Oceano! Finalmente ti ho avuto

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OCEANO! FINALMENTE TI HO AVUTO

Testo di Giuseppe Damato

Voglio raccontarvi un’esperienza che mi ha segnato per un anno intero e che ora si è trasformata in un cambiamento della mia vita.

Tutti noi che andiamo in barca, specialmente a vela, penso che leggiamo e sogniamo, chi più e chi meno, confessandolo o non, la grande fuga; la navigazione senza limiti di tempo; la serenità di navigare con la persona amata, in mari lontani o nel nostro caro Mediterraneo, nell’attesa di correre l’avventura che il destino ha deciso di offrirci. Siamo convinti che la felicità coincida con il vivere in un mondo di sogni, nel quale tutt’è possibile, come il nome della mia barca. Questa è la terza barca con questo nome, di sedici metri, quasi costruita da mio figlio che ha ormai venticinque anni e che ha fatto divenire la grande passione per il mare, la sua professione quale skipper.

L’anno scorso, decidemmo di fare la traversata oceanica, accompagnati da un amico skipper che ne aveva già fatte altre, partendo da Napoli in ottobre e programmando il rientro in Mediterraneo in maggio. Io riuscii a procurarmi alcuni mesi di aspettativa dal posto di lavoro e i preparativi furono la cosa più eccitante e dispendiosa che si potesse immaginare. Le vicissitudini iniziarono ancor prima di partire da Napoli, a fine ottobre andando prima in Sardegna e poi alle Baleari, diretti a Gibilterra da dove avremmo raggiunto le isole di Capo Verde dopo una breve sosta alle Canarie. Le vicissitudini continuarono e il tempo inclemente sembrava che si divertisse a far venire continuamente il vento dalla direzione in cui eravamo diretti, mai con meno di trenta nodi. Rimanemmo bloccati per ben cinque giorni, in rada, all’isola di Cabrera, molto bella il primo giorno, meno il secondo, una galera dal terzo in poi. Il giorno 15 novembre eravamo ancora bloccati a Formentera.

Non avrei mai pensato di essere così debole. I dubbi che mi assalivano, le angosce dei tempi non rispettati, mi avevano fatto perdere la serenità indispensabile per la realizzazione di un sogno così grande. Una notte, durante un tentativo di raggiungere Gibilterra da Formentera, il vento, prima di venti nodi da SW, rinforzò, divenne a raffiche da 40 nodi con corrente contraria. Avevo proprio la sensazione, irrazionale, che l’oceano Atlantico ci respingesse con la sua forza, anche se così distante. Mentre ero al timone mi veniva in mente le tragedia del ” Parsifal”, avvenuta non lontano da quel punto nave, pensavo che anche io ero lì con mio figlio e mi tornavano alla mente i rimproveri di mia moglie che mi ritiene responsabile della passione per il mare trasmessa a nostro figlio. Il tempo non consentiva alcuna tregua e per radio si preannunciavano burrasche da SW. Decidemmo di rientrare a Formentera, con la tristezza tipica della sconfitta. Mentre attendevamo il passaggio della ennesima perturbazione, giunse la goccia che fece traboccare il vaso. A casa erano intervenuti dei problemi per i quali era indispensabile il mio rientro. Dovemmo rinunciare al sogno e mentre rientravo velocemente, mio figlio e l’amico rientrarono in barca a Napoli.

La nostra vita era veramente cambiata, come un bambino spaventato avevo paura di sognare nuovamente la grande avventura, come avevo fatto fino a quel momento. Sentivo anche la responsabilità di aver costretto mio figlio alla sconfitta. Lo stesso andare in barca era divenuto meno bello. Tornavano sempre i brividi del fallimento, la tristezza della sconfitta. Mi sentivo come rifiutato dal mare che invece per me era stato sempre motivo di gioia, di sfida, di serenità e soddisfazione.

In occasione della fiera nautica di Genova, la voglia irrefrenabile di vincere mi assalì. Vidi l’annuncio di una scuola di vela per la partecipazione alla “ARC”, vidi la barca, nuova e di dimensioni simili alla mia, prenotai per partecipare. Per la prima volta avrei navigato senza mio figlio. Avevo bisogno di fare i conti con me stesso. Non potevo rinunciare per sempre a sognare.

Così, il 21 novembre 2001, mi imbarcavo a Las Palmas per partecipare alla famosa regata transatlantica partita il 25. È stato come riconciliarmi con il mare, come essermi riscattato da una delusione attanagliante, come riprendere la voglia di sognare e sfidare le avversità. Tredici giorni ipnotizzato dalla grandiosità dell’oceano, riuscendo a condividere le gioie e i naturali timori di una navigazione con persone fino a quel momento sconosciute e che vivevano la mia stessa avventura, provavano se stessi come stavo facendo io. Questa comunione di stati d’animo ha permesso di convivere con i nove compagni di navigazione in un clima di perfetto equilibrio tra complicità e riservatezza. Era come se ognuno di noi avesse voglia di condividere con gli altri l’avventura della prima traversata atlantica, ma fosse pienamente consapevole che ognuno aveva il bisogno di conservare uno spazio di riservatezza nel quale fare i conti solo con i propri pensieri, i propri sentimenti, i propri problemi che avevamo bisogno di testare e rimettere in ordine nella nostra mente e nel nostro cuore. Sono certo che ognuno di noi ha portato a termine questa avventura riuscendo a porre quell’ordine nei pensieri e nei sentimenti. Siamo arrivati a Santa Lucia soddisfatti e riconciliati con noi stessi. Il mare ancora una volta mi aveva ridato la voglia di ricominciare. Quel mare che è capace di infliggere feroci sconfitte e dolcissimi perdoni che scandiscono costantemente il giusto ordine delle dimensioni delle forze della natura e quindi dell’uomo in essa.

Per concludere, mi piace riferire che al rientro a casa anche i miei familiari e soprattutto mio figlio si sono resi immediatamente conto quanto era stata salutare quella rivincita, anche il mio medico lo ha fatto, con esami clinici alla mano. Tutti i problemi erano scomparsi. È proprio vero, tutte le malattie provengono dal cervello e non c’è altro modo di curarlo se non quello di staccarlo dalla routine per un periodo di tempo. Questo è possibile solamente in mare, durante lunghe navigazioni, quando non è il cervello a decidere cosa pensare, ma è il mare, le condizioni che esso impone, a pilotare la nostra vita e anche i nostri pensieri. I groppi minacciosi al tramonto, consentono esclusivamente di concentrarsi sull’evolversi delle condizioni atmosferiche; il caldo sole e le onde in poppa che ti spingono, a volte anche in planata, sembrano che riescano a parlare alle tue orecchie non consentendo al cervello di pensare a null’altro. Quelle onde pare parlino al sub conscio ipnotizzando il cervello. Al rientro ero talmente appagato da confessare di non sentire la voglia di riprendere il largo, ero felice di essere cambiato, di riuscire ad avere un rapporto meno conflittuale con il resto del mondo, più disponibile, di avere la fortuna di essere circondato da affetti.

Ogni giorno che passa, però, sento più prepotente la voglia di incontrare nuovamente quel mare, quelle emozioni, quelle sensazioni trasmesse dalle onde in poppa.

Nella speranza di essere riuscito a trasmettere a tutti gli amici lettori della rivista le sensazioni che ho tentato di esprimere, buon vento.

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Nautica Editrice

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