Poteva finire male!

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

POTEVA FINIRE MALE!

Testo di Jose Quattrocchi

Tutto cominciò nell’anno 1997 quando, dopo mesi di interminabili ricerche, finalmente trovai lo scafo che cercavo da trasformare nel cabinato che ho sempre desiderato. Un vecchio AMF che giaceva abbandonato in un cantiere nautico.

Dopo lunghe trattative, per la considerevole somma di 800.000 lire, divento proprietario di un relitto.

Il giorno successivo mi portano a destinazione il mio nuovo acquisto, e dopo averlo posizionato sulla sua invasatura comincio a ronzargli attorno cercando di capire da dove dovevo iniziare.

Finalmente dopo un attento esame del mio 7,50 decisi che la cosa principale era otturare quelle due voragini che precedentemente avevano accolto i due piedi poppieri OMC.

Successivamente, dopo essermi assicurato che all’esterno non ci fossero altre falle, cominciai a svuotarlo di tutto, recuperando tutto, dalle viti ai serbatoi alla strumentazione ecc., cominciai la ricostruzione delle travi sotto al pagliolato sino alla realizzazione della nuova cabina.

Il mio progetto prevedeva tutto quello che deve esservi in un cabinato che si chiami tale, adeguando il tutto alla mia modesta altezza di quasi due metri.

Questi lavori, svolti nel tempo libero, si prolungano sino al maggio 1999. Per il varo scelgo il giorno del mio compleanno. Sul molo, mentre la gru inizia a manovrare, mentre una marea di dubbi mi assaliva, il mio fantomatico cabinato era già in acqua e… galleggiava!

Dopo aver eseguito i vari controlli parto alla volta di Riposto, dove avevo deciso di ormeggiarla per l’estate, che si trovava circa a 20 miglia dal luogo del varo.

Passano con estrema velocità i mesi che mi separano dalle ferie e, dato che la barca si era comportata egregiamente, decidiamo di fare la nostra prima crociera. Si opta per le isole Eolie, una delle tappe più comuni per chi fa crociere sotto costa.

Facciamo un po’ di provviste, di scatolame, acqua e pasta in abbondanza.

Meta del primo giorno: Portorosa, che si trova esattamente a sud di Vulcano.

Si parte il giorno 10 di agosto alle 7,00 del mattino dal porto di Riposto, siamo in tre a bordo: mia moglie, il fratello e io.

Dopo aver consultato il bollettino meteo, previsto mare calmo, vento 2 nodi, si parte e sembra che tutto sia a nostro favore.

Navighiamo sino a Messina dove facciamo rifornimento e già cominciavo ad assaporare la mia parca scelta di un motore diesel che si era bevuto poco più di 40 litri di gasolio.

Un veloce bagno e subito ripartiamo alla volta di Portorosa dove avremmo passato la notte.

Non mi sembrava possibile, ero li con la mia creatura! Finalmente il mattino seguente era il giorno stabilito per la traversata verso Vulcano, e non ti vado a beccare il giorno dell’eclissi di sole!

Consultiamo il bollettino meteo: mare calmo in diminuzione.

Alle 9,30 partiamo, tutto bene senonché arrivati a Lipari ci fermiamo e mi accorgo che l’alternatore non stava lavorando a dovere, mentre pensavo al da farsi l’eclissi era in corso.

Neanche a dirlo il tempo stava rapidamente volgendo al brutto, decidiamo quindi di rientrare a Portorosa.

Siamo già a circa tre miglia da Vulcano quando il mare si ingrossa a dismisura, il vento mi faceva volare i parabordi contro i vetri della cabina, la visibilità era diminuita notevolmente, dovevamo per forza procedere per cercare di rientrare in porto al più presto.

Il mare non accennava a calmarsi, le onde e il vento al traverso mi spingevano fuori dalla mia rotta, le creste sfrangiate mi arrivavano sul tetto della cabina, nel frattempo sentivo che la barca stentava a risalire le onde, ma qualsiasi cosa fosse non potevo farci proprio nulla. Sul GPS eravamo fuori rotta di circa nove miglia, che avremmo dovuto affrontarle quasi di prua. Procedevamo a tentoni, mantenendo circa diciotto miglia ora, anche nei cavi delle onde che ci davano la misura di quanto fossero alte e ravvicinate l’una all’altra, più passava il tempo e i colpi che prendevamo e più erano le paure che mi assalivano, ma cercavo di non pensarci troppo.

Finalmente dopo un’ora e trenta, 28 miglia percorse contro le 17 dell’andata entriamo in porto, sotto gli occhi stupiti di coloro che erano appena rientrati con i loro yacht da quell’improvvisa trappola che ci aveva teso il tempo. Quel giorno una barca a vela ruppe il timone, un altro finì sulla spiaggia.

Ero sconvolto, sono sceso a terra e mi sono riavvicinato alla barca dopo una piacevole sosta in una panchina che mi ha ospitato per un’oretta buona.

Con la dovuta calma ho controllato un po’ tutta la barca e con mio grande stupore, dato che gli altri due passeggeri si erano dileguati, non trovai niente di anomalo al di fuori di 150 litri d’acqua in un gavone posteriore che era stata la causa di quella mancanza di potenza che precedentemente avevo avvertito, dato che aveva appesantito eccessivamente la poppa della mia barchetta.

Dopo tutto quello che era accaduto, una buona parte di me era orgogliosa di aver portato a terra gli altri occupanti e che la mia creatura era ancora tutta d’un pezzo.

Dopo un paio di giorni di riposo forzato, per riparare l’alternatore, ricominciammo la nostra vacanza con in più una storia da poter raccontare.

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