Anzio ha perso la memoria

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ANZIO HA PERSO LA MEMORIA

Testo di Ezio Liberati
Pubblicato su Nautica 511 di novembre 2004

È piovuto per tutta la notte. Grossi scrosci si sono alternati a fitta pioggerellina che ha tamburellato incessante sulle finestre chiuse della mia casa dove non riesco a dormire. Il vento fischia tra le fessure delle serrande dell’appartamento mentre il pensiero torna per un attimo alla mia fanciullezza trascorsa ad Anzio, paese dove sono nato e dove vivevano i miei nonni materni. Per un attimo mi sembra di sentire ancora le mareggiate rumoreggiare minacciose con le onde che si infrangono sugli scogli di ponente, accanto al vecchio porto di Nerone. Mi sembra di vedere ancora la spiaggia dove mio nonno mi portava a raccogliere conchiglie per la mia collezione, la spiaggia deserta delle Grotte di Nerone, che d’inverno assumeva una connotazione molto particolare con il mare color verde malva e il cielo grigio rischiarato solo da qualche pallido raggio di sole.

Mio nonno era una persona eccezionale, un tecnico specializzato nella riparazione di macchine da scrivere. Quando non esistevano ancora i computer e la posta elettronica, le macchine da scrittura erano indispensabili in ufficio ed in ogni attività commerciale, pubblica o privata. Sovente capitava che accompagnassi mio nonno dove era richiesta la sua presenza, affascinato dalla complessità dei dispositivi che erano all’interno di quelle “scatole magiche” che avevano nomi ormai facenti parte di un passato remoto: Olivetti Lettera 32, Divisumma, Reminghton, Antares, ecc.

Ed è proprio il ricordo di un intervento di mio nonno nella sede di un cantiere navale “anziate” che mi ha spinto a scrivere questo articolo.

Alzi la mano chi ricorda il cantiere Navaltecnica e la Nautica Puntorosso.

Non molti, temo, e non c’è da essere sorpresi: i due cantieri navali nascevano proprio ad Anzio, la pittoresca cittadina del Lazio che richiama in ogni periodo dell’anno gente vogliosa di bagni, di sole e di romantiche passeggiate beate dal porto fino a Nettuno, già, proprio Anzio, la città estiva dei bar pieni, del viavai di gente lungo le strade, le piazze, i vicoli e il lungomare.

Anzio delle due riviere, quella di Ponente, dove campeggia il monumento di Angelita, triste ricordo dello sbarco alleato nel 1944, e quella della Riviera Zanardelli, la riviera di Levante, quella ordinata, austera, quasi di lusso, col molo per gli yacht e i cabinati più importanti, con la spiaggia più grande dove la sabbia sembra bianca e il mare sempre calmo come quello di Riccione.

Proprio all’imboccatura di questa strada si è consumata l’ultima puntata della storia dei due importanti cantieri navali.

Andiamo per gradi. Ho ricostruito la storia di queste aziende della mia città perché mi sembrava doveroso ricordare due marchi scomparsi, molto cari ai veri appassionati del settore e che hanno contribuito alla notorietà di Anzio in ambito italiano ed europeo. La ricerca delle fonti non è stata facile, devo ringraziare per questo la preziosa collaborazione della rivista “Nautica” nella precisa catalogazione dell’archivio arretrati e la fresca testimonianza di chi ha vissuto e collaborato proprio con le aziende di cui ora vado a raccontare.

Il cantiere Navaltecnica nacque grazie allo spirito imprenditoriale dell’ingegner Leopoldo Rodriquez ed alle geniali intuizioni dell’ingegnere aeronautico Renato “Sonny” Levi. Quasi senza accorgersene, Renato Levi, mettendo a frutto la sua esperienza in campo aeronautico nel progetto delle imbarcazioni, riuscì a vincere con la sua “A Speranziella” la Cowes-Torquay, la grande ed importantissima gara per cabinati a motore strettamente derivati dalla serie, organizzata dal quotidiano inglese Daily Express.

È il 7 settembre del 1963. Si narra che dopo la corsa, i quotidiani britannici parlavano anche in prima pagina dell’italiano che “ha vinto senza saperlo”, convinto com’era di trovarsi in lotta per il secondo posto. Quella vittoria aveva ripagato lui personalmente e tutto lo staff del cantiere Navaltecnica dei sacrifici e degli sforzi compiuti per ottenere in questa gara, fin dalla prima edizione del 1961, un risultato di così assoluto rilievo.

Dalla Navaltecnica di Anzio uscivano numerosi cabinati a motore che hanno fatto la storia della nautica moderna, dal Settimo Velo al Super Speranza, dalla Speranzella al Rudy, veri gioielli costruiti con carene a V profondo disegnate proprio dall’ingegner Levi, una linea di imbarcazioni con caratteristiche di velocità e tenuta in mare degne di un off-shore, dai quali derivarono anche molti esemplari in versione militare per i servizi di istituto delle Capitanerie di Porto e della Guardia di Finanza.

Questo piccolo cantiere di Anzio, fu uno dei primissimi in Italia ed in Europa a costruire cabinati in legno quadristrato lamellare di mogano, secondo la tecnica dello stampaggio a freddo. Un tipo di costruzione semplice ma geniale realizzata mediante sovrapposizioni di vari strati di strisce di mogano, senza applicazione delle ordinate.

Il guscio dello scafo veniva realizzato mediante la sovrapposizione incrociata di quattro strati di lamelle di mogano, incollate con resine resorciniche per uno spessore totale di circa 20 millimetri. Le paratie divisionali interne erano in compensato marino da 10 millimetri di spessore. I ponti di coperta erano interamente realizzati in teak dello spessore di 12 millimetri montati su bagli di Douglas lamellare da mm 70×30. Lo specchio di poppa era invece realizzato in compensato di mogano da 16 millimetri con ossatura interna sempre in mogano marino. Il tutto infine veniva plastificato con resine epossidiche per la massima resistenza agli agenti atmosferici.

Questa tecnica adottata dalla Navaltecnica e poi letteralmente copiata da altri cantieri, permetteva di ottenere uno scafo monolitico estremamente robusto e leggero, dotato di capacità velocistiche ed evolutive davvero fuori dal comune, specie per scafi di oltre 30 anni fa.

Non solo barche da corsa quindi, ma anche imbarcazioni con linee di carena idonee a mantenere una buona velocità con un’ottima tenuta in mare, dotate di un’ottima abitabilità interna e di un comfort paragonabile a quello di un cabinato da “famiglia”.

Dopo alterne vicende, la Navaltecnica, che nel frattempo aveva aperto una filiale a Messina specializzata nella costruzione di aliscafi, chiuse i battenti, a causa forse della crisi energetica degli anni Settanta sfociate nelle domeniche a piedi o in porto e dall’avvento della vetroresina, materiale decisamente meno nobile e costoso, che decretò la fine dei cantieri navali specializzati nella costruzione di imbarcazioni esclusivamente in legno.

Gli edifici di Via Zanardelli 13 sono ancora lì, in uno stato di semi-abbandono. Per i corridoi dei vari capannoni hanno camminato per molti anni i vip di allora, che ordinavano la propria imbarcazione direttamente al cantiere del cavalluccio marino con l’ombrello, il mitico marchio della Navaltecnica e sempre lì venivano a ritirare il loro gioiello, soddisfatti ed orgogliosi di sapere che quei capolavori artigianali di stile, tecnica e design erano nati proprio dentro a quei capannoni ora in rovina.

Non ho mai avuto la fortuna di entrare in quella fucina di stile dove abili maestri d’ascia realizzavano i mitici cabinati, ma ho ascoltato il ricordo di chi ha lavorato con passione e dedizione, di chi ha il mare nel sangue, come il signor Luigi, maestro d’ascia ora settantaduenne.

“Le nostre barche erano capolavori. Il controllo qualità? Eravamo noi i responsabili del nostro lavoro, ad ognuno la propria mansione, chi sbagliava pagava. Si lavorava anche 12 ore al giorno. Avevamo commesse importanti, la Capitaneria, la Guardia di Finanza, la Marina, c’era lavoro per tutti, poi, ad un tratto, la crisi… gli ordinativi calarono bruscamente nel 1972, in pieno periodo di austerity dovuta alla crisi energetica della guerra del kippur, iniziarono i licenziamenti, il cantiere provò a tirare avanti con i rimessaggi, le riparazioni e i lavori di aggiornamento sulle proprie imbarcazioni, senza riuscire tuttavia nell’impresa. Morale, tutti a casa.

Ricordo invece perfettamente le sorti di un altro cantiere navale di Anzio, meno importante e noto della Navaltecnica, ma ugualmente interessante sotto il profilo dell’innovazione tecnica, dello stile e della bontà delle proprie realizzazioni: la Nautica Puntorosso.

Nacque nel 1978, un periodo non proprio felice per la nautica da diporto, per iniziativa del signor Renzo Ciaralli, un facoltoso imprenditore noto in quegli anni, titolare della Woodline di Cisterna di Latina, un’azienda al tempo leader nel settore dei mobili e dell’arredamento. Il signor Ciaralli, accecato dalla passione per la nautica, partì con la serietà e l’accurata pianificazione che richiede ogni sana attività industriale, con un programma produttivo di quattro modelli: un 11 metri e un 14 metri (entrambi non entrarono mai in produzione), un 19 metri e addirittura un 22 metri, quest’ultima una barca dalle dimensioni eccezionali per l’epoca per una costruzione interamente in vetroresina. Al fine di contenere i costi di produzione per la realizzazione degli stampi, l’approvvigionamento dei materiali e della manodopera specializzata, il signor Ciaralli, da buon imprenditore, si assicurò le carene delle motovedette della Crestitalia, azienda allora molto apprezzata nella costruzione in vetroresina di barche solide e veloci, adatte a soddisfare le severe richieste degli enti militari. La pubblicità dell’epoca citava: “Alla tecnica mancava lo styling, per questo è nata Puntorosso, per offrire barche estremamente funzionali sotto il profilo della tenuta in mare e nelle elevate prestazioni, ma certamente appaganti dal punto di vista estetico, della finitura e della disposizione degli interni”.

In effetti, il signor Ciaralli, si rivolse al miglior architetto navale del periodo, il genovese Aldo Cichero.

La produzione degli scafi era affidata alla Crestitalia, che realizzava anche gli stampi disegnati dall’architetto Cichero, mentre l’armamento veniva effettuato ad Anzio, in un enorme pallone che doveva contenere imbarcazioni fino a 40 tonnellate.

La novità del tempo era rappresentata anche dalla linea degli interni, differenti da quelli che venivano usati fino ad allora, utilizzando legni pregiati dai colori importanti, belli, caldi ed eleganti. Un arredamento di stile moderno e pulito, come era tendenza della Woodline, studiato anche sotto il profilo della sicurezza passiva, impiegando materiali e stoffe ignifughe e idrorepellenti.

Dopo soli 4 anni, siamo agli inizi del 1982, della Nautica Puntorosso non esiste più traccia, come se il mercato non avesse gradito l’ardire e la genialità delle soluzioni adottate dal cantiere. Neanche la bontà delle poche imbarcazioni prodotte e soprattutto la realizzazione del primo motoryacht di oltre 20 metri di lunghezza fuori tutto costruito interamente in vetroresina, bastarono ad arginare il suo lento declino.

Ora non rimane granché dello storico cantiere Navaltecnica, i capannoni sono ancora lì, con le vetrate rotte, il tetto rattoppato qua e la con miseri bandoni di lamiera arrugginita e le pareti in muratura dove al bianco della tinta si contrappone il nero fumo causato da un principio d’incendio di qualche anno fa… se vi capitasse di guardare sotto le arcate dei capannoni, notereste ancora che il cavalluccio marino con l’ombrello simbolo della Navaltecnica resiste ancora anche se perde vigore, scolorito dagli anni e dall’inesorabile abbandono. Dove invece sorgevano gli uffici di rappresentanza della Puntorosso, rimane soltanto uno squallido garage. Un segno, tra i tanti, che i due cantieri sono morti anche nella memoria di chi doveva andarne fiero. Un pezzo di Anzio, se n’è andato nell’indifferenza generale, ci siamo dimenticati, una piccola svista. Purtroppo succede.

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