Una tragedia sfiorata

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

UNA TRAGEDIA SFIORATA

di Paolo Salvatore Mura

Abito a Porto Torres: una bella cittadina sul mare, con una costa ricca di spiagge e spiaggette, scogli ed insenature allietate dai colori mutevoli di un mare azzurro e verde secondo il colore del cielo.

Quell’anno erano venuti a trascorrere le ferie in Sardegna, dei miei parenti che vivevano in continente già da diversi anni.

Ho subito deciso di fargli provare il piacere di fare un giretto con la mia barchetta, lungo la costa.

Ci demmo appuntamento alla spiaggia dello Scoglio Lungo e, con un po’ d’attenzione, riuscii a farli salire tutti a bordo, compresi maschere, pinne, salvagenti asciugamani, secchielli, borse, panini, bibite, palloni, macchine fotografiche, ombrelloni, senza che capovolgessero la barca.

Eravamo in sette: io e mio figlio a poppa, due adulti ed un bambino nel sedile centrale, mia moglie ed una bambina a prua. Una giornata senza vento, mare calmo, senza pericolo. Velocità: passo d’uomo. Unica mia preoccupazione: guardare avanti per evitare di investire qualche bagnante privo di segnali, allontanatosi un po’ troppo dalla riva.

Navigavamo ad una cinquantina di metri da terra. Tutti sapevamo nuotare. Il sole e la fresca aria di mare che ci accarezzavano in quell’azzurro, il dondolio della barca, lo sciacquio dell’acqua ed il silenzio del luogo non disturbato dal fruscio del motore al minimo, erano molto piacevoli. Mio figlio di cinque anni, come al solito, dietro mia richiesta, mi aiutava a guidare la barca: teneva la mano sulla barra del timone, accelerava un tantino se il motore accennava a spegnersi, e si sentiva importante. Gli adulti ammiravano le trasparenze ed i colori del mare, la scia dell’elica, le alte scogliere della nostra costa, le barche che incrociavamo, grondanti di gitanti festanti e sognanti abbronzature favolose da esibire alla fine delle ferie.

Avremmo voluto gettare un’ancora e stare lì, cullati dalle onde; ma i bambini, per i loro giochi, preferivano la sabbia e l’acqua bassa. Ci dirigemmo allora ad una spiaggetta incastonata fra le alte scogliere, ed accessibile solo dal mare. Una spiaggetta che pensavo di trovare deserta e tutta per noi. C’era invece una coppia con due bambini avidi d’amicizia, che dopo cinque minuti, giocavano con i nostri come se fossero vecchi compagni di giochi.

Mentre gli adulti stavano a bagno e al sole, al sole e a bagno, intenti a parlare di cibi squisiti, di vermentino, di ravioli all’arancio, di seadas, di porcetto arrosto, di zuppa di pesce fresco che come la cucino io te ne lecchi le ditta, e che i figli rimasti a casa erano il primogenito ragioniere, la seconda, maestrina d’asilo ed il terzo insegnante elementare e che io con la quinta elementare li campo tutti, e via discorrendo, i pargoli tuffavano e rituffavano, s’inseguivano correndo all’impazzata sulla spiaggia, rovesciando l’ombrellone, scagliandosi secchiellate d’acqua e saltando dalla spiaggia alla barca e dalla barca alla spiaggia in un vortice di risate, di grida e di piacevoli spruzzi.

Approssimatasi l’ora di pranzo, risalimmo in barca e ritornammo alla spiaggia dello Scoglio Lungo ove sbarcarono gli ospiti e mia moglie. Io e mio figlio rimanemmo a bordo per condurre la barca in porto, all’ormeggio.

Feci sedere Luigi a prua per equilibrare il carico e favorire la planata.

Salutati col braccio levato parenti e conoscenti di spiaggia e, accertata l’assenza di bagnanti lungo la rotta prevista, partimmo freschi, salati, felici e abbronzati.

A ottanta metri dalla spiaggia accelerai al massimo per planare, e mi ritrovai in mare, con la barca senza pilota lanciata a tutta velocità verso i massi della scogliera, e con mio figlio di 5 anni a bordo!

Fortunatamente, dopo soli quindici metri il motore si girò e la barca, come impazzita, cominciò a ruotare su se stessa. Il bambino a prua si lamentava: babbo ho paura! Io dovevo fermare la barca. Inizialmente, pensai di sincronizzarmi col moto vorticoso della barca e di raggiungerla con due bracciate subito dopo essere stato sfiorato dal motore. Ma valutai che se avessi fallito l’aggancio, l’elica mi avrebbe tranciato. Mi tranquillizzai pensando che ormai il pericolo maggiore era passato, la benzina si sarebbe consumata, e tutto, seppure dopo qualche ora, sarebbe finito. Ma Luigi continuava a straziarmi con la sua vocina: babbo ho paura! Allora ogni volta che il bambino mi passava velocemente davanti cominciai a ripetergli, alternativamente e con voce calma e tranquillizzante: spegni il motore, e calca il pulsante, e..spegni il motore, e calca il pulsante. A un certo punto il bambino cominciò, carponi, a dirigersi verso poppa, arrivò al motore, abbassò l’acceleratore e pigiò il pulsante. La barca si fermò.

Io rimasi a nuotare, commosso e a bocca aperta perché non avevo suggerito, e non potevo suggerire in quei pochi istanti che il bambino mi passava davanti, di abbassare l’acceleratore prima di pigiare il pulsante. E quella era una mossa importante, perché se non l’avesse fatta, il motore, per forza d’inerzia, sarebbe ripartito. Il bambino aveva imparato la lezione, e l’ha messa in pratica al momento giusto, pure in una situazione di stress.

Nel frattempo, dalla spiaggia, mia moglie, gli amici ed alcuni bagnanti avevano osservato la scena con apprensione. I più solerti presero una grossa barca a remi, e vennero a prestarci soccorso. Presero in braccio Luigi che, ancora emozionato, disse al soccorritore: ho salvato mio padre!

Il racconto potrebbe finire qui, ma mi pare utile precisare anche, che sono caduto in mare perché non avevo dato peso ad una decina di litri d’acqua che i cari pargoletti avevano scodellato sulla barca durante i loro giochi. Al momento dell’accelerata, l’acqua si è spostata repentinamente da una parte, facendo sbandare la barca e facendomi perdere l’equilibrio, favorita dal fatto che io ero tenuto soltanto alla barra del motore che si è sollevata.

Mi fa piacere ricordare anche che l’avventura si è conclusa bene grazie ad una buona fetta di fortuna che mi aveva tappato le orecchie allorquando sedicenti intenditori mi avevano suggerito di rendere più dura la rotazione del motore per rendere meno faticosa la guida della barca; e grazie alla mia convinzione secondo la quale, con un bambino sveglio in barca, non si è soli, e che pertanto è bene suscitare nei piccoli compagni d’avventura interesse per le manovre di bordo, seppure con finte richieste d’aiuto.

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