Per vedere come va a finire

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

PER VEDERE COME VA A FINIRE

Testo di Luciano Didero

Perché lo fai?

Ogni anno un po’ tutti (amici, moglie e figlia) mi chiedono perché mollo il mio tranquillo ormeggio romagnolo per “fare la Grecia” e tornare a tempo di record (in fin dei conti 1800 miglia in quattro settimane scarse non lasciano molto tempo per dormire). E il ritorno avviene con tempacci duri, vento e mare da Nord che non ti lasciano “risalire”, come sempre accade in luglio, che contrariamente a quanto dice il calendario “non è estate”.

A volte me lo chiedo anch’io perché faccio viaggi così faticosi, e non sono più un ragazzino, ed è anche un po’ da masochista volere portare da solo il mio Grand Soleil 38 “Bella sei” in mari che non si sa se fanno più paura o danno “buone vibrazioni”, come diceva una canzone degli anni sessanta.

Ma molti velisti sono così. La verità è che lo faccio per dimostrare (a me stesso) che è possibile, che ci riesco; vabbè, anche per guardare i vicini d’ormeggio un po’ dall’alto in basso, anche se non lo sanno. E’ un tipo di viaggio che funziona come una sorta d’autoanalisi, e ogni anno l’aspetto con ansia. E se, al solito, i risultati non sono pari alle attese, anche questo fa parte del gioco: la vela (e la bolina in particolare) è un paradigma della vita, e quando sei in barca solo soletto questo concetto lo capisci ancora meglio. Gli inglesi della vela dicono che “è come stracciare biglietti da cento sterline mentre si fa una doccia gelata”; la descrizione è esatta. L’idea che mi anima è quella di navigare a lungo, mica tanti bagnetti e spaghetti in baia, e ogni volta mi porta sempre più lontano, nella misura in cui questo è possibile con non più di un mese per fare andata e ritorno dall’alto Adriatico verso una “qualche parte”, che negli ultimi anni è stata rappresentata dalla Grecia.

Quest’anno il giro di boa (davvero, appena una sera di sosta, poi via verso casa) è stata Kithira, una bella isola (con Chora, barrettini, spiaggetta, un “buen retiro”, per chi può permettersi di scappare dal lavoro o altro, fate voi; è a Sud ma non fa caldo, c’è troppo vento) che è il confine geografico ma anche ideale tra il Peloponneso e l’Egeo. Più a Sud c’è solo Creta, tanto grande da non potere essere descritta come un’isola, secondo le misure greche, e verso Est le Cicladi e la Turchia.

Kithira è un confine tra occidente e oriente, la fine “del mio mondo”, l’Europa, un luogo dove “piantare la bandiera”; una specie di Everest nautico. Il Peloponneso a Sud ha tre grandi penisole; lungo le prime due, da Ovest, regna il maestrale. L’ultima penisola ti offre un’esperienza un po’ kafkiana: più ti avvicini a Kithira (proprio sotto l’ultimo pezzo di continente, capo Malea si chiama, o “delle tempeste”) più trovi anche il meltelmi, che viene dall’altra parte, da Nord Est.

Il maestrale è prevedibile e gestibile, anche se è forte; il meltelmi è “cattivo” nel senso stretto del termine. E dall’incontro dei due venti deriva un mare incrociato e confuso, e anche questo ti dà parecchio da pensare (perché lo faccio…).

Ma per andare in Grecia è necessario attraversare le “Colonne d’Ercole”, che per chi sta in Adriatico si chiamano Canale d’Otranto. E’ uno strano posto, che all’alba, quando parti da Brindisi, appare mansueto. Poi, facendo finta di niente, si mette prima un venticello, e già in mattinata non ti fa mancare i 20 – 25 nodi, sempre in poppa. Questo se sei fortunato, se no è peggio. E qui va ricordato che non sempre il “vento in poppa” è facile, come sanno molto meglio i navigatori oceanici. Forse qui non ci si può rovesciare, e anche se l’Otranto non è Capo Horn, devi correre e surfare sulle onde, scendere i “ripidi blu” con un pezzetto di fiocco residuo, che è anche troppo. E se non stai attento ci può essere anche l’onda che ti sale a bordo, e nel pomeriggio una, più anomala del solito, è così alta che può oscurare il sole quando sei nel cavo. Ogni onda crea un gran frastuono e rumori innominabili che provengono dall’interno della barca, ma non devi fare danni, sennò “tutti a casa”.

Questo è il prezzo per arrivare a Corfù, ma quest’anno a fare battere forte il cuore non c’era solo il mare, ma anche il tempo. Mentre scendevo verso Sud Est, in concorrenza con me scendevano grossi cumuli da Nord, con tanto di corredo di trombe marine, alcune “mature”, altre appena accennate. Al largo della Puglia ci sono le condizioni ideali per generare dei piccoli (?) cicloni, la versione mediterranea di quelli tropicali: le montagne dell’Albania da una parte e le alture pugliesi dall’altra sparano giù venti a volte notevoli, e trombe. Per me non è stata la prima volta, e pensi che l’esperienza serva. Sbagliato, ogni volta è la prima volta e in mezzo al Canale l’unica cosa che puoi fare è osservare il fenomeno per capire dove (e se puoi) fuggire, sperando di avere una velocità sufficiente per non incontrare la rotta del fronte. Ma vedere da vicino “la nascita” delle trombe, che in quota sono nere e si staccano dalle nuvole diventando sempre più chiare, fa un certo effetto. Spettacolo grandioso, terribile e quasi entusiasmante. Quando arrivano a terra, sul Salento, vedi col binocolo un gran movimento di sabbia e terra, poi il tutto si placa, e la paura lascia il posto a una calma irreale. Anche questa volta sai di averla scampata bella. Ti ricordi che “il nemico” può essere clemente (o forse una costruzione mentale, come nel “Deserto dei Tartari”), non ci sono danni, ma le gambe che tremano e la saliva azzerata sono tutte tue. Pensavo di scrivere una storia di onde e di vento; mi è venuto un racconto di sensazioni e pensieri personali. La barca serve anche a questo.

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.