Spaghetti italiani e vino svizzero a Porquerolles

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SPAGHETTI ITALIANI E VINO SVIZZERO A PORQUEROLLES

Testo di D.P.
Pubblicato su Nautica 505 di maggio 2004

Il mare è una passione di famiglia. Il mare per noi rappresenta l’unica vacanza degna di questo nome. Mare vuol dire vacanza itinerante, mare vuol dire vita di bordo, mare vuol dire pesca.

Conoscete la pesca con il nattello?

Il primo pesce che mi ricordo di aver pescato è stata una sogliolina che, confidando nel suo mimetismo, mi era venuta fiduciosa incontro quando ancora bambino facevo il bagno sulla battigia, sempre armato di maschera e tridente. Negli anni ho perfezionato la mia tecnica nel bolentino in fondali fangosi da pagelli, mentre mi ha sempre divertito la pesca a canna con il galleggiante sottobordo con la barca in rada. Da quando però mi sono imbattuto nella pesca con il nattello ho praticamente smesso di pescare.

Il nattello, così lo chiamano in Toscana, non è altro che un galleggiante a forma di ciambellina, poco più grande di un mandarino, di quelli che i pescatori legano lungo il bordo superiore delle loro reti (dall’altra parte sono posti i piombi). Al galleggiante vengono legati due ami contrapposti, in modo che possano sporgere verso il basso per non più di sei-sette centimetri.

Alcuni anni fa, il mio amico Franco, già esperto di nattelli, in occasione della nostra partenza per le ferie estive, me ne aveva regalato una decina, raccomandandomi di usarli per catturare occhiate e cefali appena fuori delle calette, lungo le punte rocciose. Franco rimase deluso al nostro rientro quando gli dissi che i nattelli erano rimasti nella scatola in cui ce li aveva consegnati alla partenza, perché non avevo avuto occasione di usarli.

Di fatto, avevo anche pescato in quei giorni e qualche fritturina era anche venuta fuori, ma non avevo avuto il coraggio di seguire le dettagliate istruzioni che Franco mi aveva dato per l’utilizzo dei suoi nattelli, in quanto avevo valutato che non ne valesse la pena.

L’anno dopo, Franco aveva accettato finalmente il nostro invito a passare la vacanza con noi sulla nostra barca nella consueta crociera estiva. Destinazione l’isola di Porquerolles, fantastico parco marino di fronte alla punta estrema della Costa Azzurra.

Trovato posto fisso per la barca in banchina, non senza le consuete difficoltà legate all’affollamento estivo, abbiamo iniziato a battere le innumerevoli calette che l’isola mette a disposizione per passare la giornata all’ancora.

Prima uscita, la baia del Petit Langustier poche miglia a Est appena fuori del porto. Con la barca ben ancorata sul fondale di sabbia, ognuno di noi si è orientato verso lo svago che più preferiva. Chi è andato a fare il bagno, chi si è fatto lasciare a terra per una gradevole passeggiata tra i pini marini, chi come me, ha tirato fuori la canna flessibile e, infine, Franco e la sua compagna sono andati a provare i nattelli appena fuori dell’insenatura.

La pesca con i nattelli prevede un rituale complesso, sia in fase di preparazione sia in quella di attuazione. Intanto bisogna avere una barchetta agile (nel nostro caso il gommoncino tender con il suo quattro cavalli dietro), un retino ampio, a maglie larghe, fatto di filo di nylon (il filo da pesca) non intrecciato. Pane secco in abbondanza (le baguettes del giorno prima, avanzate da tutta la compagnia sono perfette) e due secchi di quelli che solitamente vengono usati in plancetta per rinfrescarsi con l’acqua di mare pescata fuori bordo.

Per prima cosa si taglia la crosta della baguette in modo da ottenerne dei cubetti sodi: questi vanno mantenuti asciutti nel primo secchio. Nel secondo secchio si mettono a mollo di acqua di mare le baguette residue, sminuzzandole fino a ottenere una poltiglia uniforme. Si prendono tre nattelli e si mettono nel secchio asciutto con i cubetti di pan secco, si saluta la compagnia e si parte in due per la battuta di pesca appena fuori della baietta di fronte al costone roccioso che la delimita.

Effettuata questa preparazione, Franco e Rosa si sono avviati verso la punta del Petit Langustier per iniziare la pesca con i nattelli, mentre io lanciavo fuori bordo il mio amo innescato a pasta di pane nella speranza di prendere qualche occhiata di quelle che avevo visto girare sotto la barca.

Anche se potevo sentire in lontananza le accelerate del fuoribordo del tender guidato da Franco, di fatto non riuscivo a vedere come si stesse svolgendo la battuta, perché Franco e Rosa erano nascosti da un grosso motoryacht che avevo già notato in porto, in quanto sfoggiava a poppa un’enorme bandiera svizzera. Anche dal pozzetto dell’imbarcazione svizzera c’era chi tentava la sorte verso le occhiate con una lunga canna flessibile.

La pesca con i nattelli dal gommoncino prevede una sequenza precisa di operazioni. Dopo aver scelto la zona di battuta, si inizia il brumeggio lanciando manciate di poltiglia di pane, mentre il gommoncino sfila lungo il percorso scelto (20/30 metri di ampiezza).

Ad un certo punto si vedranno le scodate violente del pesce che attratto dal pane si lancia sulla pastura in superficie, in una gara forsennata di accaparramento. Si innescano allora i tre nattelli con i dadolini di crosta di pane e nel fare la passata con il gommoncino si lancia una manciata di brumeggio, seguita dal nattello che galleggerà su punto dove è stata appena lanciata la pastura. Così per il primo, il secondo e il terzo nattello nella passata. Si inverte a questo punto la direzione del gommoncino in modo da avere bene in vista davanti alla prua, i tre nattelli che galleggiano a distanza di pochi metri uno dall’altro.

Nella foga di accaparrarsi il pane, vengono presi di mira dai pesci anche i cubetti dell’innesco, con il risultato che uno o più nattelli scompaiono alla vista dal pelo dell’acqua in quanto trascinati giù dal pesce. A questo punto il prodiere, armato di retino, deve semplicemente raccogliere nattello e pesce e lanciarlo a bordo per lo slamamento e la ripartenza della sequenza delle operazioni di pesca. Per questo motivo il retino deve essere di filo non intrecciato, altrimenti, dopo la prima cattura l’amo libero del nattello rimarrà inesorabilmente infilato nella trama del filo del retino.

Dopo poco più di mezz’ora dalla loro partenza da sottobordo vediamo rientrare Franco e Rosa che iniziano già a sbracciarsi a distanza, per poi scodellare sul predellino della barca le prede pescate: un retino traboccante di occhiate e salpe di dimensioni ragguardevoli.

Metto via la mia canna e ci tratteniamo nel pozzetto ad ascoltare il resoconto della pescata, per Franco comunque erano delle conferme di esperienze già a lui note, mentre non era lo stesso per me che l’anno prima non avevo voluto dar fede alle sue affermazioni.

Mentre eravamo ancora nel pozzetto a mettere in ordine il tutto, pensando già alla cena a base di pesce, sentiamo bussare forte da fuoribordo: un gommone si era affiancato alle nostre mura e la persona a prua, in piedi, affacciandosi al nostro pozzetto ci gridava con un certo affanno: “Scusare, scusare, cosa voi usare come esca per pescare qui?” Era il signore della barca svizzera che aveva assistito in diretta alla pesca miracolosa di Franco e Rosa, che si svolgeva sotto i suoi occhi mentre dal pozzetto della sua imbarcazione effettuava i suoi infruttuosi tentativi con la cannetta e il galleggiante.

Gli diciamo subito che non era questione di esca, in quanto stavamo usando del pane, ma, piuttosto, di metodo, e per meglio far capire il concetto, io stesso presi un nattello dal secchio e lo innescai con i dadolini di crosta, lanciai quindi in acqua dal pozzetto una manciata di pane ammollato e buttai il nattello sulla nuvoletta di pane che si diffondeva sottobordo. Fu un attimo, arrivarono le prime scodate furiose e il nattello scomparve sott’acqua, per ricomparire una diecina di metri più in là con attaccata l’occhiata, sicuramente una di quelle che per più di mezz’ora avevo inutilmente insidiato con la mia cannetta.

Consegnai allora il retino allo svizzero, che dal suo gommone recuperò rapidamente il tutto per riportarlo sottobordo. A quel punto, presi il nattello con ancora il pesce allamato e lo consegnai al simpatico ospite come omaggio del collega italiano.

Lo svizzero ringraziò e fece ritorno alla sua imbarcazione mentre noi riprendevamo a riordinare il pozzetto, commentando l’accaduto: sembrava quasi che i pesci si fossero coordinati con noi per rendere efficace la dimostrazione del metodo di pesca con il nattello, nessun regista avrebbe potuto fare di meglio.

Eravamo ancora intenti nei nostri preparativi per il rientro in porto, quando sentimmo di nuovo bussare sulla fiancata dell’imbarcazione, la solita voce da fuoribordo gridare:” Scusare!”. Era di nuovo il simpatico svizzero che, allungandosi dal suo gommone, ci porgeva due bottiglie di vino fresco di frigorifero aggiungendo: “Queste per cenare con i pesci, da parte mia”. Certo, fu il commento del burlone di Franco, portare il vino agli Italiani!: sarebbe stato più caratteristico, da parte di uno svizzero, se ci avesse omaggiato con del cioccolato, un orologio, oppure direttamente con una carta di credito!”.

Così, la sera in porto a Porquerolles, dopo un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino rigorosamente al dente, le nostre occhiate cucinate al cartoccio furono annaffiate con il vino svizzero: ottimo, in verità.

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