Takaroa

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

TAKAROA

Testo di Vincenzo Aita
Pubblicato su Nautica 498 di ottobre 2003

Takaroa è la nostra barca; di mio figlio Giovanni e mia. Il nostro è stato un amore a prima vista. Quando la vedemmo, per la prima volta, ormeggiata a Napoli, alla banchina del Borgo Marinari, ci bastò un attimo per esclamare contemporaneamente: “È lei!”.

Circa dieci metri, le linee filanti di una volta, il bordo alto, la coperta in teak.

Sembrava in ottime condizioni e non dimostrava i quindici o sedici anni che certamente doveva avere. Il marinaio ci aveva già detto che era in vendita; non ci restava che fissare un appuntamento col proprietario per visitarla!

La visita si dimostrò al di sopra delle aspettative: gli interni erano curatissimi, tutto era tirato a lucido. Nella sentina poi si poteva mangiare! Eravamo cotti al punto giusto. Combinammo subito un appuntamento per una prova in mare, ma ormai era già nostra!

Takaroa superò brillantemente la prova in mare con vento a venticinque-trenta nodi. Superò anche la prova della visita di mia moglie: “È bella comoda, con questa barca verrò volentieri anch’io!” (per la cronaca, non ci è mai venuta).

Era fatta, trattammo debolmente il prezzo accettando rapidamente tutte le condizioni del venditore, e ci accordammo per andare dal notaio il giorno successivo.

La stessa sera quel simpatico signore mi telefonò per scusarsi: non se la sentiva di separarsi dalla sua barca, non la voleva più vendere! Mi assicurò che non vi erano altre ragioni, che non era una questione di prezzo, e che, qualora avesse superato questo suo problema mi avrebbe chiamato.

Dovetti faticare per trattenere Giovanni, che voleva andare a discutere la questione da vicino…

E fu un bene, perché, dopo qualche giorno, quel signore chiamò: aveva superato il blocco psicologico ed era pronto a vendere. Gli promisi che avrebbe potuto rivedere Takaroa tutte le volte che avesse voluto ma, dopo quella volta dal notaio, non l’ho più visto.

Ora Takaroa è la compagna di tutte le nostre vacanze. E quando dico nostre intendo dire di Giovanni e mie, perché mia moglie è giunta alla conclusione che una barca comoda per lei dovrebbe avere le dimensioni di un transatlantico, e le mie figlie, dopo un primo esperimento (due o tre giorni alle Eolie), non vi hanno messo più piede.

Ne consegue che il nostro equipaggio, a parte noi due, varia continuamente. In genere sono amici di Giovanni alla prima esperienza, ma pieni di entusiasmo e di buona volontà, che non si tirano mai indietro quando c’è un lavoro da fare.

I più assidui sono Massimo, Oscar e – un pò meno – Mauro. Poi, di tanto in tanto, abbiamo il piacere di ospitare Silvana e Simona le ragazze di Giovanni e Oscar.

Massimo è un appassionato surfista, e il nostro assicuratore. È bravissimo in tutti i lavori manuali: se una vite non si svita Massimo ci riesce, se un pezzo di metallo non si sega basta dirlo a lui, se siamo fermi alla fonda si mette a lavare le murate. Non bisogna però mai perderlo d’occhio perché, se pensa che il Loran o la bussola non funzionino perfettamente, li smonta immediatamente. Altra precauzione importante è di non farlo mai distendere, perché, come si trova in posizione orizzontale, piomba subito in un sonno profondo. Una notte si presentò per il suo turno di guardia in pozzetto, armato di cuscini e di coperta. Dopo avergli sequestrato tutto, gli parlai a lungo dell’importanza del compito affidatogli e, mentre gli facevo notare che mettevamo le nostre vite nelle sue mani, mi accorsi che riusciva a dormire anche seduto e annuendo meccanicamente!

Oscar è soprannominato il pirata per la sua abitudine, appena arriva a bordo, di issare una bandiera nera fatta con una canottiera sulla quale ha incollato il regolamentare teschio bianco con tibie incrociate. Inoltre, da rude uomo di mare, si fa la barba accoccolato sulla tuga, con il rasoio libero e un minuscolo specchietto agganciato all’albero. A bordo è sempre attivo e pronto agli ordini, a condizione che il mare sia completamente piatto, altrimenti sparisce sottocoperta a combattere il mal di mare.

Mauro è meno assiduo. In effetti non è un marinaio e non vuole esserlo. È però la bontà personificata e noi tutti gli vogliamo molto bene. Inoltre, particolare che non guasta, è un eccellente cuoco. Non ha familiarità con i termini nautici, non li vuole imparare ma, quando viene con noi, ci sta bene così.

Eppure, con questo equipaggio, e con un comandante che – a voler essere indulgenti – si può definire un novellino, Takaroa ci ha portato in giro per il Mediterraneo, perdonando tutti i nostri errori, e ovviando, con le sue doti di stabilità e robustezza, a tutte le nostre false manovre.

Questo non significa che non abbia il suo carattere e la sua personalità, anzi, a questo proposito, voglio raccontarvi di quella volta a Ustica.

Prima però bisogna che vi dica qualcosa in più su Takaroa: Takaroa non è una comune barca, fatta di vetroresina, legno e metalli vari. Takaroa, nascosto da qualche parte – forse in sentina – ha un cuore.

Ormai ne sono convinto: uomini che amano la propria barca sono abbastanza comuni, e io – inutile nasconderlo – sono certamente fra questi. Ma barche che ricambiano questo sentimento non credevo che ne esistessero.

Takaroa certamente mi ama, ed è gelosa e dispettosa come potrebbe esserlo una donna. Se la curo e la coccolo, se sto molto spesso con lei, diventa dolcissima: e riesce a indovinare i miei desideri, portandomi dove voglio solo leggendomi nel pensiero. Ma se per un pò la trascuro e la lascio sola, diventa antipatica e infida: si mette a dispetto! Allora anche prendere una boa diventa difficile… si ferma due metri prima, o arriva sulla boa che sembra ferma, e invece prosegue sparata. Se cerco di manovrare a marcia indietro si diverte a fare quello che vuole, infischiandosene di tutti i miei calcoli sull’effetto dell’elica.

Quel giorno però, entrando nel porto di Ustica, il nostro rapporto era idilliaco, inoltre, chissà per quale miracolo, c’era un posto libero in banchina proprio al centro! Era l’ora della passeggiata e il molo era gremito di villeggianti. Takaroa e io ci sentivamo osservati da mille occhi curiosi e interessati… volevamo fare bella figura. Puntammo la prua dritto verso l’ormeggio, ci fermammo sul punto preciso dove volevamo gettare l’ancora, poi, con attenta manovra avanzammo lentamente, con tutta la barra a dritta, fino a disporci con la poppa un pò laterale all’ormeggio. Quando ingranai la marcia indietro, Takaroa spostò il sedere… pardon la poppa nella giusta direzione e quindi, preso l’abbrivio, andò a fermarsi, bella dritta, a mezzo metro dalla banchina.

Prontamente Massimo balzò a terra con un elegantissimo volteggio: io mi chiesi come mai non avesse portato con se un capo della cima di ormeggio. Comunque – con la massima calma – dissi a Oscar che era a poppa: “Tiragli la cima!” Oscar, prontissimo, prese la cima, che era ordinatamente arrotolata e gliela tirò. Ma gliela tirò tutta, senza trattenersi il capo da assicurare alla barca. Massimo la ricevette con una presa perfetta e, sentendo le mie urla disumane, pensò bene di tirarla di nuovo a Oscar, sempre senza trattenersi un capo!

A questo punto Takaroa perse la pazienza e, certamente per la vergogna, cominciò ad allontanarsi rapidamente dalla banchina. Oscar – che finalmente aveva capito – stringendo saldamente un capo, lanciò la cima verso Massimo. Ma ormai ci eravamo troppo allontanati, e il groviglio finì miseramente in mare.

Scusatemi, ma non me la sento di continuare a rivoltare il coltello nella piaga, sappiate solo che a Ustica, in quella parte del molo, c’è ancora oggi gente che si rotola per terra e non riesce a smettere di ridere…

Quanto a Takaroa, sono certo che neppure Moitessier riuscirebbe più a farla entrare in quel porto.

Ora la nostra amica è in secca, malinconicamente sdraiata su di una invasatura che non è sua, in un cantiere dove certamente qualcuno si sta domandando come mai nessuno va mai a sollecitare i lavori richiesti.

Lei non lo sa, ma noi non l’abbiamo dimenticata. Giovanni e io ci stiamo palleggiando l’incarico di andare a questo benedetto cantiere, nascondendoci dietro la scusa che siamo molto presi dal lavoro. Ma la verità è che siamo confusi: noi viviamo in una città di mare, in una città favorita dalla Natura, dove si potrebbe tranquillamente uscire in mare tutto l’anno, e dove possedere una barca invece dell’automobile dovrebbe essere la cosa più facile e naturale. Purtroppo non è così. Inutile, in questa sede, elencare i mali e le disfunzioni, ma il fatto è che mia moglie ha ragione: in casa nostra lei mantiene la famiglia e io la barca!

Cosa fare? Vendere Takaroa? Questo pensiero sacrilego, se pure mi ha sfiorato qualche volta, è stato sempre ricacciato immediatamente nei più profondi recessi del subconscio (bello: i più profondi recessi del subconscio!) Un’amica non si vende! “Allora andiamo tutti a mangiare a casa del subconscio!” direbbe mia moglie.

Scherzi a parte, prima o poi usciremo dalla crisi spirituale e Takaroa tornerà in mare. Nel frattempo continua a rendersi utile come può: per ora mi basta sapere che c’è, che se decido di piantare tutto e andarmene in giro per il mondo Takaroa è lì che mi aspetta…

E intanto la uso come tranquillante: capita a tutti credo, di andare a letto dopo una giornata particolarmente stressante, e di non riuscire ad addormentarsi. In questi casi io chiudo gli occhi e mi metto a pensare a quando Takaroa e io ce ne andremo via insieme. Comincio così a immaginarmi tutta la sequenza delle azioni… da quando, in porto, comincio a sciogliere i legacci della randa e sistemo il genoa sullo strallo, quando sciolgo gli ormeggi ed esco lentamente a motore dal porto, quando, finalmente fuori, innesto il timone automatico e isso prima la randa e poi il genoa e comincio a navigare su un mare appena increspato, di bolina larga, e navigo… e mi addormento come un angioletto.

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