Mi sono fatto la barca

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MI SONO FATTO LA BARCA

Walter Florio – Porto Azzurro (LI)

Questo racconto si riferisce a fatti accaduti circa 10 anni fa, quando per le barche con motore oltre 25 cv la legge diveniva particolarmente oppressiva ed esigeva la patente nautica.

Una cosa mi accomuna al mio buon amico Paolo Villaggio: entrambi siamo nati all’ombra della Lanterna, a Genova; ma un’altra cosa ancora mi accomuna al suo personaggio più conosciuto, cioè Fantozzi.

Da quando, alcuni anni fa, decisi di farmi la barca, ho vissuto nella realtà le situazioni paradossali, da perfetto imbranato, che l’hanno reso famoso in tanti suoi film di successo.

Mi trovavo all’isola d’Elba dove possiedo una casa sul mare, a Porto Azzurro e capitò che un giorno vidi lui, non Villaggio, ma il motoscafino oggetto di questo dolenti note: lui se ne stava sornione sulla sua invasatura nel reparto “barche usate” di un noto concessionario a Portoferraio. Sembrava che fosse stato messo lì per stregarmi, forse si era stancato di rimanere a terra, in disarmo, aveva nostalgia del delicato fruscio del mare sullo scafo in un gioioso rincorrersi delle onde dalla prua alla poppa (per la precisione: m 3,90 in tutto).

“È un Solcio – mi precisò con compiacimento l’addetto alle vendite e il tono mi fece comprendere che si trattava di una buona barca. Adesso c’è sopra un motore da 40 cavalli ma, se vuole, ne mettiamo uno nuovo da 25”. Una breve pausa poi: “forse sarebbe meglio”.

Non so bene il motivo ma un impulso di improvvisa megalomania, forse troppo a lungo repressa, mi fece rispondere con decisione, proprio alla Fantozzi: “No, no, lasci pure questo da 40 cavalli”.

La prima avvisaglia di ciò che mi aspettava in futuro la ebbi al momento di concludere l’acquisto, in direzione: “Lei ha la patente, no?” – “La patente?” – “Sì, la patente nautica. Capirà, con un motore da 40 cavalli ci vuole la patente”. Naturalmente non l’avevo ma per nessuna ragione al mondo volevo tirarmi indietro; vuol dire che avrei preso la patente. In fondo, che ci vuole?

“E naturalmente – continuò il direttore delle vendite, con una nota di sottile perfidia – la barca dovrà essere immatricolata presso la Capitaneria di Porto. Con un motore come il suo, è d’obbligo la targa”. Anche la targa! Ma cosa stavo comprando? Una motovedetta? Una nave traghetto? Detti ancora un’occhiata al barchino che stavano spostando dalla vetrina per essere revisionato; la vista mi rinfrancò: non aveva l’aria pericolosa, sembrava del tutto innocuo. Bene, mi dissi, presto avremmo potuto solcare insieme il mare aperto. Presto? Mah.

Per prima cosa mi iscrissi ad un corso di nautica presso una scuola di Portoferraio; tutto il periodo delle ferie lo spesi sopra i libri nutrendomi di espressioni e vocaboli completamente nuovi come “declinazione magnetica, linea lossodromica, scarrocciamento, rilevamento magnetico”, tanto per citare quelli che maggiormente mi sono rimasti impressi nella memoria, da anni disabituata a trattenere nozioni scolastiche.

Il giorno dell’esame presso la Capitaneria mi trovai improvvisamente a rivestire i panni dell’altro personaggio villaggesco, Fracchia: la lingua mi si era impastata, salivazione zero, mi si erano intrecciate le dita e al posto di tutto ciò che avevo studiato si era creato un terrificante vuoto; comunque farfugliai qualche cosa cercando di risolvere al meglio i quesiti che via via mi venivano proposti, adoperando soltanto il buon senso, quello di cui sicuramente erano ben dotati i vecchi marinai di una volta; nello stesso modo mi comportai nelle prove pratiche cosicché, alla fine, sia pure per il rotto della cuffia, riuscii a passare l’esame.

Trionfante, sventolando la patente nuova di zecca e il libretto nautico mi ripresentai al cantiere per prendere possesso della mia barca. Ma non era ancora finita. Con un altro “piccolo” esborso di denaro dovetti fornire il motoscafo di tutte le dotazioni di sicurezza previste dai regolamenti nautici per le imbarcazioni da diporto a motore e cioè: un salvagente con cima di 30 metri, 4 cinture di salvataggio, un ancorotto con cima di 25 metri, 2 remi, un mezzomarinaio, un estintore, due fuochi a mano a luce rossa e una bussola.

Le operazioni del varo richiesero più tempo del previsto perché qualcosa si inceppò negli ingranaggi del potente argano cui era appesa la barca che quindi dondolava in aria quasi non volesse saperne di scendere in acqua ed era pericolosamente inclinata in avanti con la prua. Dio, mio, stavo assistendo ad un varo o ad un naufragio? Qualcuno provvide a raddrizzarla e a farla scendere dolcemente in acqua accanto alle scalette del molo.

Con passo deciso salii a bordo e con piglio autoritario, proprio alla Fantozzi, mi misi ai comandi, pronto a salpare. Mare piatto, visibilità buona, vento a regime di brezza: condizioni ottimali per una buona navigazione. Iniziai a operare rivolgendo la mia attenzione al motore e poi ai suoi stramaledetti 40 cavalli. Al primo tentativo del tiro della funicella per la messa in moto, venni catapultato all’indietro finendo miseramente sul fondo della barca; al secondo strappo, per poco rischiai di slogarmi un braccio; al terzo tentativo… scese a bordo un marinaio che aveva assistito alle mie manovre e con un piccolo movimento del braccio, senza alcuna apparente fatica, mise subito in moto.

Rassicurato dal regolare battito del motore in folle, mi accinsi, con un gesto deciso sulla leva di comando, a prendere il largo: avanti adagio, come mi era stato insegnato, poi… dannazione, la barca si era staccata dal molo ma non aveva nessuna voglia di proseguire. Cosa era successo? Nell’eccitazione del momento, mi ero semplicemente dimenticato di staccare le cime che erano state opportunamente annodate ad una robusta catena lungo il molo. Queste adesso erano tremendamente tese come fossero due grossi elastici pronti a scattarmi sul viso come proiettili. Mi affrettai allora ad inserire la leva all’indietro e a riaccostarmi al molo dove provvidi a liberare le cime. Meno male che quest’ultima operazione si era svolta senza testimoni così, senza vergogna, potei prendere il largo senza altri intoppi. Avanti tutta, navigazione a vista e “bordezando, bordezando”, come avrebbe detto Gilberto Covi, arrivai trionfante a Porto Azzurro. Oddio, tanto trionfante non potrei dirlo perché lì nella rada, a quasi 50 metri dalla riva, mi aspettava al varco un bel gavitello rosso con un piccolo anello alla sua sommità; dopo innumerevoli tentativi – si trattava di accostarsi al gavitello e di agguantarlo infilando prontamente il mezzomarinaio al suo anello – riuscii ad assicurare la barca alla boa, spensi il motore e… a questo punto fui assalito dall’angoscia: come avrei fatto a raggiungere la riva dal momento che ero vestito di tutto punto da… alto ufficiale della Marina fuori ordinanza? Di buttarmi in acqua neanche a parlarne. Mi armai di santa pazienza e attesi, sconsolato, che qualche anima buona mi venisse in soccorso.

Nel frattempo cominciò a piovere, ma stranamente soltanto dove mi trovavo io: si trattava della ben nota nuvola fantozziana. Io facevo cenni disperati alle persone che, al sole, stavano passeggiando sul lungomare e queste rispondevano gentilmente, forse anche un pò meravigliate, a quello che scambiavano per un saluto da parte di un estraneo.

Alla fine, dopo una buona mezz’ora passata sotto la pioggia fitta, un pescatore captò i miei segnali, capì al volo la situazione e mi venne a prendere. Ero uno straccio, nel vero senso della parola. La mia prima giornata da “marinaio” volgeva al termine ma sapevo che altre terrificanti giornate mi attendevano al varco.

Si dice giustamente che per capire la piega degli avvenimenti sia sufficiente osservarne gli inizi. Bene, questo fu il mio esordio da uomo di mare e lascio quindi immaginare ai lettori il seguito.

Sta di fatto che adesso sulla barca Solcio con motore da 40 cavalli spicca un bel cartello con la scritta “VENDESI”.

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