Una Polinesia non turistica

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UNA POLINESIA NON TURISTICA

di Bruno Roversi

Partire da Panama per arrivare alle Marchesi con una barca a vela da crociera è una impresa discretamente impegnativa, perché bisogna navigare per quasi 4.000 miglia. Significa, avendo la fortuna di beccare vento costante, navigare giorno e notte per più di un mese. Per questo i velisti fanno tappa alle Galapagos, 800 miglia da Panama. In questo tratto di oceano è facile trovare piatte interminabili (Balboa, il primo europeo che attraversò l’istmo, naturalmente a piedi, vedendo l’oceano esclamò: “è pacifico”). Raramente si possono trovare venti forti che permettono di approdare in quattro o cinque giorni, aiutati da una corrente costante, all’arcipelago posto a cavallo dell’equatore. Le Galapagos sono brulle, con poche alture all’interno, appartenenti all’Ecuador a cui sono collegate con un aeroporto. Il turismo è contingentato perché l’eccessivo afflusso, proveniente da tutto il mondo, rischia di rovinarle. La prima volta che sono arrivato a Santa Cruz, capitale delle isole e porto di entrata, nel 1994, le foche salivano sulle barche dei pescatori locali in rada.

Il maschio che se ne impadroniva abbaiava tutta la notte per difendere la sua posizione dagli altri animali. I pescatori li facevano sloggiare battendo le mani quando dovevano uscire. Dopo due anni, in occasione del viaggio che sto descrivendo, ho notato che le acque della rada non sono più frequentate dalle foche; l’inquinamento da carburanti le ha fatte allontanare. Per vederle bisogna andare nei pressi di un isolotto distante un paio di miglia, la Loberia (in spagnolo Lobo è la foca) dove nuotano a centinaia. Giunti in barca a S. Cruz, bisogna pagare una discreta somma di dollari per poter rimanere all’ancora nella rada, per un periodo da prefissare. Poi non si può salpare l’ancora fino al giorno in cui si lascia l’arcipelago. Si possono visitare le altre isole con barche locali a motore, accompagnati da guide autorizzate. Non occorre che descriva questo paradiso per naturalisti, ormai celebre in tutto il mondo, dopo gli studi di Darwin. Ovviamente, vale la pena di fermarsi per almeno una settimana; fosse solo per l’emozione di nuotare tra branchi di foche, dove i piccoli vengono vicino quasi a sfiorarti; poi arriva il capo branco e ti allontani prudentemente; vedere le tartarughe giganti, pesanti oltre il quintale; se è la stagione adatta, osservare le testuggini che arrivano a centinaia a deporre le uova nelle bianchissime sabbie della “tortuga bay”. C’è la possibilità di fare acqua dolce e gasolio accostando la barca a un piccolo pontile fissato a una parete rocciosa alta qualche metro, da dove un inglese residente da anni a S. Cruz, passa una manichetta per l’acqua e ti fa portare in barca le taniche di gasolio. Sotto la sua direzione lavorano dei meccanici locali, tutti delle Galapagos, che arrivano in barca con grossi scarponi, nonostante il clima decisamente equatoriale, le mani unte di grasso, ma comunque sanno fare il loro mestiere.

La tappa successiva è la più lunga in assoluto del giro del mondo passando per gli stretti: 3.060 miglia senza isole dai 24 ai 28 giorni circa di navigazione, a seconda delle condizioni meteo e della velocità della barca, per arrivare nella Polinesia francese: l’arcipelago delle Marchesi, una quindicina di isole messe su una linea NW-SE. Esatto opposto delle Galapagos, che sono brulle e con poche colline, le Marchesi sono isole vulcaniche completamente montuose con cime appuntite (tipo Dolomiti), che spesso superano i mille metri, ricoperte da foreste tropicali. Brevissimi i tratti di spiaggia tra una vallata e l’altra. Le coste sono scoscese, alte, senza porti. Poche le banchine di ormeggio per le rare navi che scaricano merci per gli indigeni e scarsi gruppi di turisti.

Il fascino delle Marchesi è la natura selvaggia e i suoi abitanti, di razza polinesiana e perciò di grossa stazza, rudi, bruschi ma schietti. Erano selvaggi e bellicosi. Si sa che l’ultima cerimonia religiosa in cui si praticava il cannibalismo è avvenuta nel 1927. Era chiamata la cerimonia del “maiale lungo” (il cadavere del nemico). Gli antichi velieri non accostavano a quelle isole.

Ora ogni villaggio ha la sua chiesa cattolica e la domenica è piena di fedeli che cantano inni religiosi nella loro lingua. A Nuku Hiva, una delle più grandi, c’è un piccolo aeroporto dove arrivano, da Tahiti, i turisti, coraggiosi per imbarcarsi su piccoli bimotori a elica che hanno la sagoma di un autobus con le ali.

Arrivati a Nuku-Hiva si butta l’ancora in rada e si atterra col tender. Si cammina in montagna, su strade quasi sempre fangose. Si possono prendere i taxi locali, che sono dei grossi fuoristrada. I piovaschi tropicali sono violenti, ma durano solo mezz’ora e l’acqua è calda, non occorre togliersi la t-shirt, si asciuga dopo pochi minuti di sole cocente, salvo poi ribagnarsi al prossimo breve diluvio. Dalle montagne verdi scendono innumerevoli cascate e fare il pieno delle taniche con acqua dolce è facile e gratuito. Basta poi portarle a bordo col tender. Visitiamo un’abitazione che, come le altre, consiste in una gettata di cemento e in pali che sostengono un grande tetto: la suddivisione delle stanze è ottenuta con teli colorati. I Marchesani sono però attrezzatissimi: ogni isola è fornita di generatori e molti posseggono un videotape per vedere film in cassetta, una radio per ricevere i programmi da una emittente locale che trasmette notizie ai circa 7.000 abitanti dell’arcipelago e grandi freezer dove ho visto con i miei occhi una capra, una di quelle selvatiche cacciate tra le montagne, congelata tutta intera, solo scuoiata. I Marchesani sono stati gli unici polinesiani che hanno accettato entusiasti le capre e i cavalli importati, che si sono riprodotti velocemente data l’abbondanza di cibo e si sono inselvatichiti. Lo sport preferito infatti è la caccia alla capra e le corse sfrenate dei giovani lungo le brevi spiagge, montando a pelo i cavalli che hanno saputo domare. Ora non è difficile trovare nelle valli interne branchi di bellissimi cavalli selvaggi.

Non ci sono ristoranti ma una signora ci invita a pranzo a casa sua: spezzatino di capra, cotto nel latte di cocco assieme a eccellenti tuberi a me sconosciuti. Chiediamo di pagare il conto, ma il capo famiglia ci chiede in cambio pallottole, calibro 22. Io, stupito, rispondo che non abbiamo pallottole a bordo della barca. Lui risponde che non è possibile si faccia il giro del mondo senza armi; ci guarda con espressione incredula. Accetta comunque denaro e ci spiega che il governo francese contingenta le pallottole (non più di cinquanta all’anno per ogni cacciatore). Il giorno dopo salpiamo per Ua-Pou e andiamo a visitare i vecchi templi, che sono una sorta di altare largo anche 40 mq, dove solitamente troneggia un Tiki, un’orrida divinità di pietra. Ai suoi piedi un sasso incavato: il posto dove la vittima sacrificale poneva il capo. Tutto questo emana un fascino particolare, forse è il fascino della Polinesia diversa, dura, remota, ma vera: la Polinesia dei polinesiani.

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