La pilotina autocostruita

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LA PILOTINA AUTOCOSTRUITA

di Andrea Navone

Tutto è nato, grazie, o per colpa vostra; e sì perché un giorno leggendo la vostra rivista “Nautica” fui colpito da un articolo dell’ingegner Paolo Lodigiani che descriveva l’autocostruzione di una deriva di 4 metri.

Appresi, inoltre, che esisteva un catalogo della Demco Kit, che aveva selezionato progetti di natanti a vela ed alcuni a motore che, almeno in apparenza, sembravano relativamente semplici da realizzare.

Premetto che all’epoca ero proprietario di un gommone di m 4,40 e che mi sarebbe piaciuto passare ad una misura maggiore; e allora che fare?

Sia io che mio padre e mia sorella Paola, quest’ultima skipper provetta, abbiamo una passione sfrenata per il mare e per le imbarcazioni, e dopo un consulto familiare decidemmo di acquistare il progetto di un natante a motore, il “Surf Scoter”, natante semidislocante di 22 piedi che teoricamente, con un motore di 40 HP, avrebbe fornito discrete prestazioni.

Non vi dico lo scetticismo generalizzato quando annunciai la decisione di voler realizzare un natante di quasi 7 metri; il migliore complimento che ricevetti fu quello di “utopista”.

Il progetto prevedeva come materiale di costruzione il compensato marino incollato, e qui nasceva il primo problema perché avremmo preferito un materiale più rapido da assemblare. Ci orientammo con un materiale “non facile” ma sicuramente più veloce, l’ “alluminio marino” saldato e aprimmo il “cantiere nautico Navone” (che è il mio cognome) nel dicembre del ’96.

Nel tempo libero, ci precipitavamo nel locale che avevamo a disposizione (la cascina di mio nonno), e seguendo abbastanza fedelmente il progetto, l’imbarcazione prendeva forma.

Era nostra intenzione (visto la linea molto classica del Surf Scoter) realizzare un natante originale, impreziosito con legno e con interni confortevoli per due persone; in effetti all’interno dell’imbarcazione abbiamo ricavato la classica cuccetta a V, bagno separato, un fornello a due fuochi di fianco alla timoneria e numerosi stipetti.

All’esterno il consueto prendisole a prua, a poppa un pozzetto abbastanza ampio, viste le dimensioni dell’imbarcazione, ideale per chi pesca o fa immersioni.

Per quanto riguarda la cuscineria interna (tendine comprese) ed esterna, il problema è stato brillantemente risolto da Annalisa (la mia fidanzata) e da sua mamma; non vi dico gli studi approfonditi che sono stati fatti in collaborazione con mia mamma per la scelta dei tessuti e dei colori, ovviamente “spiando” le imbarcazioni nei porti.

L’alluminio è un materiale che non è soggetto alle corrosioni come l’acciaio, ma ha comunque bisogno di una protezione; abbiamo quindi utilizzato primer epossidici dopo aver carteggiato e sgrassato le lamiere e gli scatolati, ed infine stuccato con stucchi epossidici le numerose imperfezioni delle lamiere, però con risultati non soddisfacenti; d’altra parte come si può capire che l’imbarcazione è autocostruita se non presenta qualche piccolo difetto?

Contro le correnti galvaniche che possono danneggiare l’alluminio abbiamo utilizzato degli anodi sacrificali (zinchi) che sono stati applicati nella parte immersa, nella speranza che possano essere sufficienti per la protezione dello scafo.

I mesi passavano e “Naiade” (il nome che le abbiamo dato) diventava sempre di più una realtà non solo un disegno su un foglio di carta. La speranza di poterla varare prima dell’estate sfumò rapidamente, perché la mole di lavoro era notevole, e ovviamente non volevamo aiuto da nessuno (esclusi tendaggi e cuscineria), gelosi della nostra creatura.

Il giorno del varo finalmente arrivò nel mese di ottobre 1997; eravamo incerti sul dove, ed infine optammo su un luogo molto tranquillo e precisamente il lago di Viverone, dove le acque erano sempre calme e quindi avevamo la possibilità di provare con tranquillità “Naiade”.

Certo, la paura che qualcosa potesse andare storto, o più precisamente a “fondo” c’era, ma tutto andò per il meglio, e quindi dopo una piccola festicciola, finalmente ci godemmo la nostra barca.

Ora non mi ritrovo solo con un’imbarcazione ma anche con un bellissimo murales, perché mentre si costruiva “Naiade”, Annalisa, appassionata di pittura, dipingeva su una delle pareti bianche del “cantiere nautico Navone”. All’inizio ero costretto a trascinarla, ma poi non è stato più necessario perché presa dalla vena artistica.

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