La lievità

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

LA LIEVITA’

Testo di Fulvio Pirari
Pubblicato su Nautica 509 di settembre 2004

Il pub di Liverpool, arredato con il carattere risoluto e specialissimo come sanno essere quelli che si affacciano su questo posto di mare, è stato complice di uno degli incontri più interessanti che io abbia mai avuto.

Era autunno inoltrato, e l’aria, pregna d’umido e di odori salmastri, frammistava ogni cosa; rumori, visi e forme. Avevo scelto un tavolo vicino alla finestra che dava su un vicolo laterale; di qui potevo scorgere con agio l’andirivieni dei passanti , fra i quali molti, a giudicare dal portamento e dall’abbigliamento, dovevano appartenere alla categoria dei portuali. Con l’animo ben disposto ai ricordi e all’immaginazione, avevo iniziato a centellinare la mia birra rossa, quando un signore baffuto, grosso di corporatura, il viso marcato, chiese di poter sedere al mio stesso tavolo. Il mio consenso fu immediato, e non ebbi in seguito di che pentirmi della mia buona disposizione nei suoi confronti. Per qualche minuto costui non parlò né si mosse eccessivamente. Le mani grandi e consumate da un mestiere duro, sporgevano dalle larghe maniche della giacca di velluto verde scuro e cingevano il boccale di birra. Lo sguardo era all’indirizzo del grande quadro a parete che raffigurava un brigantino mentre arrancava fra le onde di un mare livido in tempesta. Io, al contrario di come spesso capita in situazioni del genere, non provavo imbarazzo né sentivo l’esigenza di dover dire qualcosa per rompere il silenzio; ero semmai in una situazione di calma confortevole di fronte allo sconosciuto.

“La Maggie era uno scafo veloce; penetrava le onde come un fuso e giocava coi marosi come fa il gatto con il gomitolo di lana”. Così sentenziò, senza distogliere lo sguardo dal quadro, e concluse con un lungo sorso di birra. Aveva pronunciato quelle parole con voce fioca ma risoluta quasi le avesse cavate a forza dall’angolo più remoto della coscienza. Indirizzando io pure lo sguardo verso il quadro, mi disposi ad ascoltare il seguito di quell’affermazione, provando un illogico senso di allegria. Bevvi anch’io e dissi “Ne deduco che lei è stato imbarcato sulla Maggie!”: “Lo sono stato, o forse lo sono ancora; quando si scende per l’ultima volta dalla biscaglina, s’insanisce e si diventa come barbari a camminare lungo i marciapiedi di pietra e bitume delle città, orfani di una vita che hai bestemmiato in tutte le tinte, che ti ha angustiato e inselvatichito; e poi da questo male non si guarisce, non con agio comunque”. La pausa che seguì fu adoperata a bere altra birra, questa volta con maggior lentezza, quasi a voler far decantare le ultime considerazioni. Interruppe il silenzio, questa volta guardandomi fisso, tanto che ne ebbi un moto di lieve spavento per la mutata postura nei miei confronti. “La cura esiste, ma è riposta in certi scaffali celati allo sguardo dei più; bisogna avere il coraggio della stenella e la stoltezza degli uomini per poterla agguantare e servirsene per la propria salvezza”.

Nell’affermare ciò si era accomodato meglio nella sedia con movimenti rapidi e brevi e, chinandosi verso di me, quasi a voler celare il senso delle parole a orecchie indiscrete, precisò meglio il senso di quello che doveva essere un segreto. “La lievità, è la cura: senza più peso si può cavalcare meglio l’onde senza impattare rovinosamente sull’incavo successivo e lasciando a poppavia una scia pulita e liscia come il ventre di una donna d’oriente; in questo modo si può manovrare senza difficoltà e soprattutto decidere dove orientare la prora; si può far rotta a nord con la tramontana sul naso, o menarsi alle Afriche con vento di scirocco, senza che il legno che si cavalca ne subisca danno alcuno”. Mi resi conto che stavo ascoltando il marinaio io pure sporto verso il tavolo, gli occhi spalancati e la bocca socchiusa come a voler ingurgitare la sostanza della rivelazione. Lui mi scrutò un momento, come a saggiare l’avvenuta mia intera comprensione di quanto aveva detto. Probabilmente decise che avevo colto appieno il senso intimo delle sue parole e continuò ” Levità ci vuole per macinare miglia, molte più di quelle che si son fatte con tutti gli ingaggi degli uffici portuali, o con le regate domenicali nel golfo; ” Io mi son fatto vittima delle lievità, ed è per questo che non sono mai sceso dalla Maggie; ora lei mi appartiene per sempre, né lo scempio dei suoi comenti al bacino vecchio di disarmo me l’hanno fatta mancare”. “Maggie è qui”, disse puntando il dito sulla fronte e mi seguirà ovunque e io inseguirò lei come si inseguono i vecchi amanti anche quando si vorrebbe che il tempo e la senilità li facessero diventare stranieri l’un l’altro”. Si quietò, come se avesse asceso una ripida scalinata, dopo aver seminato probabili inseguitori. Si levò lentamente, ammaccato dalla sedia e, ormai prossimo all’uscio, al mio indirizzo e per l’ultima volta: “La lievità è la cura!”

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