Mango Bay Cafe’

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

MANGO BAY CAFE’

di Giorgio Biuso

Nove del mattino, cielo coperto, pioggia sottile. Le barche e le bandiere sono finalmente immobili. Da una settimana una bassa sul Centro Atlantico e una depressione maggiore sul Golfo del Messico alimentano gli Alisei di nord-est. Trascinano velocemente un campionario di nuvole: cumulonembi, strati, altrostati, alternati a cirri e a cumuli bianchi torreggianti. La pioggia, adesso leggera e sottile, all’alba arrivava a tratti violenta, preceduta da un colpo di vento. L’indifferenza con cui questi uomini intorno a me subiscono, mi fa pensare che è la regola. Non voglio fare domande, ognuno di loro è un vecchio lupo di mare, ha attraversato l’oceano più volte e cerca di guadagnare qualche migliaio di franchi portando fuori, al largo, gente pallida e intimorita sotto vele schioccanti.

E’ il primo giorno di tregua dell’aliseo. Ho raggiunto questo tavolo al Mango bay café, la grande tettoia mi ripara dalla pioggia e posso, senza strizzare le palpebre, guardare la marina che mi sta davanti in tutta la sua bellezza. Due lunghe banchine zeppe di barche e tanti catamarani. Troppi. Non ho niente contro questi strani velieri, mi sto convincendo però che possono corrompere la gioia d’andare per mare.

Sono quasi venti i turisti che, davanti a me, vengono caricati sulla piattaforma centrale piazzata sui due lunghi e affusolati scafi. Al centro un tavolo, lungo otto o nove metri, sostiene frutta e bottiglie di rhum. Torneranno a sera bruciacchiati e ubriachi, alcuni, all’entrata del porto, cominciano a ballare goffamente al suono di una lacerante beguine. Credo che abbiano uno sconto per questa esibizione. Infatti, una piccola folla, i disgraziati di domani, li attende e sorride vedendo tanta allegria. Il timoniere giovane, alto, abbronzato, ha i lunghi capelli biondi annodati dietro la nuca. Chissà dove troverà il tempo per curarli così bene.

Devo ammettere che per avere successo l’apparenza è fondamentale. Ma a contraddire questa mia idea c’è, più in là, uno meno giovane, basso, gracile, quasi calvo, gli ultimi capelli di un giallo trasparente, ebbene quello riesce a fare sempre il pieno. Quel tipo di catamarani possono caricare anche cinquanta persone, non l’ho mai visto con meno di quaranta. Mi interessava il segreto del suo successo. La risposta di Franco è stata breve: “Droga”.

Franco non è arrivato, con la sua barca, dalle Capo Verde. Alto, castano, ravennate, “bello-ma-perché-non-ha-fatto-l’attore”. Uscendo per via, accanto a lui, noto un continuo accendersi di desideri femminili. Occhiate languide, di traverso, sopra gli occhiali scuri. Lui passa a testa alta, gli occhi azzurri perduti verso le colline. Dietro, nella sua ombra la piccola Silvana. I lineamenti minuti di lei, quando si parla di cibo, si animano, fino a diventare seducenti. In mezz’ora ha insegnato, all’amico che mi ospita, come si fa il pane. Lillo ha deciso di vivere in barca navigando tra le isole sottovento per tre anni e nelle Granadine non si panifica. Quel poco pane che trovi te lo fanno pagare a peso d’oro. Al mio amico Lillo devo le dieci luminose miglia di navigazione in poppa dalla baia di Port de France fino a “le Diamant” e le indimenticabili andature di bolina stretta fino a “le Marin”. Due ore di riposo e lieta conversazione e tre ore di dura lotta con mare incrociato, vento di prua a 35 nodi e uno stretto corridoio, tra due “reef”, per bolinare.

Franco ha lavorato a bordo da noi per due giorni; c’erano complicazioni elettroniche e mentre lui, con miracolosi contorcimenti, adattava il suo corpo muscoloso ai meandri della sentina, Silvana ci raccontava dei viaggi e dei loro ospiti. Si era affrettata a informarci che lo facevano per divertimento e non solo per soldi. Quando le ho chiesto come faceva la spesa, “Consumiamo così poco…” è stata la risposta che ha concluso la nostra conversazione.

Si è smentita la sera, quando a cena, proprio qui accanto, seduti a un lungo tavolo del “Mango bay café” si era piazzata davanti all’enorme piatto appena posato davanti a lei. Osservavo, estasiato, le piccole dita muoversi veloci sulle valve delle “mule” e sui gusci trasparenti dei grandi gamberi. Buona salute emiliana, ottimo appetito.

Simpatici e onesti non se ne trovano più tanti come loro.

Sono lontano cinquemila miglia e non mi sento fuori. Ogni venti minuti odo la lingua di casa. Romani, milanesi, toscani, pugliesi tutti allegri e su di giri. Sono anni che girano per le Isole e non hanno voglia di tornare. Li capisco.

Sono arrivato qui depresso, ho lavorato un anno intero nella mia città. E’ sempre più difficile. Ho bisogno di riposo e di sfogarmi un po’.

Qui l’argomento politica è tabù ma, se uno insiste, viene fuori una rabbia stagionata. Avevo cercato di provocarli: “La molla che vi ha spinto qui non può essere solo questo incanto, ci sono luoghi incantati anche da noi”. La risposta me l’ha data Claudio: “Lavoravo a Milano e un giorno non ce l’ho fatta più. Non sopportavo l’atmosfera. Quell’atmosfera di attesa, di perplessità, di sfiducia, di delusione. Mi sentivo costretto a stare fermo, all’inattività. Si rimandava tutto al giorno dopo. Avevamo qualche risparmio, abbiamo comprato questa barca e siamo venuti via”. Non soddisfatto del mio silenzio, mi incalzava: “Hai notato che il nostro è l’unico paese in cui la borsa sale quando il governo è in crisi?” Ho risposto che non me ne ero accorto e mi sembrava una battuta. Lui insisteva, voleva farmi vedere i ritagli di giornali che ha conservato. L’ho fermato non volevo turbare l’incanto della sera.

Eravamo ancorati in fondo all’insenatura vicino al ventaglio delle banchine. L’ampio pozzetto della sua barca era confortevole e ci cullava. La moglie, Valeria, sottocoperta, in ascolto alla radio. Parlavano i suoi amici lontani. Cautamente avevo cercato di portare la conversazione sul lavoro. “Ce n’è?”. Claudio con un sospiro: “Non abbonda davvero”. Non ci credo, forse non vogliono concorrenti. Vent’anni fa sono stato qui e gli skipper lavoravano sei mesi e negli altri sei non riuscivano a spendere il denaro guadagnato. Ma è cambiata la gente che viene qui in vacanza. Ecco il perché del successo dei catamarani. Basta con le manovre sotto vela, gli spruzzi d’acqua salata, con il sole che brucia e le onde che ti scrollano. Una bella piattaforma solida e stabile, un tavolo colmo di frutta e di bottiglie di rhum, una musica assordante come a casa, in discoteca, che ti schiaccia la paura del vento e delle onde. Questo vuole la gente oggi.

Gente? Chi sono, da dove vengono? Sbarcano a centinaia da grandi aerei, da enormi navi e non hanno nessuna voglia di bagnarsi, di essere sballottati, di dormire male in anguste cuccette e mangiare quando si può. Anche se si tratta delle tagliatelle fatte a mano da Silvana, della famosa zuppa di fagioli di Valeria o dei rigatoni al pesto di Paolo. Sono un po’ deluso.

Mi piacciono questi skipper italiani, improbabili, sedicenti avventurieri, questi appassionati marinai, epigoni incompresi della vecchia marineria, ultimi innamorati delle emozioni che Melville, Conrad e Stevenson con i loro racconti ci hanno tramandato.

La mia pena non è per loro, anche se hanno un difficile futuro, il destino lo sentono promettente, pieno di speranza. Mi dolgo per quelli che scelgono il catamarano, il corruttore, la piattaforma cittadina, il comfort nella finta avventura.

Moderni turisti scattate pure le vostre foto, sorridete stupidamente passando accanto ai velieri alla fonda, salutate con la manina i veri skipper che vi guardano come padri delusi, diventate i figli perduti, ubriacatevi invece di aprire i polmoni all’aria pulita dell’oceano, al largo.

Di nuovo nella mia città, in fila nel traffico, vedo le vostre facce nelle auto accanto, e al contrario di voi sorrido perché nell’attesa chiudo gli occhi e rivedo Lillo, al timone tra gli spruzzi d’acqua salata.

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