Un’equipe odontoiatrica dall’Italia ai Caraibi

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

UN’EQUIPE ODONTOIATRICA DALL’ITALIA AI CARAIBI

18 dicembre 2000

Finalmente ci siamo, ecco qualcosa di concreto, ecco Point a Pitre con le casette di legno a un piano ed il colorato tetto di lamiera, con le bellissime antilliane che ancheggiano, lo sguardo però serio e concentrato sull’asfalto della via ed ancora altre, meno giovani e più rotondeggianti, che portano gioiosamente a spasso cappelli a larga tesa ed ombrelli colorati, buoni più per il sole che per la pioggia. Ecco finalmente i Caraibi, sia pur civilizzatissimi e molto “francesi”, aggettivo questo che potrebbe essere ben pronunziato tirando su il naso ed arrotando la erre per il “blasé” di questi luoghi. Mesi di preparazione cominciano finalmente a concretizzarsi. A Malpensa, domenica mattina: naturalmente piove e fa freddo. Cristina ed io trasciniamo l’ingombrante attrezzatura al check-in; oltre che ingombrante è anche pesante. troppo. Dobbiamo con dispiacere abbandonare 12 chilogrammi di farmaci; per gli ultimi due, la deliziosa ragazza dell’accettazione chiude un occhio ed apre le labbra in un sorriso… 82 chilogrammi andati!

Salutiamo gli amici che ci hanno accompagnato fin qui ed andiamo a stivarci anche noi su di un bimotore che, a Parigi, diventa quadrimotore e ci porta in nove ore non esattamente confortevoli al di là dell’oceano.

I suoni e gli odori sono quelli dei Caraibi, non c’è dubbio. Litighiamo subito con il tassista che poi si consolerà con il piccolo capitale estortoci. Chiamo Massimo con il VHF portatile; risponde subito, si scherza sul butta la pasta che arriviamo. ma, scherzi a parte, il comandante ci aspetta con un sostanzioso ti-punch di rhum e frutta seguito da un gradito spezzatino alla creola; piove a tratti ma non è grave; si parla subito della missione, delle 800 miglia che ci separano da Haiti, delle notizie follemente contraddittorie raccolte in giro, delle condizioni climatiche che non sembrano essere le più favorevoli per la traversata; naturalmente il morale è altissimo, si vorrebbe partire all’istante ma naturalmente non si può e bisognerà aspettare un paio di giorni prima di ultimare i preparativi. Il marina “Base du fort” con i suoi servizi e negozi potrebbe essere in Costa Azzurra dove non sfigurerebbe affatto: c’è tutto, compresa la fissazione, tutta francese, di aver trovato una via nazionale alla pizza. Qualche grosso scarafaggio si aggira per i bagni, ma non sulle banchine, il che fa sperare di non ritrovarselo poi a bordo a spassarsela fra le riserve alimentari. Le barche dei giramondo sono fuori alla fonda, pur nel prezzo contenuto dell’ormeggio; si sa che i velisti giramondo soldi da spendere non ne hanno mai troppi, e infatti, il loro padre morale, Bernard Moitessier, è stato buon maestro di risparmio. I gestori del marina dando inconsueto esempio di comprensione, hanno disattivato le serrature a codice dei bagni, consentendone quindi il libero accesso; hanno inoltre messo in opera un pontile adatto al gratuito ormeggio dei tender e servito d’acqua dolce. Fra barche adibite al charter e quelle dei navigatori abbienti il marina è, in ogni caso, pieno. Ci s’intrattiene volentieri a chiacchierare con chi s’incontra casualmente sui moli; è facile che ci scappi un invito per l’aperitivo o per la cena, creando i presupposti per il dilatarsi a dismisura di quel periodo d’attesa prima della partenza, in cui ci s’illanguidisce in queste amicizie, sì occasionali, ma non per questo meno vere.

L’incontro con gli italiani residenti all’estero è sempre all’insegna della fratellanza, l’argomento d’obbligo gli obbrobri politici della patria lontana… non facciamo eccezione neanche noi, e trascorriamo la serata nella casa di una simpatica coppia di cuneesi con i loro vocianti ed insonni neonati.

Come tradizione, scrosci violentissimi di pioggia si alternano a cielo limpido e sole accecante; nonostante l’umidità le cose si asciugano in fretta, compresi coloro sorpresi lontano da un riparo. I locali prendono questi episodi come scherzi di buonissimo gusto e ridono divertiti; noi un po’ meno.

Stiviamo i farmaci e l’attrezzatura sanitaria odontoiatrica mobile senza gran sofferenza per Massimo che riesce a compiere un primo significativo miracolo nel mantenere gradevolmente abitabile la barca, poi si va a piedi verso il mercato per l’approvvigionamento viveri, in ciò snobbando il centro commerciale del marina che, come tradizione vuole, ha prezzi da amatore.

Il mercato c’è ed è anche bello, opulento addirittura, ma sospetto di eccessivo asservimento ai bisogni del turista, tanto da sembrare fin troppo caratteristico. Frutta e verdura locali sono sicuri da contaminazione e, infatti, ne approfittiamo con larghezza; sapori dimenticati ci ricompenseranno della lunga e faticosa scarpinata necessaria per tornare a bordo. Lungo la via ci fermiamo in una specie di rigattiere nautico alla ricerca di cartografia; pezzi apparentemente inservibili di attrezzature dimenticate fanno arredamento sugli scaffali coperti, inoltre, di uno strato di polvere che sembra secolare; troviamo quasi subito una “storica” e parecchio sudicia copia della carta dettagliata di “Ile la Vache”, carta che, in Italia, ci avevano dato per assolutamente introvabile; alla cassa la “maitresse” ci chiede, guardandoci dritti negli occhi, se stiamo andando a cercare il tesoro; se fossimo stati in un film avremmo subito risposto che noi un tesoro lo stavamo portando. ma si sa che nella realtà le battute più giuste ti vengono in mente quando ormai sono fuori tempo massimo, sicché bofonchiamo qualcosa che può significare si, no, forse, non so. La pitonessa ci guarda ancora una volta, ma con l’evidente sospetto di trovarsi di fronte non tre avventurieri induriti nelle bettole dei porti di mezzo mondo ma tre imbecilli sprovveduti, sposta la lunga treccia bionda, posa la sigaretta e chiarissimamente aggiunge “.i tontons macoutes non ci sono più, è vero, ma non tutto è cambiato… state attenti”. Non osiamo chiedere niente sul tesoro e ci allontaniamo pensierosi. A far da coro alla biondona ci si mette il corpo ispettori doganali del marina che alla nostra richiesta di “clearance” per Haiti ci ammonisce dal rischio di trovarsi spogliati di tutto come accaduto a due barche da poco rientrate.

Il Comandante dice che ci meritiamo un giorno di vacanza “al mare” e ci porta alle isole Saint che sono a venti miglia dalla Guadalupa, ci arriviamo attraversando i soliti groppi carichi di pioggia; la cerata è perfettamente stivata chissaddove ed arriviamo inzuppati come brioche nel caffellatte.

Vale la pena, sono quasi il paradiso, girano libere pecore e caprette mentre praticamente non ci sono automobili ed i turisti sono quelli che se la pedalano per le salite come a Porquerolles; viene voglia di fermarsi, aprire un negozio di pasta fresca, gelati o di qualunque cosa si eccella noi italiani e vivere qui. Passiamo il pomeriggio a osservare un pescatore che sta pulendo, con l’arte di un cardiochirurgo, due tonni ed un pescespada; il più piccolo farà, a occhio e croce, una quarantina di chili: tutti tirati su con lenza a mano, senza canna, per non perdere tempo. Come pescatori noi valiamo poco ed allora per gustare del pesce fresco non ci resta che comprarne.

Sull’isolotto delle iguane, poco più di uno scoglio, la civilizzazione comparsa sotto forma di villetta tutti i comfort non ha fatto cambiare opinione alle iguane che si abbronzano in compagnia dei turisti senza dimostrare fastidio per la loro pelle bianca.

La navigazione

Navigare in altura è una cosa a sé stante, un universo nuovo in cui si avvera il sogno di Tolomeo: la terra universocentrica. 11 metri di plastica, legno, alluminio, tela e animalacci vari, dentro e sotto la carena, circondati da un perfetto anello di orizzonte e null’altro.

Navigazione è uno stato dell’anima in cui magari non hai un granché da fare e temi di annoiarti, ma la luce del giorno dura un attimo; pare che non hai ancora finito di lavare le tazze della colazione che c’è da preparare il pranzo, e stai ancora bevendo il caffè che già si parla della cena e, tanto per spezzare, si butta magari giù un the leggero leggero, ma con biscotti, …per la merenda; detto così pare che stai sempre a mangiare: non c’è da preoccuparsi, per qualche ignota magìa, navigando finisci per dimagrire e non poco. Se prendono il vento ed il mare in poppa, le barche rollano, “Cricchi” non fa per nulla eccezione, anzi, interpreta con convinzione la parte.

Soffriamo un po’, vorremmo conservare la dignità, ma non è sempre possibile.

Massimo si accolla, simpaticamente, tutti i servizi comuni; garantiamo, giurando a gran voce, che appena rimessi…

Navigare in un mare di piombo ed un cielo di nuvole grandi e scure, mentre ti aspettavi di tuffarti nei colori di una cocorita.

Navigare è pescare alla traina, quasi per caso, un dorado di una decina di chili, guardarlo meravigliati e decidere, mentre gli rendi la libertà, che non si uccide tanta bellezza se non hai il frigorifero e dovresti buttarlo quasi tutto.

Navigare, con onda corta ed incrociata, tale e quale al Mediterraneo ma alta il triplo, navigare nel proprio passato, negli errori commessi, nelle persone rimaste indietro, sospendere i giudizi, gli obiettivi, le speranze, spezzare il sonno dopo poco per il turno notturno, non riuscire a lavarsi sul serio, condurre la barca fino alla sua destinazione, al suo destino si direbbe con maggior precisione se scrivessimo in spagnolo.

Navigare però non è sognare, è sempre realtà; c’è spazio per tante cose, anche per le storie di Natale.

Il 22 dicembre, nell’appuntamento radio del mattino, DJ, sessantottenne angelo italiano dell’etere, dopo i saluti, chiede al nostro comandante se per caso è in contatto con qualcuno nella zona a largo di Casablanca perché un suo conoscente giornalista gli ha telefonato dicendogli che una barca italiana è nei guai da quelle parti… altro che guai, Il “3C” con Massimo ed Eleonora è incappato in una temibile burrasca da Sud Ovest; dopo aver perso albero ed attrezzatura, ha cominciato a imbarcare acqua e presto l’equipaggio ha dovuto ripiegare sul battello d’emergenza (se ne parla ampiamente a pagina 104 n.d.r.).

Viene anche per noi il giorno di Natale, gli auguri si intrecciano fra noi e la radio; a portare il saluto ai nostri ci pensano DJ e la Valeria che dalla Martinica coordina un celebre radio-network italiano; c’è un poco di amarezza, vorremmo tanto essere insieme ai nostri cari, eppoi abbiamo dimenticato il panettone e lo spumante; festeggiamo con tortellini in brodo e Barbera e il maldimare è ormai ricordo.

L’assemblea dell’equipaggio si riunisce per valutare la situazione e decide all’unanimità, mentre ci si gratta in modo veramente preoccupante, che una sosta a Santo Domingo potrebbe essere opportuna per valutare la situazione di Haiti un po’ più da vicino e farsi una doccia.

Dopo poco meno di sei giorni di navigazione solo e squisitamente a vela, attracchiamo al pontile della dogana, che poi è quello del distributore, del Club nautico di Santo Domingo posto fra Andres e la famosa Boca Chica.

Alziamo bandiera gialla e riceviamo con tutti gli onori una delegazione di: dogana, immigrazione, servizio veterinario, ministero agricoltura, servizio antidroga e marina militare per un totale di otto gentilissimi e sudaticci ispettori compostamente seduti in dinette ad ascoltare il nostro comandante che parla, spiega, racconta barzellette e suda come una bestia. Cristina ed io lo guardiamo veramente ammirati, da fuori, al fresco sotto il tendalino, con una birra gelata in mano, che naturalmente non gli offriamo per non distrarlo.

Boca Chica

L’aria non ha buon odore, sa di spazzatura bruciata e dai canaletti di scolo al bordo della strada viene sentore di fogna.

Strade piene di buche, buche piene di spazzatura; ragazze giovani, troppo giovani, abbracciate a turisti non tanto giovani, con pochi capelli ed occhiali spessi un dito.

L’amore talvolta è cieco, talaltra molto miope; fa un po’ male a vedersi ma il mondo va così e non sono io a dover insegnare come invece dovrebbero andare le cose.

Nei ristoranti deserti e nei loro nomi, capisci che qui dieci anni fa il turismo portava molta lira italiana, ma oggi non va più di moda e le aspettative locali si sono trasformate in degrado che neanche l’allegria della musica e dei domenicani per le vie riesce a nascondere. Il centro della cittadina si è come contratto, abbandonando al loro destino strade ed edifici quasi centrali ora occupati dagli immigrati haitiani che vivono facendo lavori umili o esponendo e forse talvolta vendendo le loro celebri creazioni naif. Non è poi così male, una finta Europa scompare per lasciare spazio all’Africa che, neanche tanto lontana, alberga nei loro cuori e sempre più forte avverti nell’evoluzione della loro musica. Si aprono decine di banchi, coloratissimi, tutti uguali, fatti di quattro assi, una bombola di gas, un fornello, e poco olio scuretto in cui friggere un po’ di tutto; visi neri neri e denti candidi mostrati in grandi sorrisi. I clienti per ora mancano, però magari sabato e domenica dalla capitale vicina i vacanzieri del fine-settimana si riapproprieranno della spiaggia.

Ci sono poi i “Perros” nome che, molto più affettuosamente di quanto faccia la lingua italiana, in ispanico designa i cani. Questi sono probabilmente discendenti di una sola coppia di cagnetti che poi si è diffusa in tutto il Caribe. Sono umilissimi, non abbaiano mai, marroncini a pelo corto, hanno occhi timidi ed orecchie basse, mai invadenti, attenti a schivare i calci e gentili anche con i propri simili, stanno in piccoli branchi nei posti illuminati dove perlopiù dormicchiano; non rompono l’anima anche se ti vedono a tavola, si accontentano, sembra, di quello che trovano nella spazzatura.

Aquile, o forse avvoltoi, veleggiano sulla laguna ed il sole ci scalda, mentre “Cricchi” se ne sta finalmente un po’ ferma e non pare vero di dormire senza doversi puntellare con mani e piedi.

Mettiamo in funzione l’unità odontoiatrica; il pontile che fa da sala d’attesa si riempie in maniera preoccupante. L’equipe chirurgica di bordo si comporta in maniera ineccepibile; neanche un fremito alla comparsa del sangue scuote i miei baldi assistenti. Quando comincio a mettere i punti però vedo che i miei amici bianchi sono bianchi per davvero… In tre giorni di interventi riusciamo a dimostrare che è possibile fare buone cose anche in condizioni anomale; presi dell’entusiasmo ci lanciamo in otturazioni estetiche che sarebbero mica semplici neanche in studio. Tutto bene, il sistema funziona: ad Haiti faremo un buon lavoro e per ora sospendiamo le sedute dichiarando malignamente un guasto alle apparecchiature; il materiale è limitato, non possiamo che fare così.

Haiti però è un problema: raccogliamo informazioni in ogni dove, ascoltiamo preoccupati chi ci parla di barche date alle fiamme, altre depredate di tutto dai pirati, altre scomparse insieme all’equipaggio senza lasciare traccia. Ci raccontano i tassisti domenicani che loro di là per ora non ci vanno a nessun prezzo, della pirateria, del fiorentissimo traffico di stupefacenti, della corruzione e dissoluzione dello Stato.

Un rappresentante diplomatico del consolato italiano a Port au Prince ci racconta al telefono che un giorno è tutto tranquillo, l’indomani copertoni in fiamme bloccano le strade e gli spari risuonano da un angolo all’altro; poi però tutta questa violenza non ci dovrebbe riguardare, dovrebbe essere un diverbio fra fazioni politiche locali che viene affrontato con troppa veemenza.

Viviamo nella schizofrenia della rinuncia e delle possibilità; eleggiamo a centrale operativa il telefono pubblico del Club nautico e vi trascorriamo le ore chiamando chiunque pensiamo possa curarci questo serio disturbo mentale.

Pensiamo a soluzioni alternative, al trasporto via terra, al contrabbando; ma comunque la prendi arrivi di fronte a un ostacolo alto un monte e più.

Poi, è martedì sera, e dobbiamo prendere la clorochina per la profilassi antimalarica, e ragioniamo che se non andiamo più ad Haiti non serve neanche, e così, naturale come bere un ti-punch di rhum e frutta, diciamo che noi, invece, ad Haiti ci andiamo comunque, è per quello che siamo partiti e, cavolo, bisogna anche rischiare qualche cosa di proprio se si vogliono conseguire dei risultati: cercheremo di non essere incoscienti più di un po’, ma comunque andiamo.

Praticamente del Club nautico siamo gli unici utilizzatori, gli unici frequentatori del bar, del telefono in cui profondiamo centinaia di dollari, della spiaggia in cui si apre un unico ombrellone: il nostro; fa eccezione uno strano traffico notturno di pescatori senza pesci in cui non ci immischiamo perché non siamo curiosi ed osserviamo accuratamente la profilassi delle malattie.

Filiamo via di sera, quasi alla chetichella, fedeli alla massima che vuole il tutti contenti quando arrivi e rogna quando parti.

Abbiamo due obiettivi possibili, verso Est Ile la Vache o verso Nord- Ovest Mole Saint Nicholas: il vento da Sud-Est decide per noi, costeggeremo la costa domenicana fin oltre il “Mona passage” quindi parte della costa Nord, allargandoci di almeno sessanta miglia per evitare la Tortuga ed i pirati, poi giù dritti nel “Winword channel” fino a Saint Nicholas. Addio tesoro di Ile la Vache, caro Morgan e i suoi nipoti, ci incontreremo un’altra volta in tempi migliori. Mai provato a navigare su di una barca di 34 piedi appassionata al rollio con onda di 4 metri al traverso? Prima o poi tutto scorre, tutto passa e delle cose belle rimane il ricordo, delle brutte nemmeno quello.

Mole Saint Nicolas

Quando comprai l’unità odontoiatrica mobile non avevo le idee chiare sul che farne né sui veri motivi che mi avevano indotto a una spesa del genere; la guardavo dubbioso, mi veniva da pensare al suo precedente proprietario, visto che per economia, almeno, l’avevo presa di seconda mano.

Chi fosse non lo sapevo, avendola acquistata da un rivenditore, potevo però immaginare come fosse stata utilizzata, probabilmente un dentista abusivo che aveva percorso con essa le strade di città e quartieri andando di casa in casa, guardingo e furtivo, a prestare la propria truffaldina opera.

Passato in tal caso poco nobile e di necessaria redenzione.

Provai più volte, la sera, dopo aver concluso la giornata di lavoro, a far funzionare i vari strumenti che, nonostante il mio scetticismo, si comportavano egregiamente.

Non riuscivo a immaginare, in ogni modo, perché mi fossi sentito tanto ansioso di comprarla.

Chi avrebbe mai detto che, dopo neanche un anno, sarebbe stata il cuore della prima équipe odontoiatrica mai giunta a Mòle Saint Nicolas?

Chi avrebbe mai detto che, ogni mattina alle otto in punto avremmo aperto le valige, tolto i ferri dalla vasca di sterilizzazione, acceso il generatore a benzina, il piccolo ma rumorosissimo compressore ed aperto l’ambulatorio ai pazienti? Aperto, si fa per dire, giacché siamo sistemati nel patio di una casa e quindi abbiamo un tetto in testa, ma non pareti intorno.

La mattina, i curiosi si sprecano, si affollano sulla balaustra commentando e ridendo ad alta voce in un francese di cui non capiamo pressoché nulla; a dire il vero loro non capiscono granché del nostro, di francese, così siamo pari ma ne nascono spassosi equivoci. Quando invitiamo a sputare diciamo “crascè!”, e l’uditorio lo ripete in coro ridendo, poi, se il paziente del momento insiste a non capire, tutti sputano con entusiasmo per far capire meglio. Nel pomeriggio, chi non ha nulla da fare va a farlo evidentemente da qualche altra parte perché, salvo i legittimi occupanti della sala d’attesa, non si vede alcuno spettatore, cosa che ci demoralizza un po’, ci fa sentire attori di teatro che hanno perso il loro pubblico.

Paura non sembra che ce ne sia, interesse tanto, sicché capita anche di dover convivere con assistenti volontari un tantino ingombranti e, frequentemente quanto inutilmente, ricacciati indietro sia pur in modo più buffonesco che bonario. Quando mi sento spostare con decisione da un’attempata e prosperosa signora che evidentemente non riusciva a vedere bene, comincio a urlare accidenti in romanaccio da borgata, conquistandomi, stavolta in maniera definitiva, un minimo di spazio.

Capita, non spesso ma capita, che una chioccia con i pulcini attraversi la veranda; un maialino incuriosito è stato cacciato a pedate e non si è più ripresentato, le capre non sono o non sembrano interessate. Nessuno chiede niente e nessuno ringrazia, si siedono, dicono “nettojage” o “blanchè” come se tutto ciò di cui abbiano bisogno sia di sbiancare dei denti che sembrano lenzuoli passati in candeggina, poi, quando aprono la bocca, come prevedibile, sembra sia passato un tornado. Faccio quello che ritengo giusto fare e nessuno si lamenta di niente o chiede precisazioni e dettagli. Quando ti trovi di fronte a tante persone, il paese fa più o meno 12000 anime, ognuna con parecchie cose da fare, ti trovi di fronte al dilemma sul come operare: portare a termine le terapie necessarie a pochissimi o fare una cosa a ciascuno vedendo più persone possibile?

Nell’assemblea dell’equipaggio si è aperto un dibattito che se avessi lasciato fare sarebbe tuttora vivo ed inconcludente, tanto, come si fa si fa, in un caso del genere si sbaglia. Decido di vedere caso per caso, di agire cioè a caso secondo l’estro del momento e le condizioni d’utilizzo dei materiali e della mia schiena che subisce con disastrose conseguenze le posizioni inusuali legate alle attrezzature “inconsuete”.

I problemi odontoiatrici che incontriamo sono gli stessi che potremmo trovare in Italia nella popolazione giovane-adulta, aggravati però dalla quasi totale assenza d’igiene orale e, naturalmente, dall’assenza di cure odontoiatriche; magari una differenza importante è data dalle particolari carie degli incisivi legate all’abitudine di mordicchiare tocchi di canna da zucchero. Problemi d’odontoiatria dell’anziano invece quasi non ce ne sono, visto che qui, la breve durata della vita limita moltissimo la presenza stessa degli anziani. Tuttavia se avessimo la possibilità di confezionare delle protesi mobili faremmo un lavoro davvero eccellente e con effetti duraturi negli anni; sarà per la prossima volta.

I bambini, naturalmente bellissimi, giocano per le strade in piccole bande e quando cerchiamo di acchiapparli per controllargli i denti scappano come il vento. Trascinati dalle madri spalancano le fauci ridendo; almeno loro di problemi odontoiatrici non ne hanno e degli altri problemi possono, per ora, fregarsene. Indossiamo mascherina e doppi guanti; nel nostro pratico abbigliamento da naviganti sembriamo degli straccioni, mentre i nostri pazienti sfoggiano abiti ricercati, puliti e ben stirati, creandoci lo scrupolo di non sporcargli quello che forse è il loro vestito buono. All’ora del pranzo, la maggior parte degli spettatori si dilegua; il sindaco, meravigliato e dispiaciuto del nostro stacanovismo, viene a farci visita e ci rifornisce di caschi interi di banane che malauguratamente avevamo dimostrato di apprezzare molto il primo giorno.

La sera, quando siamo in relax, immaginiamo, sghignazzando, il nostro ospite che scrive ai suoi superiori per raccontare di noi e magari dice che l’uomo bianco è davvero strano, si veste in maniera trascurata, mangia quasi solo banane, parla un francese orribile, vive in spazi tremendamente angusti e chiede sempre di questo e quello, fotografa ogni stupidaggine come se del mondo non conoscesse alcunché, ha inoltre pessime abitudini, si gratta continuamente, ad esempio, e anziché rispettare gli orari della natura costringe le persone a saltare il pranzo per compiacerlo nelle sue truculente attività terapeutiche. Gli spettatori si lamentano spesso delle zanzare, e noi cosa dovremmo dire?

Scherzi a parte, il sindaco a noi tiene moltissimo e spesso ci trascina a pranzo a casa sua dove, nonostante la raccomandazione di stare leggero coi piatti, ci propone un banchetto da “Idi Amin Dada” che noi, sempre nonostante la nostre stesse raccomandazioni, divoriamo, sempre sorridenti, fino all’ultima briciola.

…l’uomo bianco è vorace come la cavalletta… ci disobblighiamo regalandogli pasta, olio extravergine d’oliva, cassette di musica italiana sdolcinata, approdata non si sa come nella discoteca di bordo e, fortunatamente, ancora non gettata fuori dall’oblò.

La famiglia intera, composta di moglie, sei figlie e due collaboratrici domestiche, assiste, in piedi, alla nostra opera di demolizione alimentare: il nostro ospite e il figlioletto maschio di due anni sono invece seduti con noi, a consumare il pasto ed a darci istruzioni su cosa e come mangiare.

Detta così sembra una società un tantino maschilista e probabilmente lo è, Cristina punta nel vivo vorrebbe alquanto rognare, ma la invitiamo, con fare saggio, a evitare incidenti diplomatici. Nel pomeriggio, ormai entrati nella routine, completiamo l’opera clinica prevista; poco prima del tramonto chiudiamo bandone, raccattiamo le nostre carabattole e, stravolti dalla stanchezza, rientriamo a bordo. E’ un peccato non avere il tempo per fare i turisti, ma non siamo qui per turismo. eppoi torneremo. La notte, la nostra posizione di fronte al villaggio diventa scomoda se entra onda da Ovest cui non siamo sufficientemente ridossati; poco male, 20 minuti a motore e siamo in una baia superprotetta che pare un lago e che si chiama “ansa du carenage”. Questa insenatura è prospiciente una spiaggia da cui non appena data ancora si partono delle barche che, con gran remare, vengono a offrirci aragoste e caracol, sorta di saporiti conchiglioni di cui i locali fanno gran strage; visto che dobbiamo pur nutrirci, acquistiamo volentieri; purtroppo non hanno da venderci champagne ghiacciato… ci accontenteremo di accompagnare i crostacei col nostro vino spagnolo da tavola in tetrapak che pochi giorni prima al solo comparire avrebbe scatenato urla di scandalo ed eresia.

Un pomeriggio, mentre ci avviamo verso “carenage”, una sorpresa, l’ecoscandaglio salta per pochi minuti da 40 a 32 metri per poi tornare a 40.

Torniamo indietro e ripercorriamo: un relitto?

Negli uffici del municipio, la mattina dopo, prima di recarci al lavoro, guardiamo con malcelato interesse la carta dettagliata del golfo che nella posizione osservata non riporta alcunché. Non riusciamo a capire di quando siano le prospezioni batimetriche, ma è ragionevole pensare che siano dei colonizzatori francesi che nel 1600 avevano qui una base piuttosto munita di cui restano neanche troppo rovinati, un forte, la polveriera e due batterie costiere.

Nel 1791 da qui partì la rivolta che fece piazza pulita di tutti i bianchi buoni o cattivi che fossero e che in pochi mesi infiammò quasi tutto il Caribe, decretando l’inizio della fine per l’era degli schiavisti. Haiti fu la prima a conseguire l’indipendenza nel 1804 ma purtroppo la strada verso la civiltà non l’ha ancor oggi imboccata.

Nel Maggio 2000 il vecchio e furbo Aristid con un colpo di mano è riuscito a farsi rieleggere da meno del 10% degli aventi diritto, riportando dopo la seconda inutile invasione statunitense, l’isola nel buio, forse non agli orrori non troppo lontani di doc. Duvalier ma sicuramente neanche al progresso.

L’opposizione “Lavac” contesta, probabilmente a ragione, ma con metodi violenti, le elezioni.

Come andrà a finire? Ancora una volta male probabilmente, per un paese dove povertà, denutrizione, malattie ed analfabetismo dilagano senza che si veda la fine del tunnel.

Sembra quasi che i più si siano rassegnati a vivere in un medioevo senza speranza; i segni di precedenti missioni umanitarie certamente più “consistenti” si intravedono qua e là in abbandono; moderne barche in vetroresina giacciono inutilizzate mentre i pescatori affrontano il mare nei tronchi scavati; sul tetto del municipio fa da totem un’antenna satellitare: non ha alcuno scopo, dal momento che non c’è energia elettrica. Tornando al nostro presunto relitto, facciamo generiche domande ma pare proprio che qui di relitti nessuno ne sappia alcunché, fa eccezione una rugginosa bettolina venuta a incagliarsi una notte di burrasca di tanti anni fa e di cui nessuno sa o vuole dire di più.

Non è l’unico mistero di questo posto: un attendibile menestrello ci racconta che una ventina d’anni fa vennero i militari a costruire una pista d’atterraggio sull’altopiano a Nord-Est, poi sparirono e con loro l’energia elettrica, la posta, il telefono e la strada asfaltata interrotta irrimediabilmente poco fuori il paese.

Pochi mesi fa, tuttavia, durante la notte un rumore d’aereo in atterraggio incuriosiva gli insonni e quanti di costoro fossero stati abbastanza veloci di piede avrebbero visto due voluminosi gipponi scaricare delle cassette dall’aereo poi dileguatosi in tutta fretta.

Narra la leggenda che, il ritorno non inatteso di aereo e gipponi fosse stato salutato da un apposito comitato d’accoglienza, le cassette trasportate trattenute in custodia, automezzi e aeromobile incendiati tanto per fare allegria e gli equipaggi degli stessi in qualche modo coinvolti nella festa.

Da allora il tenore complessivo di vita sembra essere decisamente migliorato, sono addirittura comparsi alcuni motorini che scorrazzano senza particolare utilità nel Paese ma che migliorano di molto l’idea che si sia in un luogo dinamico dove ci si sposta velocemente.

Decidiamo, per misura profilattica, di farci i fatti nostri. Per farla finita coi relitti, inoltre, l’unico equipaggiamento sub di cui disponiamo è insufficiente a svolgere ricerche sensate e non se ne parli più. La domenica mattina, alle sette, ci sveglia l’avviarsi delle cerimonie religiose: il battesimo si fa sulla spiaggia, nelle acque del mare. Si susseguono, fino all’una, altre cerimonie. Il popolo haitiano è molto religioso, ma non solo cattolico; diverse confessioni convivono in maniera apparentemente pacifica. Il paese sembra svuotato, mentre dalle varie chiese si levano voci e canti. Sarebbe forse rispettoso, da parte nostra, astenerci dall’aprire lo studio ma, il tempo stringe e perdere una giornata di attività ci spiace troppo, sicché alle otto siamo puntualmente al lavoro: i pazienti, solo loro, sono compostamente in attesa. Poi lunedì, siamo alla fine, lavoriamo a un ritmo infernale, alla sera ma un poco prima delle 17 l’ultimo paio di guanti e l’ultimo paziente: su questo ero stato categorico, finiti i guanti chiude lo studio; ciononostante c’è un po’ di malumore, sia da parte degli esclusi che ci procurano inutilmente una sorta di guanti da camionista, che in Massimo e Cristina i quali vorrebbero fare di più. Aria di smobilitazione, discorsi ufficiali, documenti ufficiali, lettere di ringraziamento, strette di mano, guardare la carta, fare la rotta. La mattina dopo alziamo la randa e tiriamo su la catena a mano, per non disturbare la nostra tristezza, ma è scritto “non lasciare che la mano dell’amico si scaldi nella tua perché è ora di ripartire”.

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