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A sud del Mistral

Una crociera alle isole d’Hyeres, che fronteggiano la costa di Provenza, visitando l’oasi di Port Cros dove dal 1963 sono protette la flora, la fauna e le acque circostanti.

Il profumo arriva all’improvviso, quando le isole sono ancora lontane, davanti al bompresso. L’odore della macchia mediterranea è più intenso man mano che ci avviciniamo. Il “Weatherbird” avanza a motore in calma di vento, aspettando anche la più leggera brezza per issare le vele e continuare la navigazione in silenzio. Questa goletta del 1931, riportata agli antichi splendori ultimamente, rende la crociera più affascinante, immergendoci in un’atmosfera vecchio stile, contornati dal legno e dall’ottone tirato a lucido. Nostra destinazione sono le isole davanti a Hyères, in Provenza, e più precisamente Port-Cros e il suo parco nazionale. Ci attira l’idea di visitare una delle oasi marine più famose del Mediterraneo, in un parco istituito già nel 1963, primo fra tutti in Europa. Le ragioni che agli inizi degli anni ’60 portarono all’istituzione di un santuario del mare erano principalmente quelle di salvaguardare un’isola intatta, mettendola al riparo da abusi edilizi, e proteggere la flora e la fauna (l’isola è di passaggio per gli uccelli migratori). E insieme ai 690 ettari, si misero al riparo anche 1800 ettari di mare che circondavano l’isola. A differenza di quello che avviene a casa nostra con Montecristo, isola vietata in tutto e per tutto, Port-Cros porta avanti da decenni una politica di apertura ai visitatori che, rispettando le regole del parco, visitano a decine di migliaia ogni anno i suoi sentieri naturalistici e i fondali marini.

La navigazione è cominciata a Saint Tropez e, in assenza di vento, abbiamo raggiunto le isole. Evidentemente il famoso “Mistral” per questa volta ci ha graziato. Si dice che quando da queste parti soffia non lo faccia molto delicatamente. Ne approfittiamo per goderci lo spettacolo dell’isola di Levante che ci sfila a sinistra, coperta dalla verdissima macchia mediterranea. Qua e là derive e piccole barche a vela riescono a muoversi lentamente in una bava di vento.

L’isola di Port-Cros si affaccia subito dopo, più piccola e poco più alta. Dirigiamo verso la parte occidentale, dove si apre la rada con il villaggio. Illuminata dal sole pomeridiano, l’insenatura appare ingombra di barche, la maggioranza a vela, alla ruota. Sullo sfondo, dominata da due vecchi forti, la sottile linea del paesino si protende tra il verde e il blu. Ancoriamo abbastanza in fuori, come le notevoli dimensioni del “Weatherbird” ci obbligano, e subito andiamo col gommone a terra. La piazzetta allo sbarco è il centro del paese. All’ombra delle palme si affacciano qualche ristorante, un centro di immersioni e un ufficio informazioni, dove ci consegnano le notizie sul parco, le regole da seguire e le informazioni portuali: con barche lunghe meno di quindici metri si può attraccare alle banchine, che contano 75 posti, o a una delle 15 boe; c’è una tariffa da pagare che con il passare dei giorni lievita, in modo da assicurare un ricambio; l’acqua è limitata a 20 litri per barca al giorno; c’è un bagno pubblico ma niente docce; non c’è elettricità e non c’è carburante; la capitaneria non accetta prenotazioni per il posto in porto. E questo è tutto riguardo al porto.

Poi ci sono le regole per la navigazione: la velocità è limitata a 12 nodi entro i limiti del Parco Nazionale, che sono di 600 metri dalla costa, e di 5 nodi entro il limite dei 300 metri; l’ancoraggio è vietato nelle zone segnate sulla carta fornita dall’ufficio e si raccomanda, nei limiti del possibile, di ancorare sui fondali sabbiosi. E infine la regolamentazione della pesca: quella subacquea è vietata; la raccolta dei ricci di mare è vietata da maggio ad agosto; non si può utilizzare o anche tenere a bordo che un certo numero di lenze, nasse o altri attrezzi; c’è una taglia minima da rispettare per ogni pesce.

Troppe restrizioni? Qui sull’isola pensano sia il minimo indispensabile per il rispetto dell’ambiente. E hanno ragione, visto che la natura è in ottima forma e il turismo registra 100.000 visitatori e 11.000 barche di passaggio all’anno. Il protezionismo sembra dunque un buon affare. Chissà che non se ne accorgano anche sulle nostre isole minori.

Dal piazzale partono diversi sentieri che si snodano nella fitta vegetazione e portano a visitare i forti o le varie insenature, in un intreccio di mirto, leccio, ginepro, corbezzolo, lentisco, che assicurano un alternarsi di profumi ormai sempre più rari. Con l’aiuto di un piccolo quaderno illustrato cerchiamo di riconoscere alcune delle 350 specie vegetali presenti sull’isola. Si sale all’ombra degli alti pini d’Aleppo e delle folte leccete tra il fitto sottobosco e dall’alto si susseguono panorami mozzafiato. Qualche barca è ormeggiata nelle rade pittoresche, contornate dal verde e dominate da vecchie torri. Il mare sembra cristallo.

Nei giorni successivi ci immergiamo in quelle acque, per ritrovare un Mediterraneo che avevamo dimenticato. Le cernie nuotano a rispettosa distanza ma abbondano ovunque. Grandi saraghi e occhiate e branchi di salpe si muovono tranquilli sul fondale, che alterna alle praterie di posidonie scogli e pareti ricoperte di gorgonie rosse. Interessantissimo il relitto di una chiatta tra la rada di Port-Cros e l’isolotto di Bagaud. Come ci si avvicina, esce dalle fessure una famiglia di gronghi che, incuriositi e in cerca di qualche boccone portato appositamente dai sub, ti puntano e ti girano intorno. Alcuni sono lunghi due metri e in un primo momento incutono un certo timore. Poi, realizzata la mancanza di pericolo, si prende familiarità e si può perfino toccarli, accarezzandoli.

Grandi distese di posidonia contornano le isole e possono essere considerate una campanella d’allarme di inquinamento: la loro piena salute è indice di acqua limpida e pulita. La trasparenza dell’acqua che abbiamo trovato durante le immersioni è notevole e permette anche a chi non si immerge con maschera e pinne di godere degli spettacolosi fondali, utilizzando il Seascope, un battello speciale per l’osservazione subacquea all’asciutto. Port-Cros in definitiva non offre che natura: vivere per qualche giorno a contatto con paesaggi incontaminati dal cemento e dalle automobili, con fondali ricchi di colori e con una vegetazione rigogliosa, dal profumo mediterraneo. Non c’è nient’altro. Se si cercano la confusione, i locali notturni, le spiagge, i bar e i ristoranti, conviene rimanere in Costa Azzurra.

Al momento del ritorno, in rotta per Antibes sotto un bel vento che ci spinge al lasco, passata l’isola di Levante viene a giocare sotto la prua un branco di grampi. Saltano fuori tra larghi spruzzi, mostrando il dorso rigato di bianco che li contraddistingue. Stanno con noi una decina di minuti poi, con un ultimo balzo, si immergono e virano velocemente a destra. Li vediamo scorrere via sul lato di dritta, e ritornare alla loro area protetta, dove il pesce è abbondante. Un polmone salutare per il mare della zona. Speriamo di vederne sorgere presto altri anche lungo le nostre coste, altrettanto ben gestiti ed efficienti.

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