Adrenalina da viaggio: Thaiti, Tahaa, Raiatea, Bora Bora

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

ADRENALINA DA VIAGGIO

Testo di Roberto De Simone – Foto di Roberto ed Enrico M. De Simone
Pubblicato su Nautica 499 di novembre 2003

Le Isole Sottovento della Società
La Polinesia Francese: Thaiti – Tahaa – Raiatea – Bora Bora

Molto spesso, viaggiando, ricevi dalle persone, dalle immagini, dal cibo, dai profumi, da ciò che vedi attraverso il mirino della tua macchina fotografica una quantità di emozioni che nemmeno comprendi. Poi, a distanza di tempo, metabolizzi tutto e ti rendi conto di ciò che il “tuo viaggio” ti ha dato e rimarrà per sempre una tua proprietà.

E finalmente scatta quello che io definisco il periodo della “Adrenalina da viaggio”. Quell’adrenalina che ha un percorso bellissimo: si insinua nel sangue dal momento che lo desideri, matura quando scegli la località, si esalta quando stabilisci il modo di viverlo, ha un momento di parziale liberazione quando paghi l’acconto del biglietto aereo, ti tremano i polsi al saldo, per avere la sua apoteosi nel momento in cui ricevi dalla compagnia aerea il “pass” che ti permetterà di vivere il tuo sogno: A/R Venezia- Papeete-Venezia. Da quel momento alla partenza scatta il periodo tumultuoso: prendere coscienza del rapporto con il fuso orario, moneta locale, consultazione di ogni tipo di carta, geografica, politica e nautica, scelta dell’abbigliamento (sempre troppo), scambio di e-mail per gli ultimi dettagli sul nostro arrivo con Antonio Penati, il capitano del “Lycia”, lo splendido 19 metri a vela dove abbiamo deciso di andare e dal quale riceviamo ogni tipo di incitamento alla partenza. E finalmente eccoci in volo verso Tahiti-Tahaa, Raiatea, Bora Bora.

RAIATEA

L’aereo proveniente dall’isola di Tahiti e dalla sua capitale Papeete prepara la discesa su Raiatea. La laguna che circonda l’isola ha il tipico colore turchese e, vedendola dall’alto, si capisce perché Raiatea e Tahaa, situate appunto nell’arcipelago delle Isole Sottovento, siano sempre considerate come un tutt’uno; nelle carte nautiche come nelle cartoline illustrate, nelle guide turistiche come nel vissuto di chi le abita. Ma c’è un angolo che colpisce maggiormente la nostra attenzione, ed è il verde smagliante di una montagna senza cima, il monte Tapioi. La baia sottostante ospita il porticciolo di quella che dovrebbe essere la capitale di Raiatea: Uturoa, una cittadina con una doppia fila di edifici a un piano disposti sul lungomare. In pratica una capitale che si risolve in poche centinaia di metri. Ma in altrettanti pochi ti fa entrare nel suo dolce e sereno quotidiano. L’aereo atterra e l’hostess vestita di fiori ci saluta sorridente: iaorana, e maeva! Buona giornata e benvenuti!

Uturoa pullula di traffici, commercio e negozietti di souvenir artigianali (locali e meno) qualche cineseria di troppo, simpatiche roulottine adibite a snaks ad ogni angolo della piccola piazza centrale. I proprietari, anzi le proprietarie, quasi tutte donne, possiedono delle bellezze alle volte “imbarazzanti” condite sempre da uno splendido sorriso pieno di serenità. Devo dire che anche le signore non più giovani, dalle forme decisamente robuste (vedi Gauguin), mantengono lo stesso fascino e bellezza delle più giovani, e se qualcosa va storto, con il solito rassicurante sorriso ti senti dire: “Pas probleme” e tutto è già superato!

Esiste anche un nuovo e fiammante centro commerciale, chiamiamolo così, formato da tanti bungalows con il tetto di foglie di pantanus, molto bello ma dall’aria troppo nuova, che costeggia il lungomare della cittadina. È stato costruito solo da poco per accogliere i turisti americani delle grandi navi da crociera che, settimanalmente, iniziano proprio da Raiatea il loro giro tra le Isole di Sottovento, Proprio come faremo noi a bordo del “Lycia” che ci attende al porticciolo di Uturoa.

A proposito di accoglienze mi piace ricordare la delicatezza con la quale Antonio Penati (skipper, anzi capitano, del “Lycia”, scusate ma è una differenza abissale da non dimenticare mai) pur non facendo parte di un gruppo organizzato, ci ha accolto all’aeroporto di Raiatea nel modo più dolce e tradizionale: con la stupenda collana di fiori di Tiarè freschi. La tradizione vuole che all’arrivo si riceva la collana di Tiarè e alla partenza si indossi quella di conchiglie. Ho scoperto che gli habitué di queste isole usano indossare contemporaneamente, ad ogni partenza, tutte le precedenti, quindi, se si vuole, è possibile contare il numero dei loro viaggi.

Il capitano del “Lycia” sa bene come guidare i suoi ospiti alla scoperta di Raiatea che, seppur priva delle spiagge bianche delle isole vicine, ha saputo mantenere il fascino particolare della sacralità mitologica.

Raiatea era la capitale religiosa della Polinesia di ieri, e ospita il più importante “marae” (luogo sacro, una specie di terrazza sul mare da dove partivano le piroghe alla scoperta delle altre isole) di tutta la Polinesia. La sua sacralità era talmente riconosciuta che nessun altro marae poteva essere costruito nelle altre isole senza che la prima pietra, proveniente dal marae di Raiatea, non venisse fisicamente appoggiata sul suolo della nuova isola. Le 8 passe (ingressi da e per l’oceano dalle lagune) tutte attorno l’isola, sono ottime porte per la laguna di Raiatea; ampie e profonde, mantengono una perfetta ossigenazione delle acque, rendendo agevole la navigazione di chi voglia divertirsi ad andar dentro e fuori dalla laguna con le proprie vele. I motu di Raiatea, così si chiamano gli isolotti circolari pieni di vegetazione, sempre all’interno delle lagune, sono grandi e ben tenuti, e offrono ancoraggi in pochi metri d’acqua turchese. Sono risultati essere ideali per le soste giornaliere del tipo “Robinson dei giorni nostri”. Pensate che l’ente del turismo locale li ha attrezzati con tavoli, docce, toilette e pergolati in foglie di cocco per potersi riparare in vista di acquazzoni tropicali che spesso sorprendono i diportisti. Forse era meglio lasciarli un pò più “nature”.

Il motu Iriru, meglio noto come “il motu degli uccelli”, e il motu Nao Nao sono quelli maggiormente frequentati e più famosi. Hanno le spiagge bianco-smagliante e tutto attorno fondali fantastici per lo snorkeling, che consente di ammirare la flora e la fauna sommersa. Il motu Nao Nao è situato accanto ad una passe con uno spettacolare Tombant (barriera corallina) che ospita murene dalle dimensioni incredibili e pesci tropicali di fogge e colori veramente impressionanti, senza contare le conchiglie di ogni tipo e misura; che meraviglia!

Sul monte Temeehani, un pò faticoso arrivarci, ma ne vale la pena, abbiamo ammirato il Tiare apetahi (un fiore rarissimo di specie endemica che cresce sul massiccio di questo monte) che accresce la fama, la sacralità e l’unicità dell’isola, dandoti da lassù la possibilità di ammirare un paesaggio davvero mozzafiato. Un acquazzone tropicale, purtroppo, non ci ha permesso di inoltrarci nella baia di Faaroa in piroga per risalire l’unico fiume navigabile di tutta la Polinesia Francese, rinunciando così a scoprire un’atmosfera selvaggia, fuori dal tempo, che se non proprio sacra è, a dire dei polinesiani, unica nel suo genere tra le isole di Sottovento. Pazienza, è il caso di dirlo, e questa volta con piacere… Sarà per la prossima volta!

Ci siamo quindi attrezzati con un mezzo meno affascinante della canoa, ma altrettanto efficace: un bel fuoristrada che ci ha permesso di passare attraverso piccoli villaggi dell’entroterra e fare incontri tanto semplici quanto straordinari; bancarelle di fortuna che vendono un solo casco di banane e un’altra di soli pompelmi o ananas. Addentrandoci in un sentiero che va verso il mare si può incontrare, come succede spesso, gruppetti di grasse e morbide polinesiane vestite di un pareo a fiori e decorate da un elegante fiore all’orecchio che non manca mai. Le trovi sedute a due a due o a quattro a quattro sotto la veranda di una casa che ha più porte e finestre che pareti, intente a cucire un enorme tifaifai da vendere al mercatino, oppure commissionato da una popàa (straniera) e mentre con le mani cuciono mille pezzi di stoffa coloratissima, le bocche parlano e ridono, ridono e parlano, ma soprattutto ridono. Le vahine (le ragazze), invece, sono sedute più in la dalle maman, e infilano conchiglie per farne collane, orecchini e cappelli, si raccontano segreti e forse speranze canticchiando, in rigoroso dialetto Raromatai (il nome di Raiatea in polinesiano) una dolce cantilena. Più conosci quest’isola e più ti rendi conto che è una specie di “buona mamma” che accoglie tutti senza fare domande. Molti navigatori e turisti di passaggio sono rimasti intrappolati dall’energia della Polinesia, dai colori, dai profumi, dai tramonti dai colori struggenti. E tra questi Raiatea ha accolto una piccola comunità di Italiani che hanno trovato una buona ragione per fermarsi; una per tutti Elena, con il marito Claus e i loro figli Nicole e Jonathan. Sono arrivati qui un anno e mezzo fa, dopo 5 anni di navigazione a vela a bordo del loro “Viking”, un Hallberg-Rassy 38, passando in Mediterraneo, Atlantico, Caraibi e Stati Uniti. Sono stati evidentemente colpiti da un amore a prima vista per la Polinesia e i Polinesiani, per la possibilità di mandarci i figli a scuola, trovando ispirazione per nuovi progetti. Claus, grafico italo-danese, ha approfondito lo studio degli antichi simboli dei tatuaggi marchesiani e di una misteriosa e indecifrata scrittura dell’Isola di Pasqua, la scrittura Rongorongo. Ispirato da questi simboli dipinge grandi tele che mettono in risalto il suo passato di grafico designer interpretando i segni Mahori, visibili anche in un sito web (www.polyartworks.co) e si sta organizzando per esporre in Italia.

Elena, invece, organizza per gli italiani viaggi “su misura” fuori dagli schemi dei circuiti turistici tradizionali: per mostrare la Polinesia vera, autentica, fatti di incontri con i locali, con le loro tradizioni, il loro artigianato e i loro costumi, scegliendo solo piccole e tipiche “pension de famille” e crociere in barca a vela per godere al meglio terra e mare. Devo dire un bel sistema per evitare agli Italiani lo stress e il collasso economico e, perché no, la noia dei soggiorni negli hotel a cinque stelle.

Ancora una nota, anzi una pennellata di romanticismo e curiosità nautica su Raiatea: quest’isola ospita una barca famosa, l’ultima barca di Bernard Moitessier e della sua compagna Veronique, una donna silenziosa e gentilissima. Se lei è a bordo e lo desiderate, potete chiedere di visitarla: la troverete ancora come Bernard l’ha lasciata, uguale ai suoi racconti, identica a come l’abbiamo immaginata tutti noi… Ci sono ancora i tappi dei barattoli attaccati sotto il tavolo…

TAHAA

Viene chiamata l’Isola Vaniglia: infatti, accoglie decine e decine di piantagioni di vaniglia e di laboratori di essiccazione di questo baccello.

Visitarli è un vero piacere: per il profumo intenso della vaniglia che vi ristagna, per il sorriso delle vahine che massaggiano i baccelli catalogandoli per lunghezza, per la dedizione che accompagna ogni gesto durante l’operazione di fecondazione manuale del fiore. Un’operazione questa piena di grandissima suggestione. Separata da Raiatea da solo un miglio di mare, Tahaa è una piccola e luminosa stella delle Isole di Sottovento. Produce l’80% della vaniglia di tutta la Polinesia e dà i natali alle vahine più belle (già due miss Tahiti provengono dalla piccola Tahaa). L’isola è verdissima, la sua ricca vegetazione sembra custodire qualcosa di gradevolmente misterioso, i suoi abitanti sono semplici ed ospitali e le sue baie profonde e sicure. Quest’isola è circondata da motu di rara bellezza, non a caso una famosa catena alberghiera ha appena aperto un hotel a 5 stelle sul motu Taotao che ha già la fama di essere uno dei più richiesti della Polinesia. La oha del motu Taotao è un tratto che tutti bene o male conoscono, e soprattutto i velisti, poiché rappresenta uno degli angoli più magici per praticare uno snorkeling davvero spettacolare in soli 80 centimetri di acqua dalla trasparenza unica. E infatti il grande Antonio non ci ha fatto mancare questo appuntamento, ormeggiando il “Lycia” in modo tale da darci la possibilità di godere di questa meraviglia, attrezzati di maschera e pinne.

Gli altri motu sono più o meno deserti o poco abitati. A nord si trova una famiglia che ha avuto in concessione un motu per coltivarci le angurie, mentre ad est, il motu Cèran ospita un intraprendente imprenditore svizzero che alla domenica, all’ora di pranzo, prepara leccornie cucinate nel tipico forno polinesiano (il forno scavato nella terra nel quale per ore cuociono pesci o carni al vapore) per i turisti del week end.

Ed ecco la chicca delle chicche: per chi volesse le chiavi per visitare l’isola nel modo migliore, può affidarsi alla sapienza e delicatezza di Alain e Cristina Plantier. Antonio sa bene che sarebbe stata una piacevolissima sorpresa, e perché il tutto avesse maggiore effetto, ha taciuto della bellissima gita sino all’ultimo istante. Dirige senza dubbi, ma senza spiegazioni, verso la baia di Hurepiti, esattamente dal lato opposto della baia di Haamene dove eravamo, tanto che sembrano comunicanti. Qui ci aspettano Alain e Cristina, lui esperto di botanica tropicale, Cristina architetto svizzero-italiana. Arrivarono 20 anni fa con la loro barca a vela e si istallarono nella baia di Hurepiti. Comprarono la terra, dopodiché si dedicarono alla costruzione della loro casa: 4 Farè (locali ognuno con funzioni differenti) divisi tra di loro ma su un unico piano, che formano un gioiello di tradizione architettonica polinesiana, utilizzando solo materiali naturali. Pensate che hanno i pannelli solari ma non la corrente elettrica.

Questa affascinante gita inizia in fuoristrada dalla loro casa, dopo essere entrati nella giusta atmosfera seduti per un pò a chiacchierare di chi siamo, cosa facciamo, e soprattutto da dove veniamo, con divertenti riferimenti alle comuni conoscenze dei luoghi di origine di ognuno, il tutto vissuto all’ombra del loro meraviglioso giardino-frutteto.

Partiamo alla scoperta dell’isola, fermandoci prima di tutto in una piantagione di vaniglia. Assistendo dalle mani di Alain, piene di maestria e tenerezza, alla fecondazione manuale del fiore, operazione questa piena di problematiche e indispensabile per la continuità della specie in Polinesia, diversamente la vaniglia non sarebbe in grado di riprodursi. Si è provato ad importare l’ape impollinatrice, ci spiega, originaria del Messico, ma arrivando in queste isole perde la sua capacità. Persino Alain, che per anni ha avuto una coltivazione, di fronte a questo fenomeno non sa darci una spiegazione. Alain ferma spesso la macchina, ci fa scendere e avvicinare a una pianta, a un albero, a un fiore che senza la sua guida sicuramente non avremmo coperto di grande attenzione.

Di ciascuna pianta ci dà il nome (scientifico e polinesiano), la provenienza, le virtù nutritive, le forme di utilizzo pratico, medicinale, cosmetico o semplicemente decorativo, trasportandoci ogni volta lontano nel tempo, a centinaia, a volte migliaia di anni fa. Divertito dalla nostra insaziabile curiosità, consapevole di averci trasformati tutti in attenti scolari, come se fosse un complice della natura e senza farsi accorgere, ci infila nel taschino dei peperoncini selvatici rosso- acceso e fiori simili alla nostra ginestra, aprendo poi un piccolo frutto dal quale sgorga una specie di vernice giallo-ocra che i polinesiani usano come colorante decorativo.

La passeggiata con Alain ci fa scoprire anche i panorami più incredibili di Tahaa, la sua lingua, i suoi motu in lontananza, le sue baie profonde e tranquille. Passiamo accanto a interminabili distese di aito, conosciuti come “alberi del ferro” per la loro incredibile robustezza, simili a pini di montagna, e poi piantagioni di ananas che profumano la strada sterrata che li costeggia, e ancora alberi di pompelmi giganti, grandi come i nostri meloni, per niente aspri anzi dolcissimi, papaye dal colore verdeoro e mango superbi e pieni di colori. Inutile dire che il pranzo è stato a base di frutta, in un angolo di paradiso che ci permetteva di vedere contemporaneamente le due baie di Hurepiti e Haamene.

Tahaa significa nuda e se vi capitate in Ottobre potete assistere alle gare di pesca al sasso e a una tappa della gara nazionale di piroga Hawaiki Nui. L’isola era famosa anche per i suoi camminatori sul fuoco, tradizione oggi perduta. Resta comunque viva la tradizione delle danze e dei canti, tanto dolci quanto intriganti, che per l’Heiva di Giugno-Luglio impegna quasi tutte le donne di Tahaa ad esibire il loro straordinario talento per l’Ori Tahiti (il vero nome della danza che noi occidentali chiamiamo Tamurè). La giornata scorre in un lampo, veramente gradevole, e dopo i saluti affettuosi con Alain e Cristina Plantier terminiamo la sosta a Tahaa con una cena incredibile al ristorante Chez Luise: ridanciana e inequivocabilmente polinesiana, la proprietaria ci ha presentato una tale varietà di pietanze da farci tornare a bordo… barcollando. Tra i fumi dell’ottima birra locale, ricordo distintamente il mahi mahi alla salsa di vaniglia, l’aragosta e i gamberetti al curry, il sashimi alla polinesiana con lo zenzero. Per il resto devo dire c’è un pò di “nebbia”, ma ricordo bene quanto eravamo tutti felici.

BORA BORA

Usciamo dalla pass di Tahaa ed eccoci finalmente a veleggiare in aperto Oceano con la prua verso Bora Bora. Dista circa venti miglia e già in fase di avvicinamento, quando il suo profilo di vigile gatto sdraiato diventa nitido, si sente uno strano fortissimo richiamo e da quel momento non si riesce a staccare lo sguardo dalla sua montagna. Sembra un’isola con l’aureola, data dalla spesso frequente nube che circonda il suo monte più alto.

La chiamano “la perla”, “la turistica”, “la più bella”, “la magica”. Tipico del mito: mille definizioni perché si vorrebbe catturare in un aggettivo le proprie emozioni. Ognuno ci prova, nessuno ci riesce e ciascuno ha un pò ragione, ma forse contano di più le cose non dette, quelle che mescolano la fantasia.

Bora Bora, se la vedi a bordo di una barca a vela, è esattamente come la si immagina… Solo che è molto meglio.

Entriamo in laguna dalla sua unica pass che garantisce purtroppo un ricambio “minimo” ai coralli e questo è un handicap, ci racconta un esperto diving locale, perché nel 2001 è stato assente per soli due mesi il vento da sud che garantisce la costante ossigenazione delle acque, mandando in “coma” tutta la laguna, uccidendo i fantastici Giardini di Corallo. Per chi come me, continua, i Giardini di Corallo in piena vita li ha visti, è un dolore fortissimo sapere e vedere che la natura, e non certo l’inquinamento prodotto dall’uomo, abbia deciso una simile catastrofe. I più vecchi dicono però, che ogni tot anni succede e che poi tutto riprende vita come e più di prima. Ci piace credere che sia vero, anche se Bora Bora, per fortuna, sa tenere stretto il suo fascino e l’incidente causato dall’assenza del vento da sud non è stato notato da milioni di ammiratori, compresi noi.

Qualcuno dice che Bora Bora è turistica, ma forse non sa che cosa voglia dire turistica per un occidentale. A Bora Bora si può navigare sottocosta e vi accorgerete della presenza di un hotel solo quando l’avrete sotto il naso: tutto monocolore, i tetti di foglie, i giardini all’interno di un verde intenso e tutto ben mimetizzato nella natura. I bungalow sull’acqua non sono per nulla antiestetici, anzi, hanno un certo fascino.

Il tempo a nostra disposizione sta per scadere, ci rimane da consumare una serata al mitico Bloody Mary’s, che vi consigliamo vivamente di non perdere. Aperto dal 1979 è diventato uno dei ristoranti più rinomati del Pacifico. Qui si beve il mitico Bloody Mary’s (succo di pomodoro, gin… e altro). La lista delle celebrità che lo hanno frequentato, appesa al cartello dell’ingresso, è impressionante. Chiunque può attaccare il proprio messaggio o biglietto da visita sul pannello all’interno, ma sempre corredato del solito dollaro di mancia! Ora c’è anche il nostro. Già solo per l’arredo, del tutto originale, vale la pena di farci un salto. Sistemati sulla sabbia di corallo, all’interno di un tipico fare polinesiano ci sono tavoli e sgabelli in tronco di cocco con attorno la vegetazione tropicale che ti avvolge come anche il sorriso delle bellissime cameriere. Nonostante l’indicibile fascino dell’ambiente, pagando il conto non vi rovinerete, pur avendo mangiato un pescato del giorno, presentato prima di essere cucinato su un enorme tavolo con ghiaccio dove si potrà scegliere tra i suscimi e il pesce crudo al latte di cocco, pesce intero e spiedini, sapendo subito cosa si spenderà (l’aragosta, che è il pezzo più costoso, servita al tavolo costa 4.000 CFP (pari a circa 17,31 Euro). Attenzione però a vino e liquori, costano un’esagerazione.

Ed eccoci alla partenza, agli addii. Antonio conosce bene questo momento e pertanto dimostra ancora una volta la sua saggezza di capitano stando zitto, ma anche per lui, vero uomo di mare, la commozione non è un sentimento sconosciuto e si limita ironicamente a dirci: “Forza ragazzi, sono stanco della vostra insopportabile presenza, è ora che torniate a casetta e al vostro lavoro”. Tutto questo dopo averci abbracciati con affetto e accompagnati sul molo da dove, lo stupendo catamarano a idrogetto dell’Air Traiti, scivolando silenziosissimo sulla laguna liscia come un cristallo, ci porta sul Motu Tuonai, aeroporto di Bora Bora da dove si può ammirare tutta la maestosità dell’isola. Da qui Papeete-Los Angeles-Parigi-Venezia… Grazie Antonio!

E un grazie particolare anche al tuo rassicurante “Lycia”. A presto.

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