Come diventare proprietari di una barca

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LUGLIO 1973 – COME DIVENTARE PROPRIETARI DI UNA BARCA

Testo di Stelio Marzeddu
Pubblicato su Nautica 500 di dicembre 2003

Tutto è cominciato con l’invito di un amico che, volendo passare le sue vacanze alle Baleari con la propria barca a vela, chiedeva compagnia e aiuto per il tratto Circeo-Cagliari. Questo per non stressare troppo moglie e figli piccoli che lo avrebbero raggiunto nel capoluogo sardo.

Una fiammante Alpa 9 accoglie l’equipaggio: James, il proprietario, skipper di provata esperienza; Enrico, amico simpatico e divertente, ma più esperto di roulottes che di barche; Mimmo, taciturno e visibilmente teso in quanto completamente digiuno di esperienze marinare, e io medesimo, neo patentato dopo aver superato l’esame con il mitico Com.te Mario Cardea alla Lega Navale di Roma e la prova in mare con l’altrettanto mitico Com.te Pier Paolo Giua.

Finiti i lunghi e meticolosi preparativi, dopo gli ultimi strazianti addii alle mogli schierate sul molo di Terracina, finalmente leviamo gli ormeggi. Questo il diario di bordo. Appena usciti dal porto issiamo randa e genoa pesante, il motore viene fatto tacere. Vento da NO sui 12 nodi, mare quasi calmo, distanza da percorrere: circa 235 miglia. Calcolando un’ottimistica media di 5 miglia l’ora saremmo dovuti arrivare intorno alle 18.00/19.00 del 3 luglio. In tempo quindi per atterrare con la luce, come prescrivono i saggi testi. Stabiliamo di comune accordo i turni al timone: le prime due ore Mimmo, al quale vengono impartite brevi ma essenziali nozioni di pilotaggio; dalle 20 alle 22 Enrico; dalle 22 a mezzanotte il sottoscritto e a finire Jimmy. Questo l’ordine di successione, che viene immediatamente sconvolto quando ci rendiamo conto che la scia della barca è uno slalom gigante! Decidiamo di esonerare Mimmo dall’impegno del timone, anche in considerazione del suo pallore che non promette niente di buono. Intanto il vento rinforza e la barca è forse troppo invelata; la barra del timone è un pò dura e ogni tanto devo puntare i piedi sulla panca di fronte per non andare fuori rotta.

Calcolo mentalmente quanti chilometri sono 247 miglia, ricordando la formula secondo cui si moltiplica per due il numero delle miglia e al risultato si toglie un decimo del prodotto ottenuto. Naturalmente non riesco nell’intento: Jimmy sicuramente lo sa, ma adesso è occupato ai fornelli. Enrico siede vicino a me; con i suoi occhiali dalla montatura d’oro, osserva imperturbabile la falchetta che spesso rasenta il livello del mare. Mimmo ha un colorito sempre più terreo e quando Jimmy ci scodella in pozzetto una calda minestra di verdure dal profumo indefinibile la sua resistenza cede di colpo. Si china sconvolto sul bordo della barca. Per un istante temo si voglia buttare in mare, ma fortunatamente non è così: dopo qualche penosa convulsione sembra riaversi quel tanto da consentirgli di scendere in cabina e ficcarsi in cuccetta. Non lo rivedremo fino al giorno dopo! Il sole tramonta, una palla di fuoco che lentamente si immerge nel mare. Guardiamo tutti affascinati, finché l’ultimo raggio scompare; è uno spettacolo meraviglioso! Ma intanto il maestrale è sempre sostenuto e, giudiziosamente, Jimmy mi incarica di ammainare il genoa pesante e di sostituirlo con un fiocco, prima che cali il buio. Seguendo il detto “una mano per te e una per la barca” eseguo con un pò di fatica e con qualche indesiderata doccia in quanto la prua sprofonda più volte e il genoa è bagnato e pesante.

Lo sistemo ordinatamente sulla battagliola legandolo con gli appositi elastici: errore di cui ci pentiremo. Ahimè! Ancora non avevano inventato il rollafiocco!

Resto in pozzetto fino a mezzanotte e poi vado a dormire nella comoda cuccetta di sottovento. Mi sveglio di soprassalto per le energiche chiamate di Jimmy che con una torcia potente perlustra la dinette a caccia dei miei occhi. È appena l’una e quindi ho dormito sì e no un’oretta, ma un groppo improvviso di vento rende necessario prendere una mano di terzaroli. Jimmy è al timone e mi fa luce con la torcia. Non guardo il mare nero che ci circonda, ma, sempre con una mano per me e una per la barca, vado a piede dell’albero, allento la drizza della randa che faccio scendere fino al gancio alla base del boma, cazzo la drizza e la borosa e fisso i matafioni. Come si vede che sono fresco di studi! Rientro in pozzetto con le mani che mi fanno male, ma soddisfatto per il buon livello del lavoro svolto, per cui mi attendo lodi ed encomi solenni da parte dello skipper! Niente di tutto questo: il rude uomo di mare ha solo voglia di andare a dormire e dopo pochi minuti la barca vibra, non tanto per il vento e le onde, quanto per il suo disumano russare! Se ne accorge anche Enrico che, dopo aver tentato inutilmente di nascondere la testa sotto il cuscino, si alza e va in toilette. Nell’Alpa questo importante locale è situato sulla destra, tra la dinette e la cabina di prua. Come è noto, in barca e con mare mosso, gli uomini fanno la pipì seduti, come le donne. Così fa Enrico, ma un’improvvisa ondata lo sbalza dalla tazza. Dal mio posto al timone lo vedo scaturire dal bagno e dare una violenta testata nell’armadietto di fronte. Dolorante, soffoca a stento una serie di imprecazioni e scompare nuovamente nel bagno per il contraccolpo. Rischio di finire in mare per le risate! Al mattino ci rendiamo conto che l’ondata notturna, urtando contro il genoa legato alla battagliola, non solo ha rischiato di strapparlo, ma ha anche leggermente piegato due candelieri.

La navigazione procede tranquilla, il tempo passa tra turni al timone, letture, parole incrociate, colazioni e pranzi; ma Jimmy, ha in serbo una sorpresa: il SESTANTE!!! Dal momento in cui lo tira fuori dal suo prezioso astuccio l’equipaggio non ha più pace; iniziamo col prendere improbabili rette d’altezza; allo stop di Jimmy segniamo tutti scrupolosamente l’ora esatta che, ahimè, differisce da un orologio all’altro. Jimmy è visibilmente contrariato. Alla fine fa tutto da solo e riporta sulla carta il punto, sentenziando che “siamo perfettamente in rotta”. Esausti ma rassicurati ognuno di noi riprende il libro, le parole incrociate o il sonno.

Il sole cala lentamente e cominciamo a chiederci a che ora arriveremo a destinazione. È ormai notte fonda quando, preoccupati di non vedere ancora terra, cominciamo a scrutare ansiosamente l’orizzonte e solo un provvidenziale bagliore al traverso sulla dritta ci avverte che in effetti stiamo scapolando la Sardegna e procediamo, senza volerlo, su Palma di Maiorca! Il bagliore è infatti emesso dal fumaiolo della raffineria Saras! Tutti guardiamo lo skipper con aria di muto rimprovero e immediatamente la barca cambia rotta entrando finalmente nel porticciolo di Marina Piccola al Poetto. Notte nera senza luna e senza segnalazioni per l’ingresso; siamo stanchi e a evitare guai caliamo l’ancora in mezzo al porto, non senza far notare ad alta voce che in tutti i manuali di navigazione si raccomanda di regolare la partenza in modo da consentire atterraggi di giorno! Ma ormai lo skipper è già in cuccetta e russa rumorosamente. La mattina dopo, appena svegli ci spostiamo in banchina e, vicino a noi, c’è LEI! La barca che avrei comprato, ancora non sapevo come. Lo skipper, emerso dal sonno, dopo un tonico caffè, sentenzia subito, osservandola, che ha una bella linea: il che, detto da un inglese (i sudditi di Sua Maestà sono notoriamente uomini di mare), mi impressiona favorevolmente, facendo per un momento dimenticare l’abbaglio preso con il sestante. Poco dopo un vicino di barca ci informa che l’oggetto delle nostre attenzioni è in vendita. Faccio alcune fotografie, mi procuro l’indirizzo e il numero telefonico del proprietario e poi mi imbarco su un DC 9 che in poco meno di un’ora mi riporta a Roma.

Seguono i contatti telefonici con un gentile signore di Cagliari, armatore del “Bonaventura”, questo il nome della barca dei miei sogni! Mi riferisce che si tratta di un progetto di Sargent, costruito a Donoratico in lamellare incrociato. Con questa barca Edo Guzzetti avrebbe dovuto fare la transatlantica in solitario. Questo il motivo per cui il motore, di cui non ricorda la marca, ha pochi cavalli. Poiché è sempre bene chiedere il perché si vende una barca, gli pongo la domanda. Risposta: sono alto un metro e novanta (inconsueto per un sardo) e l’altezza in cabina non supera il metro e settanta. Parliamo quindi di soldi ed è l’inizio di forti mal di testa. Ricordo che in quei giorni avevo conosciuto, per ragioni di lavoro, il fortunato proprietario di una barca a vela; non avevo saputo resistere e a un certo momento gli chiesi a bruciapelo: “ma come ha fatto a comprarsi una barca?”. La risposta era stata stupefacente: “ho firmato uno spinnaker di cambiali”!!!

È il mese di luglio del 1973: ho comprato lo Squalo della Multimare, barca a vela, lunghezza 9,20, larghezza 2,65, immersione 1,36, bulbo kg 1.200, tuga in teak massello, motore innominato e misterioso. Sapremo poi trattarsi di un Faregota di produzione svedese.

Per la mia famiglia comincia una nuova vita e un’avventura meravigliosa. Il seguito al prossimo numero.

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