Le stelle e i marinai

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

LE STELLE E I MARINAI

Alfredo Amato

L’appuntamento è per le 9 al porto del Circeo.

Sono già in barca quando li vedo arrivare, Ebi, Silke, Gesa e i loro tre figli, tutti tedeschi biondi, veri Deutsch: sono i miei vecchi amici appassionati di navigazione e naturalmente anche delle nostre bellissime isole.

Siamo, ai nostri pronti a salpare, quando Ebi mi chiede: “oggi zi va a Ponza jà!”. È un bel motoscafo di trenta piedi la barca a cui faccio rullare i motori prima di prendere il largo. Il mare è blu, con qualche schiuma bianca e delle onde, non altissime, ma, insomma, salto su un’onda, su di un’altra ma la terza ci prende in pieno, col suo getto di acqua fredda, con velocità e furbizia abbasso la testa e…. splash, i Deutsch completamente bagnati, girandomi scoppio a ridere, la scena è veramente comica, forse non è il caso di continuare la traversata oggi, dico.

Ebil, lui, mi guarda, con lo sguardo stupito e bagnato dalla testa in giù, dice: Alfredo non avere paura, mio grande zogno da zempre è andare Ponza jà, ogni volta io essere in Italia jà.

Amo il mare, anche quando è bizzarro, loro lo sanno, i miei compagni d’avventura, e allora via al galoppo, si vola sulle onde con qualche doccia di troppo fino a Ponza.

Il solito vecchio Maestro si quieta, calma piatta, sole e mare blu, ora ridiamo guardandoci l’un l’altro cercando una parte del corpo non bagnata: i piedi, forse?

L’isola di accoglie con le barche che navigano con le vele multicolori e il paesaggio vestito a festa come un saluto.

Avanziamo sopra un’acqua chiara, ferma, trasparente, dove tutto è sorprendentemente calmo e immobile; molte barche si muovono senza rumore come in un sogno, siamo rapiti da tutto ciò che vediamo: i costoni corrosi, solcati dal vento invernale e dal mare in tempesta, i verdi campi coltivati dai vecchi contadini rimasti legati all’amata terra, i sali e scendi delle ripide strade nel lato più alto dell’isola, dove si scorge la terraferma e le altre isole vicine: Palmarola da un lato e Zannone dall’altro e quando la tramontana tira, dietro appare Ventotene.

C’è da capirlo perché Ebi e il resto della famiglia amino tanto questo luogo, le insenature sembrano dipinte e ci guidano portandoci diretti con la prua vicini vicini a piccole romantiche spiaggette dove bivacchiamo come dei Robinson Crusoe, al sole, liberi.

Nel freddo inverno del nord Europa, quando ci ritroviamo per festeggiare il Santo Natale e fuori la neve cade imbiancando tutto al suo passaggio, ci capita di rivedere le foto dell’estate trascorsa in barca e le mille avventure vissute, allorché ci scateniamo con tanta allegria e fragorose risate, ricordandoci ancora il sapore forte dell’acqua salata.

Ci avviciniamo al porto avanzando lentamente, coperti di sale essiccato sulla pelle per i troppi bagni ed il lungo tempo trascorso in mare.

Con tanta voglia di sapori dolci da averne l’acquolina in bocca, ci addentriamo nell’isola, se ben ricordo c’è nel paese una famosa pasticceria napoletana che ha loro descritto con minuziosa attenzione.

Il calore della strada immersa nelle case bianche dell’isola scalda i nostri piedi “marini” fino all’agognato arrivo.

Che spettacolo per gli occhi e che incredibile goduria assaporare babà enormi, pastiera napoletana, sfogliatelle napoletane, torte di ogni tipo, cioccolata, ecc. ecc.. Ci avventiamo come barbari affamati di conquiste fino all’ultimo dolce; sazi e felice ce ne andiamo con delle grandi pance al seguito.

Il sole è giunto al tramonto dipingendo l’isola d’oro e pirati i suoi abitanti.

Mentre noi riprendiamo il mare per tornare alla nostra casa sulla costa.

Che ora è questa? L’ora antica dei grandi navigatori, quando il mare ormai sazio, stanco dell’intero giorno si congiunge a quest’ora, fondendosi con il cielo.

L’acqua ha il colore in questi momenti dei rari pesci tropicali, sfumati d’argento e corallo.

Andiamo attratti dalla Terra sicuri come calamite attratte dal polo; le stelle ora ci guidano e illuminano il nostro cammino insieme alle fioche luci delle case lontane.

Tutto ad un tratto un rumore sordo risveglia l’attenzione: trak, trak e la barca rallenta l’andatura senza nessun motivo apparente, controllo la strumentazione tutto ok, giri ok, poi il motore di dritta improvvisamente comincia a perdere potenza, tento di riprenderlo, piego inclinandomi a sinistra, tolgo e ridò il gas, nulla! perde e poi sbuff si ferma – porca miseria! – allora tolgo il gas rimanendo al minimo con l’altro motore.

È buio pesto adesso e siamo a circa 12 miglia dalla costa, vedo le facce pallide degli altri, preoccupati, salto a poppa mettendo il viso in acqua, controllo l’elica, perfetta, risalgo al posto di pilotaggio, giro la chiave tentando di accendere il motore e …. – porcaccia miseria! – si spegne anche l’altro: un maledetto contatto elettrico? Ora i visi non sono più soltanto pallidi ma terrorizzati, gli occhi sbarrati vorrebbero parlarmi supplicandomi; mentre scatto con rapidità nel vano motori, controllo minuziosamente ogni cosa come da manuale ma so di non essere un meccanico esperto.

Ora sono al posto di pilotaggio, tutt’intorno mi guardano, allora i miei occhi assumono un’espressione talmente rassicurante e dolce, che non ho certamente mai avuta, in risposta ai loro pensieri, emanando saggezza.

È notte nel mare, galleggiamo liberi, soli, senza alcun fruscio rumore, con solo un leggero vento, ma ancora troppo lontani dalla costa, dalla salvezza.

Milioni di stelle lucenti ci coprono la testa illuminando la barca di un bianco splendente, irreale; alzo gli occhi al cielo a guardarle: che spettacolo suggestivo soprannaturale infinito. Allora mi rivolgo ad una di esse; la più grande la più luminosa dicendo: non puoi abbandonarmi così, in balia del mare qua in mezzo al buoi, persi, naufraghi nella notte.

Improvvisamente in risposta ai miei pensieri, sento il cuore aprirsi come a cercare energia dal cielo, alzo il braccio destro per indicare l’infinito stellato, pi d’improvviso giro la chiave del motore e … magia, wroom, riparte; silenzio a bordo, rivolgo lo sguardo al cielo ancora una volta prima di… E sento un calore, un fuoco, una strana energia invadermi la mente, il corpo; allora tento, d’impulso giro la chiave del motore destro e… contatto! miracolo! miracolo! riparte!

Un urlo all’unisono squarcia il silenzio della notte, un grido di felicità vola verso l’alto, nell’universo, strizzo un occhio ammiccando al cielo stellato; mentre Ebi, Gesa e gli altri mi sommergono di baci e abbracci, gridando evviva il nostro Capitano, il più grande, il magico, evviva!

Mezz’ora è passata e la barca è ormeggiata serena, dormiente nel porto.

È festa per noi, si brinda e si danza per tutta la notte alla luce lunare, inneggiando alle amiche stelle.

L’indomani, Ebi, io ed il meccanico esperto al seguito andiamo a controllare il motore con problemi: lui prima lo guarda, lo tocca, poi tenta di accenderlo e …. niente, riprova e nulla, allora scende sotto nel vano, passa un pò di tempo e risale con il viso mesto, triste e sentenzia: il motore destro non gira, ho provato in tutte le maniere, ho tentato ma niente, quindi è quanto meno fuso.

Allora comincio a raccontargli quanto è accaduto nella notte, il motore che si era bloccato, non ripartiva, l’altro si è spento, il mare profondo, il buio, le stelle ed io che parlavo con loro affascinato, rapito…. l’energia come un brivido e poi…. magia sì! La magia e via veloci fino al porto, salvi; “bloccato e ripartito? tu che parlavi con le stelle e poi subito dopo è andato? bè ragazzi, io ho da fare, devo andare adesso, balbettando mi mi dispi dispiace, guardandomi con gli occhi da pazzo, sbalordito allucinato, ciao ciao”. Io e Ebi siamo scoppiati in una lunga sonora risata, vedendo il meccanico allontanarsi a folle velocità senza mai voltarsi indietro.

Bè le stelle che scherzi fanno alcune volte per i marinai.

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