Navigare a vela oltre

NAVIGARE A VELA OLTRE “LE BARRIERE”

Testo di Enrico Grappasonni
Pubblicato su Nautica 502 di febbraio 2004

Era tanto tempo che volevo navigare con il mio natante a vela cabinato di m 6,50, con deriva mobile, oltre “l’infame barriera” delle sei miglia, per raggiungere la costa sud-orientale della Corsica, con destinazione Porto Vecchio. Volevo farlo non certo per attuare una bravata goliardica (non ne avevo più l’età) né per il semplice gusto della trasgressione (avevo sempre rispettato le leggi), ma per affermare in assoluta libertà il diritto naturale di navigare in un mare che idealmente appartiene a tutti, senza limiti né confini, utilizzando un mezzo che ritenevo pienamente affidabile e mettendo alla prova quella poca esperienza acquisita navigando per anni in solitario lungocosta, anche di notte, dopo avere conseguito la patente a vela senza limiti di distanze.

Fu così che qualche giorno prima di cimentarmi nell’impresa, dopo avere messo a punto la mia barca, dotandola di tutti i mezzi di sicurezza per la navigazione d’altura, dei viveri e delle scorte di carburante per il motorino fuoribordo, lasciai il porticciolo di Santa Marinella in prossimità di Civitavecchia (Roma), diretto all’Argentario, come prima tappa Porto Ercole. La veleggiata, accompagnata da una fresca brezza mattutina, fu tranquilla e piacevole, soprattutto per l’occasionale incontro con una coppia di delfini che, per qualche istante, in perfetta armonia, fecero curiose evoluzioni davanti la prua della mia barca, scomparendo all’improvviso così come erano apparsi in quel mare blu profondo al largo della torre di Montalto di Castro.

Il mattino successivo, mollati gli ormeggi da Porto Ercole, veleggiai lungocosta intorno al Promontorio dell’Argentario, sfilando sotto le antiche torri Avaltore, Ciana e dell’Omo, che dall’alto, come se il tempo non fosse mai passato, continuavano a vigilare su quella costa irta e frastagliata, a tratti ricoperta di vegetazione mediterranea, dove le foglie dell’olivastro, sventolate dal Maestrale e irradiate dal sole, la facevano sembrare tutta d’argento (forse da qui il suo nome Argentario). Più tardi orientai la prua verso la costa nord-orientale dell’isola del Giglio e dopo avere doppiato Capo Fenaglio discesi lungocosta verso Sud.

Attraversato il Seno del Campese, poco dopo Punta Faraglione, diedi fondo all’ancora nella splendida Cala dell’Allume, in un mare dalla trasparenza cristallina, dove feci una bella nuotata, per ravvivare le energie un pò affievolite dalla pesante calura, dopo ore di navigazione. Ma il tempo non prometteva nulla di buono, di lì a poco si levò un forte vento di Ponente che agitò il mare, rendendo insicuro l’ancoraggio, mentre nel cielo nubi minacciose si rincorrevano, oscurando il Sole. Rapidamente salpai l’ancora e con l’ausilio del fuoribordo mi diressi all’interno della Baia Campese alla ricerca di un rifugio sicuro, che purtroppo non trovai perché non vi erano insenature riparate dai venti del III e IV Quadrante, che rappresentano la traversia di quella baia tutta aperta e orientata a Nord-Ovest.

Trovai momentaneo riparo dando fondo all’ancora a ridosso di una grossa chiatta che stava facendo rifornimenti all’isola, ma la quiete durò poco. Ultimate le operazioni, l’equipaggio mollò gli ormeggi e la chiatta prese il largo, lasciando me e la mia barca a beccheggiare contro un mare e un vento che entravano nella baia come un fiume in piena. Allora mi spostai all’interno, nella parte più settentrionale della baia, dove trovai posto in un piccolo anfratto sfruttando il limitato pescaggio con la deriva mobile a fianco di alcune barchette, sballottate rumorosamente dal vento e dal mare. Assicurato l’ancoraggio, discesi sottocoperta e presi a riesaminare le carte e la rotta da seguire per raggiungere Porto Vecchio.

Ero fortemente motivato e determinato, ma la distanza da percorrere (86 miglia), in un mare a me sconosciuto, senza visibilità della costa e soprattutto senza la possibilità di uno scalo intermedio, neanche per bere una birra fresca (per mare non s’incontrano osterie), aveva destato in me una certa apprensione, che però subito superai.

Mentre ero intento ad armeggiare con compasso e squadrette sulla carta nautica, tenevo l’orecchio teso all’ascolto del bollettino del mare che veniva trasmesso in continuazione dal canale 68 del VHF; sapevo che non era molto attendibile, tuttavia appresi che il tempo era tornato normale, il cielo era sereno, la visibilità buona, il mare si era calmato, il vento soffiava da Nord-Ovest forza 3-4, la pressione era livellata su valori normali, non vi erano temporali e tempeste in corso né erano previsti.

Salii sul pozzetto per verificare di persona lo stato del mare e le condizioni del tempo; una fresca brezza mi passò sulla faccia, indicandomi la provenienza del vento: era da Nord-Ovest; il cielo era tutto stellato, il mare quasi calmo, restai qualche istante ad ammirare le ultime onde, lisce e allungate che pigramente si andavano a posare sull’arenile del Campese, poi discesi sottocoperta e mentalmente feci l’inventario dei mezzi di sicurezza e delle scorte: tutto era a suo posto, dalla zattera di salvataggio alla cintura di sicurezza, alle cinture di salvataggio, dai razzi di segnalazione alla cassetta di pronto soccorso, alla tromba per segnalazioni acustiche, all’estintore, al GPS, al VHF, al pilota automatico ecc.

L’acqua e i viveri erano adeguati per garantire la sopravvivenza di almeno quattro-cinque giorni, il carburante per il fuoribordo era sufficiente a percorrere l’intera rotta nel caso di assoluta mancanza di vento. Qualche minuto prima della mezzanotte decisi di partire: era il 10 agosto 1997. Accesi le luci di via, salii sul pozzetto e dopo avere dato una prima mano di terzaroli, alzai la randa, misi in moto il fuoribordo, salpai l’ancora e lentamente mi avviai verso l’uscita della baia. Appena fuori, alzai anche il fiocco e orientai la prora sulla rotta per Porto Vecchio, che confermai consultando il GPS. La barca sotto la spinta di una leggera brezza notturna s’inclinò lievemente su una fiancata e assunse subito un’andatura vivace e piacevole.

Man mano che mi allontanavo dalla costa vedevo le luci dell’isola del Giglio affievolirsi, fino a scomparire del tutto, mentre in lontananza sulla dritta, immaginavo i contorni della misteriosa isola di Montecristo che avevo sempre sognato di visitare (forse un giorno lo farò), poi non vidi più nulla. All’altezza dei miei occhi non si vedeva nessuna luce, né vicina, né lontana; vedevo soltanto il verde del fanale di via alloggiato sul pulpito di prua, mentre il rosso era appena velato dal fiocco. Tutto intorno era silenzio, non si udivano rumori né suoni né alcuna voce. Udivo soltanto il fruscio dell’acqua che scivolava sotto la carena e lungo la fiancata sottovento, lasciando una scia che il fanale di poppa, per qualche istante, illuminava come un pallido nastro d’argento prima che scomparisse tra le tenebre che mi inseguivano. Sopra la mia testa il cielo era pieno di stelle e tutte brillavano di luce fissa; di tanto in tanto qua e là alcune cadevano, lasciando scie luminose come fuochi d’artificio.

Finalmente ero solo, immerso in quella infinità silenziosa che mi circondava e mi faceva sentire piccolo come un puntino, ma non mi annullava, anzi, mi rendeva partecipe di un mondo nuovo, fatto di silenzi e di mistero, che prima non conoscevo. I miei occhi non vedevano quasi nulla, ma sentivo che il mio pensiero forava le tenebre e libero proseguiva verso l’infinito: era la libertà che cercavo.

Intanto il mare si andava formando e il vento aumentava la sua forza; lo vedevo dalla forte inclinazione laterale della barca che invano cercavo di bilanciare con i miei 78 chili di peso, restando appollaiato sopravvento sul bordo interno della falchetta sopra la panca del pozzetto, lo sentivo dal lacerante sibilo sulle sartie che, sopravvento, erano tese come corde di violino, mentre l’albero si fletteva verso poppa quasi a voler scaricare la forte pressione della randa gonfiata dal vento.

Guardavo con viva apprensione quelle strutture dalle quali dipendeva il successo o la catastrofe della mia impresa e allora mi impegnai fermamente a non commettere alcun errore, ma in cuor mio pretesi che la barca non mi tradisse. Si era stabilito un rapporto di interdipendenza tra me e la mia barca, per il quale nessuno dei due sarebbe potuto arrivare sano e salvo in nessun posto senza il totale concorso dell’altro.

Era venuto il momento di ridurre ulteriormente la velatura (forse avrei dovuto farlo prima), ma la manovra che in condizioni normali e soprattutto di luce non presentava difficoltà, in quelle condizioni era alquanto pericolosa, considerato che la barca lasciata senza governo sia pure per pochi secondi, si sarebbe traversata al mare, con possibile rischio di capovolgimento. Quindi occorreva la massima attenzione e soprattutto una grande rapidità di esecuzione.

Allora mi venne in mente il team della Ferrari che in poco più di una manciata di secondi riesce a fare un cambio di gomme o un rifornimento di carburante. Indossai la cintura di sicurezza che incocciai con il moschettone a una cima (life-line) che avevo predisposto da prua a poppa lungo la falchetta, indossai la cintura di salvataggio e, non fidandomi dell’autopilota, misi la prua al vento, mollai la scotta del fiocco, mollai il caricabasso e la scotta della randa, tesai l’amatiglio del boma, salii sopracoperta al piede dell’albero; ammainai la randa fino alla terza brancarella, agganciai, tesai la drizza e diedi volta. Mentre le scotte del fiocco, sotto la furia del vento, spazzavano il ponte come fruste impazzite, e il boma oscillava come un randello, saltai nel pozzetto tesai la nuova base della randa, serrando la borosa e alla disperata annodai i matafioni. Nel momento in cui la barca si stava traversando afferrai la barra del timone e la rimisi in rotta, regolando le vele.

Non ebbi modo di controllare il tempo impiegato ma sono certo di non avere superato i venti secondi. La barca ormai con la velatura ridotta navigava con poca inclinazione e cavalcava le onde con lunghe planate che le facevano raggiungere velocità inusitate rispetto alla sua modesta lunghezza. Provato dalla stanchezza e dalla tensione mi accasciai sulla panca del pozzetto e bevvi una lunga sorsata di tè fresco, mentre il sonno cominciava a farmi chiudere gli occhi. Ma non potevo permettermi il lusso di dormire, tenevo un occhio chiuso e l’altro aperto per vigilare sulla navigazione.

Intanto la notte aveva fatto la sua parte e piano piano cedeva il posto al giorno, mentre le stelle lanciavano gli ultimi pallidi bagliori prima di tramontare. Il chiarore dell’alba cambiò lentamente la scena. Intorno a me non più tenebre, ma colori. I colori celeste e rosato del cielo che all’orizzonte si fondevano con l’azzurro del mare, il bianco delle vele che si stagliava verso l’alto. Ogni cosa andava riacquistando la sua forma. Rivedevo le linee della barca e distinguevo tutti gli oggetti nel pozzetto. Il mare non era più una massa scura, ma una distesa di ondulazioni con creste bianche e spumeggianti. La vista di un gabbiano, che mi volava accanto, fu il primo contatto con un essere vivente.

Guardavo fisso il mare verso Oriente per scorgere il punto preciso dove sarebbe sorto il sole ed ecco all’improvviso apparire una cupoletta rossa che presto divenne mezza sfera e quindi un’immensa palla di fuoco che, per qualche istante, rimase tangente alla linea dell’orizzonte, poi, come se una mano misteriosa l’avesse sospinta dal basso verso l’alto, si staccò nell’aria, annunciando il nuovo giorno. Inondato da quella luce accecante, alzai le braccia al cielo e, senza rendermene conto, emisi un grido liberatorio. Anche questa era la libertà che cercavo. La navigazione proseguiva tranquilla, quando in lontananza tra la foschia incominciai a intravedere le alture ondulate della Corsica.

Avrei voluto gridare: terra! terra! ma non lo feci, mi resi conto che la mia avventura stava per finire e subito fui attraversato da un profondo senso di nostalgia. Allora mi convinsi che il mio desiderio, la mia vera aspirazione di navigatore solitario non era soltanto quella di arrivare in un porto sicuro, ma anche e soprattutto quella di andar per mare. Alle ore 16,05 dell’11 agosto 1997 ero con la mia barca al traverso sulla dritta della Meda Pecorella, tra Punta Chiappa e Punta San Cipriano, che indicava la linea da seguire nel golfo per arrivare a Porto Vecchio. Avevo percorso 86 miglia, navigando soltanto a vela, in piena libertà.

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