Cronaca di una crociera

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

CRONACA DI UNA CROCIERA

Tratta dal diario di bordo dell’imbarcazione “Kalibu”, in navigazione da Puerto Calero, Lanzarote, isole Canarie 28,55N – 13,42W a Formentera, isole Baleari 38,44N – 1,25E

Domenica
Messe a punto, lavoretti: ogni volta pensi che adesso basta, si naviga e basta. Invece ogni volta è la solita storia: cacciavite, pinze e via al lavoro. Pomeriggio caldo, afoso, rimontato il braccio dell’autopilota appena revisionato, sembra funzioni a dovere. Lo skipper di un supercatamarano da charter ormeggiato all’inglese subito davanti a me fa i complimenti per la barca: incasso con piacere a parziale rimborso di quanto mi è costata. Scuote la testa quando gli dico che intendo risalire verso Gibilterra a bordi corti; viene con la carta e mi dice che tutte le volte che è tornato in Mediterraneo, e sono tante, ha preso un bordo lungo a NW verso le Azzorre fino a trovare il Ponente, quindi a destra per Gibilterra.

Penso che sia il destino a mandarlo, e al destino non si dice no: farò come dice lui.

Cena da Lani’s: Dorada plancha con papas e moho. Una vera delizia.

Lunedì
Primo giorno di navigazione; mollare gli ormeggi ha richiesto un po’ di sale in zucca ma nessuna seria difficoltà.

Una piccola barca a vela sta uscendo dal canale del porto. Il suo unico membro di equipaggio, rilassato mentre recupera parabordi, uno stereo a volume alto spara jazz-fusion. L’ho salutato sentendomi, com’è ovvio, affratellato e lui, forse percependo una paura che non mi sembrava di provare, ha fatto un segno che inequivocabilmente significava chiedermi se tutto girasse per il verso giusto; gli ho risposto con l’americano “ok”, ma non mi è sembrato per niente convinto.

Va detto che da domenica sera avverto a tratti il cuore battermi in petto, cioè quello che i medici chiamano cardiopalmo, lo riferisco alla febbre, mah!

In circa un’ora e mezza ho superato a motore la parte occidentale del canale con Fuerteventura e, aperto lo yankee, ho cominciato il bordo di NW; non so perché, ma “Kalibu” non si esprime al meglio mure a dritta, manca di rigidità alla tela e, infatti, la falchetta è subito in acqua con 25 nodi e onda formata anzichenò. Paura no, non ne provo, timore casomai. Probabilmente sono stordito dalla febbre e dal mal di mare. Mi sono sistemato al riparo sotto il dodger ed ho subito rimediato una bell’ustione alla fronte e al naso sicché fino a tutto mercoledì eviterò di farmi vedere fuori di giorno, mentre la sera ho un nuovo interessante passatempo: spellarmi.

Il pilota automatico sgancia abbastanza spesso sotto raffica, sicché, a malincuore, devo sottoinvelarmi con randa piena, trinchetta e lo yankee che svolgo e riavvolgo secondo il vento. La barca si raddrizza un poco e rallenta ma solo di pochissimo. Verso mezzanotte, noto che la mancata chiusura delle prese a mare dei lavelli a sinistra, ha determinato l’ingresso a bordo di parecchia acqua di mare. Niente di grave, non potendo incazzarmi con nessuno. non m’incazzo, e in 20 minuti l’ottima pompa di sentina risistema tutto con l’utile risultato di aver lavato con acqua salata, vale a dire imputrescibile, la sentina del bagno troppo spesso maleodorante.

Fatto tutto ciò, ho avuto la pessima idea di provarmi la temperatura. 38,5 che per me equivale a un 42 pieno e molto vicino alle visioni mistiche. Chiuso lo yankee, attivato il radar, assunta enorme quantità d’Aspirina, mi sono chiuso, tremante, nel sacco a pelo e sono riuscito a dormire qualche ora. Verso le quattro scatta l’allarme radar. Un piccolo cargo è entrato nella zona “protetta” ed è in rotta di collisione; aspetto una ventina di minuti poi, visto che non accade nulla, puggio di venti gradi; poco dopo siamo di nuovo in rotta di collisione. Pirati in Atlantico? Non so cosa pensare, a meno di un miglio vado di nuovo all’orza e stavolta lui non cambia rotta, me lo vedo sfilare a dritta a cinquecento metri, non di più. Cibo: poco pane, meno acqua.

Martedì
Colazione con banane di Lanzarote, restituite poco dopo; il resto della giornata trascorso sdraiato sul divano della dinette a leggere: 1) la Gloria di Berto, 2) Memoriale del convento di Saramago 3) il mio Il vecchio e il mare di Hays; voglio dire non è che li ho letti tutti martedì, ma insomma era quello che avevo a disposizione e con la mia infame velocità di lettura tempo quattro giorni è andata la biblioteca.

Il sistema Orbcomm va bene, c’è copertura quasi tutto il giorno e mi diletto, arrampicato sulla panca del navigatore a ricevere e inviare e-mail a tutti gli amici che dispongono di un indirizzo.

Flavio e Marcello mi mandano almeno una volta al giorno il meteo desunto da un magnifico sito Internet del Ministero de “Medio Ambiente” spagnolo.

Si fa subito sera, il vento sembra avere un andamento ciclico, molla un po’ al tramonto per arrabbiarsi dopo un paio d’ore e il bis all’alba: giusto per darmi il buongiorno; comunque, come ieri, giù lo yankee su il radar e buonanotte, dodici ore filate di sano sonno.

Mercoledì
Mancano un’ottantina di miglia a Madeira ma non mi fermerò, un po’ perché ho paura di ormeggiare nei posti che non conosco, e poi perché vorrei arrivare in Italia entro il 1° Maggio.

Questa storia della paura di ormeggiare mi angoscia da sempre e me la porterò chissà per quanto tempo ancora. Ore, se non giorni, prima dell’ormeggio cerco di costruirne lo scenario e la sceneggiatura, prevedere qualunque evenienza e accidenti; mi immagino la scena momento per momento poi di nuovo e di nuovo ancora. Questo procedimento maniacale mal si adatta ai luoghi sconosciuti perché non riesco ad evocare un bel nulla. Non è l’andare in giro da solo a determinarlo, perché, anche quando sono in equipaggio, a meno che non sia affidabilissimo ed è raro, è lo stesso.

Il vento sta mollando, accendo il motore così prendo due piccioni (anzi tre) con la classica fava: ricarico le batterie spompate da radar, autopilota, computer, ecc., do una bella botta al frigo col Frigoboat e guadagno Nordest verso Gibilterra che a dire il vero da quando sono partito, ad onta delle 260 miglia percorse, si è avvicinata di ben sei; ma è il bello della bolina.

Proseguo la giornata più smotorando che veleggiando, lontane compaiono due superpetroliere che arrancano contro un’onda che davvero neanche avverto. In effetti, nella giornata si fa sempre più evidente una succulenta onda da W che lascia ben sperare. E’ davvero strana, sembra di andare in automobile sulle colline senesi, solo che qui anziché verdi sono blu, ma l’impressione è la medesima; quanto sono alte? Non io ma il meteo dice dai quattro ai 6 metri e menomale che è onda morta altrimenti.

Durante la notte, visto lo scarso livello del serbatoio principale, decido il travaso da quello poppiero ma, orrore, questo è poco più che a metà, evidentemente reduce da un precedente travaso che non ricordavo. Poco male in fondo, mi dico, siamo o non siamo su di una barca a vela?

Giovedì
Dopo colazione, alle 10.30, spengo il motore e apro tutta la tela NW 6/7 nodi, ovvero bolina larga/traverso; la giornata è magnifica. Spalmato di pomataccia protettiva mi riaffaccio all’esterno, l’orizzonte è immenso, sarà banale, ma mi sento felice.

La solitudine è una condizione dello spirito, non della realtà.

La giornata trascorre fra i bagni di sole, quelli in mare alla traina, cercando (con successo) di non fare da esca agli squali, i tentativi naturalmente infruttuosi di acchiappare qualche pesce, la degustazione di una pastasciutta super e di un pudding di mia invenzione e il cui segreto porterò nella tomba. Comunico questa mia gioia via e- mail e sono subito redarguito dai rischi di cagotto correlati ai pudding. Puntualmente.

Venerdì
Fotocopia del giorno prima, regolazione attenta di carrelli, scotte e via discorrendo per ottenere qualcosa di più dei tre nodi. Non è facile, bisognerebbe aprire il gennaker ma un po’ perché mi sono convinto che sia una vela che porta sfiga e un po’ perché comunque mi sembra di andare a cercare guai, lascio perdere.

L’influenza sembra passata, qualche colpo di tosse quando vado a dormire e un paio di fazzoletti la mattina. Oggi niente copertura satellitare; di questo passo arriverò a casa per luglio, ma i viveri non mancano il morale rimane ottimo e si va via così.

Alle due di notte avvengono pressoché contemporaneamente tre cose: 1) il vento gira a ovest, 2) tira 30 nodi, 3) smette di funzionare l’autopilota.

Ho letto molte volte che, equilibrando la spinta puggiera ed orziera delle vele, si può fare a meno del timone, sicchè la barca si governi da sola; sarà anche vero, però non ci riesco. Sarà forse per l’onda formata che, prendendomi al giardinetto, scombina il supposto equilibrio. Magari era fattibile e non sono stato capace io, sta di fatto che mezz’ora di tentativi ottengono al massimo tre minuti di requie poi la barca si porta decisamente all’orza o, peggio, alla strapuggia. Il tempo concesso è sufficiente per soddisfare solo i bisogni elementari “rapidi” vedi bere e fare pipì.

Il tempo si è messo al brutto, spesso pioviggina. Sento da sotto ogni tanto venire gli strilli dell’allarme radar, ma per quanto mi sforzi non vedo nulla, poi capisco: non si tratta di navi ma di groppi.

Sabato
Alba non brutta, il tempo va schiarendo, non so più in che posizione mettermi per timonare: di stare in piedi nella timonata canonica non ne posso più; seduto sulla schiena d’asino sembra di stare sul bidet e poi non vedo nulla di quello che accade a prua, seduto sulla panca laterale con la ruota fra le ginocchia non è male ma si prende un bel po’ di freddo, sdraiato a pancia in su sulla panca di sopravvento timonando con i piedi e guardando la bandiera come riferimento mi sembra demenziale, stessa posizione ma a pancia in giù e prendendo a riferimento l’ago dello strumento poi… credo comunque di poter brevettare una quarantina di posizioni al timone… il kamasutra del timoniere. nessuna tuttavia sostenibile per più di una mezzoretta. Per non addormentarmi aggancio un’emittente radio in onde medie e la ascolto a tutto volume. Ho sintonizzato una dopo l’altra tre emittenti spagnole, ascoltabili al largo e tutte emettono di sabato pomeriggio un programma di calcio, sport che non seguo, tipo “Domenica sportiva” solo che gli incontri del sabato si scaglionano: iniziano alle 16,00 e finiscono alle 23,30; le pubblicità hanno spesso addirittura l’eco come le radio libere degli anni ’70; i commentatori fanno comunque un casino indiavolato e va benissimo.

Mi alimento di qualunque cosa riesca ad arraffare nei tre minuti concessimi dalla barca, essenzialmente pane e salame.

Domenica
Alle tre decido di aver sofferto abbastanza, metto in cappa e vado a nanna; pare di essere in uno shaker ma mi addormento in 30 secondi. Spontaneamente mi sveglio ogni ora e noto che stiamo derivando, con il mare in poppa per 120 gradi a 2,5 nodi. Che mi ricordi la cappa funziona in tutt’altro modo ma visto che si va quasi nella direzione giusta e che nonostante il frastuono sembra che non si rompa nulla… mi riaddormento.

Alle 7,30 riesco a convincere, con mille lusinghe, l’apparato locomotore a rimettersi in funzione.

Non c’è più vento ma al canale mancano solo un’ottantina di miglia e il gasolio per tutto ciò sovrabbonda. Di camminare dritta senza di me al timone proprio non ne vuole sapere ma già si vede capo Spartel e mi si allarga il sorriso.

Il resto è l’attesa della copertura telefonica, l’ascolto alla radio andalusa di ben due corride complete, correlate di commenti su carattere, nobiltà e forza di una serie di torelli poco collaboranti, l’incontro con delfini, tartarughe, capodogli(!), con i pescatori marocchini che mi salutano sbracciandosi, forse perché ho in testa un copricapo arabo, l’incredibile serie di navi in transito. Nel pomeriggio arrivano una quindicina di nodi W ma faccio orecchie da mercante alle vocine indignate che vengono da qualche parte nel pozzetto e proseguo a motore, distraendomi col telefonare anche agli zii emigrati in antartico 40 anni fa; immagino la prossima bolletta da un milione di dollari ma ora come ora non m’importa.

Mi porto sul versante europeo, passa Tarifa arriva Gibraltair; ormeggio alla banchina della dogana da solo e senza fare danni. Non ho il passaporto, dimenticato a casa, ma ho un così bel sorriso che i doganieri proprio non se la sentono di mandarmi via.

Sogno doccia e nanna ma i bagni chiudono alle 22,00 ovvero sono chiusi da quattro minuti e allora nanna lerci che va bene lo stesso.

Lunedì
Gibilterra mi sembra bellissima, dopo la doccia di trenta minuti esatti. Il sole splende e sorrido anche ai gatti.

Marina Bay, che è essenzialmente il porto delle barche in transito, è piena solo a metà ma in effetti non è ancora stagione di rientri dai Caraibi anche se manca poco.

Barche stranissime si affiancano a veri “uccelli del largo”, le persone si salutano dicendo Hay o Hallo anziché Olà, che tal? Baffuti signori popolano i pontili, dappertutto svolazzano l’Union Jack e il Red In.

Ho voglia di una bella bistecca di manzo, ma essendo Lunedì dell’Angelo, l’unico negozio aperto è indiano… ne esco con una monumentale confezione di pollo Tandoori. Di fronte a me, sullo stesso pontile, Laura e Captain Jack con il “Sept Roses” di Progetto Zeno; ne approfitto per chiacchierare a più non posso e rimedio anche un invito per cena.

Per chi non conosce Progetto Zeno, diciamo che è la ricerca da effettuarsi sul campo delle tracce lasciate da questo navigatore veneziano che, parecchi secoli prima di Colombo, navigando, volente o naufrago, per i mari del Nord, venne a contatto con i templari e con questi arrivò in Nord America riportandone e lasciando sul luogo molteplici testimonianze, ma con una storia tutt’oggi avvolta nel mistero. Laura e Jack sono due persone che definire straordinarie è riduttivo; si fa mezzanotte in un soffio. nanna.

Martedì
Di buon’ora (le 10) da Sheppard’s, fornitissimo chandler di Gibilterra dove, dopo aver britannicamente sopportato una buona mezz’ora di coda, annuendo ad un motoscafista del Maine di cui capisco una parola su tre, simpaticamente mi dicono che il tecnico è ancora in vacanza e se voglio riavere un autopilota funzionante debbo ricomprarne uno, sia pure a un prezzo estremamente conveniente.

Meno male che anche oggi vi è un tempo magnifico.

Ricambio l’invito per cena ospitando a mia volta Laura e Jack. Mi esprimo al meglio, cucina araba con couscous e falafel che per fortuna incontrano il loro favore.

Mercoledì
Alle 10, puntuale, arriva il volo da Londra e su questo il mio autopilota che infatti mi è recapitato a bordo in un’oretta. Sembra proprio funzionare. Al conto ci penserò…

Le previsioni dicono Ovest da tre a cinque con mare poco mosso. Purtroppo devo partire lasciando là degli amici che non ho fatto in tempo a conoscere quanto meritano, ma il mondo è piccolo, quello dei naviganti poi, piccolissimo, e si finisce sempre per ritrovarsi, almeno spero. Alle tre, i miei amici salpano con me per accompagnarmi al distributore, poi un abbraccio e via.

In mezz’ora doppio Punta Europa e sono davvero in Mediterraneo che mi accoglie alzando la voce: 30 nodi e onda niente male. Guardo il log, 9-10 nodi, riduco tela ma non cambia quasi niente.

Dopo il tramonto il vento si porta a 35. Tiro su la deriva e riduco decisamente tela anche se portare la barca all’orza per chiudere la randa sembra più un tentativo di suicidio che altro, comunque va; lo strano è avere quasi la stessa velocità delle incredibili navi che sfilano alla mia destra mentre quelle che vanno verso l’Atlantico sono decisamente più lontane e più affaticate. E’ una processione di decine e decine di navi gigantesche dalle forme più strane e imprevedibili. Alle tre il vento rinforza fino a 40-45 nodi. Una nave “mi fa i fari” cioè mi indica di accostare a sinistra altrimenti mi tampona. Sono costretto a strambare, chiudo la trinchetta e strambo la sola randa. Tutto bene ma la trinchetta non si chiude del tutto né si apre più; le scotte si sono sfilate dai carrelli e hanno formato un “carpogno” inestricabile. In un’ora di lavoro riesco a serrarla in qualche modo ma niente di più. Una nave a sinistra è in rotta di collisione e devo strambare di nuovo. Fino alla mattina altre tre strambate. Sulla costa sono in corso temporali e se ne vedono i lampi, ma qui solo qualche goccia.

Giovedì
Il cielo è bellissimo, azzurro come la libertà, ma ci sono 50 nodi e mi insegue ruggendo un’onda demenziale. La trinchetta si è un po’ liberata e sbatte se vado all’orza anche di poco.

Andare a prua è un’esperienza mica male. La giornata va così, la deriva alzata consente comunque di navigare in sicurezza, difatti “Kalibu” plana a 12 nodi sulle onde e non straorza, il tutto con un fazzolettino di randa da ridere.

Il vento strappa lunghe strisce di schiuma dalla cuspide dei frangenti che sono verde-trasparente. Non mi sento per niente a mio agio, riesco a chiamare Flavio che mi suggerisce di levarmi di lì e di andare sotto costa ove la carta sinottica dà condizioni decisamente più maneggevoli.

In effetti è vero, doppiato Cabo De Gata e stando appiccicati alla costa, l’onda non supera il metro e il vento i 30 nodi.

Chiamo Massimo che è esperto della zona e gli chiedo dei consigli, mi dice di ridossarmi e di non provare a fare un’altra notte di navigazione.

Alle 20 sono ancorato con 50 metri di catena in 5 metri d’acqua su fondale sabbioso in una desolata ma ridossata baia a Nord del Capo di Media Naranja. Ci sono 15-20 nodi ma mare piatto. Tento di cucinarmi dell’Honey Cichen Casserole ma il risultato è tremendo. Sarà la fame, ma lascio a malapena le ossa e per colmo di misura ci bevo sopra una bottiglia di Fresia delle Langhe. Mi addormento sul tavolo mangiando una mela.

Venerdì
Niente vento nella baia, pare. Il freddino mi fa venire voglia di rimanere blindato nel sacco a pelo, ma orsù risoluti si va. Tanto male mi ha trattato il mare di Alboran quanto bene questo settore Palos; 15 nodi SW che a tutta tela mi consentono una piacevolissima andatura da otto nodi. Onda accettabilissima, sole da ustione e difatti mi ustiono. Rileggo City di Baricco e ancora mi commuovo nel finale. Mi faccio un regalo, tengo spento il generatore eolico e per non sentire nemmeno il sibilo dell’autopilota, timono io.

Poco dopo Palos, al tramonto, il vento fa dapprima i capricci, costringendomi ad alcune strambate, poi, come prevedibile, cade del tutto. Tiro su il genova pesantissimo cioè quello di ghisa e si va. Sia Laura sia Massimo mi hanno ammonito dal fidarmi del radar in Mediterraneo e dall’addormentarmi confidando nell’allarme impostato. Diciamo che dormicchio vigile.

Sabato
Sento l’arrivo vicino, preparo la barca, faccio la doccia, lavo i piatti, comincio a chiamare il porto di Formentera a un’ora dall’arrivo, poi l’ormeggio facile, lo zaino da preparare, il vuoto da riempire fino a domani pomeriggio che c’è l’aereo, la biancheria da lavare, le provviste deperibili da regalare o buttare, questo lo porto questo no, quindici giorni e milleduecento miglia sono passati; mi agito molto, poi, mi arrendo alla realtà: non ho voglia di tornare a terra, la mia casa è qui a bordo… ma presto…, baci, mau.

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