Martinica? No, Ostia

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MARTINICA? NO, OSTIA

Testo di Giorgio Biuso

Per il recupero dalle nevrosi da stress, dieci giorni a bordo del “Sais light” nelle acque della Martinica sono il minimo per ottenere qualche risultato valido. Arrivi stremato, con la stanchezza del viaggio che si aggiunge alla prostrazione che ti ha procurato la tua bella città durante un anno di lavoro e ti trovi, sotto l’ala dell’aereo che atterra, una deliziosa isola. Sbarcato, ti accoglie una brezza delicata che, con la sua persistenza, riesce a mantenere, nonostante il sole dei tropici, una temperatura costante di venticinque gradi, giorno e notte. In città gente che sorride e saluta, solo gli “skipper”, dopo averti squadrato con un’occhiata severa, passano oltre accigliati e indifferenti.

Non capisco, se sono in vacanza meglio di questo non potrebbero trovare, se fanno “charter” non è questo il posto dei turisti che amano il mare, del vento teso e costante, del mare tranquillo in questa stagione? Certo quando è tempo di uragani è meglio scendere a sud ma siamo a metà gennaio, perché quelle facce scure?

L’accoglienza di Lillo, skipper per vocazione, mi ha reso l’arrivo ancor più piacevole.

Felice, abbronzato, da un anno naviga in questi mari, mi aveva appena mostrato la mia cuccetta e subito mi aveva condotto a vedere le meraviglie del villaggio che circonda la piccola marina di Point du Bout.

Con un enorme astice lesso davanti e una bottiglia di ottimo Chablis, che perdeva, a causa nostra, troppo rapidamente il suo contenuto, una sera intera passata a raccontarci le nostre cose. Una lunga amicizia e un anno di mancata frequentazione imponeva un’infinita serie di domande e di risposte. Queste non sempre confortanti, alcune terribili ce le siamo risparmiate, avevamo tanti giorni davanti ed è saggio diluire i dispiaceri.

Un paio di giorni per preparare la barca, pagare con mancia il posteggio e via fuori dalla stretta imboccatura del porticciolo evitando per miracolo il “ferry” che arrivava a tutta forza da Port de France.

Qualche ora di mare liscio, vento teso da terra, sette nodi con solo il fiocco medio a riva. Poi virata con il Diamant in vista e mentre Lillo mi diceva dei cannoni inglesi che da quello scoglio sparavano sui villaggi per spaventare i francesi, ci siamo trovati un vento di trenta nodi in faccia. Bordi corti perché navigavamo in un canale non più largo di seicento metri tra due insidiosi banchi di corallo. Onde di prua formate, spruzzi a ogni pruata e un paio di panini e vino limpido e profumato per consolarci.

Arrivo a sera a “Le Marini” e il sonno profondo cullati dalla leggera onda che il vento teso sollevava nella rada anche a una cinquantina di metri dalla riva.

Sono volati questi dieci giorni e quando la nevrosi ha ceduto, mi è tornata la voglia di scrivere. Prima di partire ho voluto confrontarmi con i personaggi che mi avevano ispirato. Ho consegnato lo scritto con le mie meditazioni sugli epigoni del “charter” a Franco. Ha provato a leggerle e me le ha ridate quasi subito, faceva troppa fatica a decifrare la mia scrittura, mi ha detto. Non ci credo, la verità è che non voleva sapere quello che avevo messo sul tappeto. È concentrato da troppo tempo come gli altri padroni di barca che vivono con il “charter” sulla quotidianità che permette loro di sopravvivere. Sono talmente abituati ad affrontare l’unico problema di trovar lavoro che una lettura che contiene considerazioni profonde sulla loro vita li sconvolge. Ma forse è solo pigrizia mentale o dipende da me che scrivo cose noiose? Come se mi avesse letto nel pensiero, per consolarmi e anche per dimostrarmi che non era uno svogliato lettore, mi ha consigliato di leggere i libri di Patrick O’Brian. Ne conosco solo uno, “Coste sottovento” impeccabile sotto il profilo della tecnica marinaresca, ma niente altro che ricostruzioni di ambienti storici marini all’interno dei quali si agitano personaggi inventati. Non c’è da capire niente, l’unico sforzo è seguire il senso delle parole. Avventure e concetti morali semplici. Il buono e il cattivo senza sfumature, nessun ripensamento. Se queste sono le uniche letture, si sono staccati da tempo e qualcuno di loro, quando parla, s’intoppa sulle parole, non le ricorda più. Li ho aiutati un paio di volte, suggerendo.

Sono dieci giorni che ascolto racconti di disgrazie e di incidenti. Coste infide, venti violenti, popolazioni inospitali, il riposo mi ha dato un equilibrio perfetto, riesco a distaccarmi e ascolto con l’aria beata. Resto a guardare l’acqua e mi accorgo che le immagini che vi si rispecchiano sono mobili amebe di colore. Ognuna ha la sua forma e la sua posizione ma le cambiano ambedue a ogni istante. Si creano colonie di amebe che, coprendo tutta la superficie della rada, riflettono, deformandole e storcendone i contorni, le armoniose linee delle barche alla fonda. Che magico spettacolo mi appare poi quando il sole è appena calato dietro la collina, luce pura vibrante in contrasto con il verde scuro della vegetazione che, tropicale fino a un momento prima, ora mi ricorda il colore del Gianicolo a sera. Ne parlo e nessuno se n’era mai accorto, nemmeno quello che da sedici anni naviga tra queste isole, capisco che mi stanno prendendo in giro. Me lo merito.

È l’ultimo giorno di vacanza. È mattina e sono le otto, mentre faccio il caffè, puntuale parte l’appello di Valeria sulla 6828. Il perno, il motore, l’ordinatrice della trasmissione è Valeria. Intollerante, aggressiva, suadente, imperiosa, impertinente e loquace, sembra uscita dalla scuola della Carrà ma al contrario di quella è così utile.

Con il marito ha fatto “charter” per sei anni ed è stanca e dice che invecchiando vuol fare un altro mestiere. Ma quale nuovo mestiere se con quella radio da 250 watt è diventata un servizio pubblico, un insostituibile ponte degli amici naviganti, un faro di simpatia e conforto. Tiene nota di tutte le posizioni, consiglia, rimprovera, compiange, comprende, sfotte, si lamenta, redarguisce, impone silenzio, conforta. Grazie Valeria ti vogliamo tutti bene. Udite, un giorno avevo bisogno di un dottore, me ne ha trovati cinque. Poi, siccome erano tutti in vacanza, sono andato da un altro e lei ha voluto subito l’indirizzo. Ma quale ASL, quale organizzazione riesce a essere così efficiente.

Mi dispiace lasciare questi amici ma il taxi mi aspetta e Lillo mi sta passando il sacco che lascio cadere sulla banchina per abbracciarlo commosso. L’aereo parte tra due ore e so che continuerò a commuovermi quando dal finestrino vedrò spuntare sotto l’ala le luci che illuminano le vie di Port de France e mi ricorderò dell’ultima raccomandazione di Lillo: “A Parigi, per carità, non dire che sei stato in vacanza in Martinica, è come se a un romano dicessi che sei stato a fare il bagno a Ostia”. Sarà vero? Provate voi io non l’ho fatto.

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