rimane lì ferma, indecisa. Poi le bolle d’aria rumorose che escono dagli erogatori spezzano l’incantesimo: con una codata, uno schiocco sonoro, la cernia si volta e sparisce definitivamente lungo la parete esterna. Ci troviamo nei pressi di Taccio Vecchio, proprio al centro della costa settentrionale dell’isola. Come abbiamo già detto da Capo Grecale a Baia di Ponente la falesia è continua, senza una spiaggia, spesso senza un punto dove poter scendere a terra, se si fa eccezione per alcune estese piattaforme rocciose che talvolta dal piede della parete ne interrompono la corsa. Nonostante ciò, la batimetria non è eccessivamente alta, dunque è possibile trovare buoni ormeggi quasi ovunque senza essere costretti a filare a mare decine e decine di metri di catena. Piccole insenature e grotte, divertenti da esplorare con maschera e pinne, si insinuano spesso nella roccia.

Per il resto dei nostri giorni lampedusani il tempo non sarà clemente anche se il mare, nelle poche immersioni che gli strapperemo più con le unghie che con il suo consenso, sarà generoso con noi: un mare tanto limpido e pescoso quanto nervoso ed irascibile, sempre pronto a salire quando meno te lo aspetti. “Piscidduzzo”, il nostro pescatore, è attaccato alla ruota del timone. E’ concentrato e molto teso: sbircia fuori della cabina dove, aggrappati in qualche modo, siamo rinchiusi – uno sopra l’altro – al riparo dalle onde e dal vento. L’acqua che scola dalla mia muta sta inzuppando il pagliolo, ma a tutto stiamo pensando tranne che a queste poche gocce: il mare, là fuori, ci sta rovesciando addosso delle vere montagne d’acqua. Il vecchio peschereccio affronta con coraggio le onde che si succedono ripide. Pare impossibile come il mare, in questa zona, riesca a crescere in pochissimo tempo; ma avevamo deciso di immergerci per un’ultima volta a Capo Grecale per ritrovare la murena del primo giorno. Piscidduzzo dovrebbe esserci abituato – sia al mare che alla nostra testardaggine – ed invece guarda fuori e suda freddo: non lo dice, naturalmente, ma non è difficile capire cosa pensi di noi e delle nostre “fissazioni” per il mare …

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