Un rally a Panama

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UN RALLY A PANAMA

Testo di Bruno Roversi

Quando si parla dei Caraibi si pensa alla bellezza delle isole, ai colori del mare, ma per raggiungere Panama bisogna attraversare il Mare Caraibico, a ragione considerato uno dei più duri e, nel migliore dei casi, sicuramente non piacevole: mille miglia circa di mare con onda di tipo mediterraneo, ripida e corta. L’aliseo procede verso il fondo dell’imbuto formato dalle coste della Colombia e del Nicaragua e ti porta all’imbocco del canale che separa le due Americhe.

Tracciando la rotta diretta da Antigua su Panama, la linea passa vicinissima alla costa della Columbia. Decido di passare a più di duecento miglia, tracciando due spezzate, per evitare incontri coi pirati colombiani. Sembra strano che esistano i pirati del Mar dei Caraibi, come fossimo nel 500. Tranquillizzante il pensiero che sono a circa 200 miglia dalla costa colombiana: nella “Guida alle rotte di tutto il mondo” di Jimmy Cornell si legge che i pirati usano motoscafi veloci ma non hanno l’autonomia bastante per andare in cerca di barche lontane dalla costa. Man mano che mi avvicino il traffico delle navi in uscita o in entrata dal canale diventa sempre più intenso, fino a far pensare di essere in autostrada con i Tir che sorpassano e incrociano sempre più fitti. La notte prima dell’arrivo, quando il traffico non è ancora nella zona autostrada, vedo una luce verde in direzione ore 2 e sto tranquillo, sapendo che la rotta della nave passa alla mia dritta, navigando in senso inverso a quello della mia barca. Improvvisamente vedo tutt’e due le luci di via di prua, il rosso e il verde: la nave si dirige direttamente sulla barca. Un attimo di panico e subito penso alle mie luci di via: le tenevo spente per risparmiare le batterie e navigavo con la luce in testa d’albero, quella di fonda. Corro sottocoperta ad accenderle e la nave, dopo due o tre minuti che a me sembrano eterni, lentamente riprende la rotta precedente, passandomi a dritta a meno di 40 metri. Il vento mi invade i polmoni con la puzza della nafta e l’orrendo sferragliare dei motori del cargo mi ferisce le orecchie, abituate da troppi giorni al silenzio della navigazione a vela. Sicuramente il comandante della nave, vedendo una luce bianca che ballonzola nella notte, ha pensato a una zattera di naufraghi che fanno segnali con una torcia. Ha ripreso poi la rotta non appena ha visto le regolamentari luci di via. Non mi sento di abbandonare il timone, dato che gli altri dell’equipaggio dormono: vorrei ringraziarlo e scusarmi a mezzo VHF. Ho imparato che le luci di via vanno usate. Altrimenti meglio tutto spento.

Colon è la città a est dell’istmo di Panama in cui si disbrigano le pratiche per il passaggio dall’Atlantico al Pacifico. Una città pericolosa (fuori da ogni negozio, banca o ristorante c’è sempre un uomo armato di fucile).

Il passaggio del canale, salendo tramite le chiuse a 30 metri sul livello del mare, mi fa vedere le altre imbarcazioni sotto come fossi su una barca che vola. Strana impressione mettere l’ancora in un piccolo lago d’acqua dolce, dopo qualche migliaio di miglia di acqua salata. Si trascorre la notte vicino alle mangrovie, in piena foresta pluviale, dove è assolutamente vietato sbarcare. Di notte si sentono le strida degli animali notturni, proprio come nei vecchi film di Tarzan, ma ogni tanto spunta, fra la vegetazione tropicale che copre le sponde curvose del lago, una petroliera che passa silenziosa. Solo le barche a vela non possono transitare di notte.

E’ il momento magico per fare un bagno nell’acqua dolce, al chiaro di luna, lavare e sciacquare la biancheria senza problemi di consumo d’acqua. Il pilota, obbligatorio a bordo durante il passaggio delle chiuse, è sbarcato. (A bordo non tocca alcuna manovra, indica solo le operazioni da fare).

Si abbandona l’ancoraggio la mattina, quando arriva il pilota e gli racconto del piacevole bagno in acqua dolce. Beh, fa lui, fortunatamente hai gettato l’ancora a cento metri dalla costa e i caimani difficilmente si spostano molto dalle mangrovie. Si riprende la navigazione lacustre verso le chiuse che ti riportano al livello del mare, che però ora si chiama Oceano Pacifico. A Panama ci attendono le boe per ormeggiare davanti allo Yacht Club locale. Il rally, a cui partecipo con altre 29 barche, tutte con bandiera inglese, esclusa quella condotta da me con bandiera italiana, è organizzato dalla RAF (Royal Air Force). Ben organizzato. Ovvio che non è possibile avere trenta tender ormeggiati nell’unica banchina esistente; perciò è proibito l’uso del tender, ma basta fare cenni e gli addetti vengono con una lancia a motore e ti portano sulla banchina galleggiante, l’unica del marina.

Una mattina, mentre prendo il caffé al banco del bar dello Yacht Club, arriva un barista con una ferita da coltello nella natica: è stato aggredito da banditi mentre veniva al lavoro: buttato a terra e perquisito, non avendogli trovato addosso nulla da rubare, lo hanno ferito e gli hanno tolto con lo stesso coltello un dente d’oro dalla bocca. E’ chiaro che gli spostamenti in città bisogna farli sono in taxi. Stesso clima di violenza come a Colon.

L’impiegato del circolo nautico mi presenta un taxi driver di fiducia, che per una settimana mi accompagnerà alla ricerca di materiali per piccole riparazioni alla barca: per trovare delle viti inox bisogna spostarsi dal capo opposto della città, una vera megalopoli, per la possibilità di riempire le bombole di gas liquido altri chilometri e ore di attesa. Per fortuna i taxisti di Panama sono pagati a giornata, sette dollari al giorno, benzina compresa. Perù, così lo chiamano tutti per la sua origine peruviana, mi assicura che l’anno precedente sono stati uccisi 50 suoi colleghi per rapina. Vista la mia incredulità mi giura che è vero; cinquanta taxisti ammazzati in soli dodici mesi mi sembrano troppi, anche se siamo a Panama. Nella zona americana (ora ex) si può viaggiare con sicurezza anche a piedi.

L’atmosfera del bar del club Nautico è piacevolissima e direi che è quanto di più “internazionale” si possa trovare. L’organizzazione del rally ha noleggiato un autobus per tutti gli skipper per visitare Portobelo, una stupenda laguna di acqua salmastra vicino a Colon. Si riattraversa l’istmo di Panama percorrendo la strada che costeggia il canale.

Arrivati mi ascolto una lunga commemorazione delle gesta dell’eroe nazionale inglese, il corsaro Francis Drake, che giace in una bara di piombo sui bassi fondali della laguna. Vengono distribuiti bicchieri di carta con vino bianco (al sottoscritto ovviamente no) e tutti gli inglesi si portano la mano destra sul cuore e brindano in coro “To You, Francis Drake”. La tradizione è veramente la forza dei britannici. Da moltissimi anni essi chiedono al governo di Panama di portare la salma di Drake in patria. Panama risponde che il grande marinaio rimarrà li, dove lui stesso ha voluto essere sepolto. Drake fu fatto baronetto dalla regina per il cospicuo bottino portato alla corona, dopo avere assalito un numero considerevole di navi. Se avesse continuato a depredare in proprio probabilmente sarebbe stato impiccato a un pennone.

Al ritorno nella rada, fra le barche estranee al rally una piccola, circa otto metri, anch’essa alla boa, ha attirato la mia attenzione: per la bandiera maltese e per il solitario navigatore indossante scarponi da montagna. Visto di profilo, un po’ curvo, sui sessanta, con la pancetta e la grossa pipa, sembra un personaggio disegnato per i fumetti. Lo aggancio al bar e beviamo una birra: mi informa che batte bandiera maltese per ragioni fiscali ma lui è svizzero. Malignamente penso che sia l’appartenenza al suo montuoso Paese a spiegare gli scarponi. Non ha ancora deciso la meta in Pacifico; forse andrà a Pitcairn, l’isola vulcanica del Pacifico meridionale, meno di 5 chilometri quadrati, 60 abitanti, isola posta fuori dalle rotte abituali e dove l’attracco è difficilissimo, anche se gli abitanti aiutano in ogni modo i pochi avventurosi che li visitano. gli isolani sono i discendenti degli ammutinati del Bounty, che vi sbarcarono nel 1790 con un gruppo di donne di Tahiti. Tanto di cappello al navigatore solitario svizzero. L’ho invidiato per il suo coraggio.

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