Memorie annacquate

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

MEMORIE ANNACQUATE

Testo di Francesco Zoppi
Pubblicato su Nautica 518 di giugno 2005

Già il titolo dimostra quanto desidero raccontare circa i miei ricordi, ma quanto questi, forse, non saranno molto precisi. Correva l’anno 196…, è il caso di non dirlo, e a Roma un gruppo di poche ma tenaci persone tenevano viva la passione per la nautica anche intorno alla vostra bella rivista, organizzando con tanta accuratezza gare di velocità e di regolarità, le quali, però, erano tutte ambientate in un mondo nel quale i partecipanti, anche se rivali, erano in fondo profondamente amici.

Direttore della vostra rivista, grande antesignana e tuttora leader incontrastata, l’amico Vincenzo Zaccagnino, che in modo quasi artigianale la stampava nella tipografia Tumminelli, nei locali di una facoltà dell’Università di Roma, prima di trasferirsi negli attuali locali di via Tevere. Lo ricordo con grande piacere e la sua immagine è ancora presente nella mia mente, anche per la sua notevole statura e la ben curata barba, che ne faceva più un uomo di mare che quello che oggi noi intendiamo un “manager”. Altri amici di cui spesso mi sovviene, sono Elmo Oliveri, l’inviato speciale, con quel suo fare compito. Egli era, tra l’altro, anche mio vicino di casa e quindi avevo occasione di incontrarlo più di frequente, ma sempre con sentimenti più di amicizia che professionali. Il caro Amendola, il principe dei pubblicitari, che incontrai casualmente da Harrods a Londra in occasione del Salone della nautica. Fu un saluto che mai avrei pensato fosse definitivo e ricordo mi chiese un parere sulla scelta di una cravatta. Ma tanti altri ne potrei ricordare, se purtroppo l’impietosa età e il trascorrere inesorabile del tempo non mi avessero fatto dimenticare i loro nomi.

La nautica, in quel periodo, viveva le sue vicende su persone le quali davano più che la loro opera il loro sentimento, affinché essa, alla fine, avesse di che vivere e anche, forse, di che unirci. In Italia eravamo, in quel tempo, alla preistoria, e ogni nostra attività si alimentava ed era disciplinata da comportamenti, piuttosto che formali direi accettati, con poche essenziali regole più che scritte condivise. C’era un contatto umano fatto di incontri e di telefonate (per fortuna non c’erano i cellulari così martellanti) nei nostri magazzini o negozi per mettere a punto quelle attività che poi si sarebbero concretizzate nei vari tipi di raduni.

Catalizzatore di tutto questo fu in buona parte il Comandante Pelagallo, vero uomo di mare, che vidi più volte commuoversi quando al termine di un raduno si recitava la Preghiera del Marinaio, si ammainava la Bandiera, si suonava il nostro Inno Nazionale. Può sembrare che io lo voglia enfatizzare, al contrario, desidero solo che si comprenda di che individui si componeva il nostro ambiente. Non tutti certo avevano di questi comportamenti, c’erano anche, soprattutto i più giovani, i più scanzonati, i più disillusi che di questo ridacchiavano. Egli era oggetto di ammiccamenti, ma quanto manca quella tenue coesione che alla fine riusciva a tenerci tutti uniti.

Ricordo il suo magazzino-officina in una via nei pressi dell’Alberone, dove svolgeva anche la sua attività commerciale (si deve pur mangiare tutti i giorni), ma dove preparava soprattutto i piani per quelle attività inerenti il mondo della nautica che ci riguardavano. Ecco, la nautica, non quella megagalattica dei grandi yacht, ma quella modesta, artigianale, fatta di piccole ma importanti passioni, di gioie e di dispiaceri che formavano questo mondo e quello dei canotti pneumatici.

Tra i non più giovanissimi mi piace ricordare Remo Giacinti e il suo prestigioso negozio di via Napoli, che tanto ricordava l’interno di una nave. Era nei presi di via Nazionale, strada a quei tempi di grande prestigio e sulla quale si affacciava l’altro suo negozio di abbigliamento maschile. Poi si trasferì in via Brunacci, vicino Ponte Marconi, in un garage sotto un palazzone, ma questo è un altro ambiente, anonimo e senza sapore. Era Remo a mettere in acqua motori della fama degli americani Evinrude, veri muli, come si direbbe in gergo, non velocissimi, ma tanto affidabili; poi barche del calibro delle Boston Whaler, sempre americane, e tante altre marche di cui non ricordo il nome. Aveva anche una base al Circeo, che in estate diventava quasi un suo secondo punto vendita, ma soprattutto la sua vacanza. Era facile incontrarlo in una zona che noi chiamavamo il “Porto”, anche se esso svolgeva tale funzione solo per noi che lo frequentavamo, non essendo ancora omologato. Nel cosiddetto allora “Porto del Circeo” vi erano ormeggiate diverse barche, soprattutto dei villeggianti e anche alcuni yacht. C’era poi il grosso relitto di una goletta arenatasi lì e lentamente aggredita dalle intemperie; si diceva che fosse impossibile rimuoverla e che l’unico sistema per liberarsene fosse quello di incendiarla, ma con le dovute cautele. E Antonio, il facente funzioni di marinaio, un bel ragazzone, vero tipo del mediterraneo, che si ingegnava a sorvegliare le barche e a fare piccoli lavori in un’improvvisata officina che aveva quasi il sapore di un retrobottega, dove, forse, avrà messo mano, oltre che a qualche motore, a qualche cuore o meglio…

E ancora Zucchi, della famosa armeria Zucchi di via Bissolati, quella magica strada fatta di prestigiose Compagnie Aeree e di bei negozi, oggi, purtroppo, non più esistenti. Loro avevano la concessione dei famosi canotti Zodiac. L’anziano Zucchi e il figlio avevano un bel da fare a rendere veloci in gara i loro canotti, perfetti nel materiale e nell’esecuzione, ma un pò più pesanti degli altri. Ricordo che in quel tempo c’era in commercio un canotto venduto da una ditta milanese con rappresentanza in viale Manzoni, che si chiamava Buxtom, il quale, un pò per la progettazione, un pò per il materiale col quale era costruito, sta di fatto che risultava leggero e anche veloce. Zucchi con ironia oggi forse risibile, lo apostrofava “Buton”, riferendosi malignamente alla nota marca di brandy. I suoi canotti erano motorizzati Johnson e questo introduce un altro nome: Marchi, e la sua sede al laghetto dell’Eur. Di lui ho poco da dire poiché non ha mai partecipato a gare o a raduni, si limitava solo a importare i succitati motori, che essendo strutturalmente, e non solo, cugini degli Evinrude, anche loro godevano di grande affidabilità.

C’era poi Giancarlo Morolli e il negozio di piazza di Villa Carpegna che aveva in vendita i cannotti “Attaque” e i motori Mercury, le allora formule uno della nautica dei canotti e con i quali egli gareggiava. Era uno spettacolo vederli correre, tanto impressionava il rumore del motore e l’assetto del canotto che appena sfiorava l’acqua con la parte posteriore dei galleggianti. Compagno di Morolli era Massimo Funaro, membro delle famiglia Funaro, titolare di un bel negozio di abbigliamento e anche lui alla guida d’un “Attaque-Mercury”. Altri personaggi furono Alberto Fornari e suo zio, soprannominato la “Volpe d’argento”, forse per i suoi capelli di un candore incredibile o, forse, perché titolare del prestigioso negozio di via Frattina, angolo via del Gambero, dove vendevano sofisticatissimi oggetti d’argento.

Ma oggi, purtroppo, tutto questo è scomparso. A volte mi domando: se non fosse stata la grande passione cos’altro poteva animarli, dato i risultati ottenuti? Come non ricordare poi il simpatico Marzio Marinelli, anche lui con la sua famiglia titolare del negozio di tessuti in via Agostino Depretis, angolo piazza del Viminale, proprio di fronte al Supercinema. Correva con un canotto che si ostinava a rendere veloce e il cui nome era nientemeno che “Callegari e Ghigi”. Rosso di capelli, carattere esuberante e sempre pronto alla battuta, a quante gare ha partecipato anche lui con scarsi risultati, eppure sempre presente e pronto ad animare ogni raduno.

C’era poi un trio divertente composto da Felice De Risi, detto “Pucci”, col quale ho avuto modo di incontrarmi anche in seguito, Maurizio Colaiacomo e Dino Di Vecchio, amici per la pelle che avevano un negozio di articoli per la nautica in via Rasponi, zona Lanciani. La loro era sì un’attività commerciale, ma lo spirito che li animava aveva qualcosa di goliardico che faceva sembrare il loro lavoro quasi un gioco. Oltre a essere provetti sub si dilettavano anche di corse con i canotti, proprio quelli inizialmente della ditta Buxtom, poi chiamati Domar, e fabbricati dalla ditta Dorati Mare.

A questo punto, infine, si aggiunge un altro personaggio al quale mi lega oltre che amicizia anche stretta parentela, in quanto si tratta di mio cugino Massimo Nicotra. Egli, titolare della ditta “Italiancamping”, aveva organizzato una scuderia formata da lui, da due meccanici, Roberto il capo e Claudio l’aiuto, e dal sottoscritto, per gareggiare su canotti Domar, motorizzati con i veloci motori Carniti.

Penso a questo punto sia giunto il momento di raccontare qualcosa, anche se sommariamente, di quell’attività agonistica cui facevo cenno prima. Tanti sono i raduni e le gare cui abbiamo partecipato, ma di alcune conservo un ricordo meraviglioso, che difficilmente dimenticherò.

Il primo “Trofeo Isola di Giannutri”, gara di regolarità da Porto Santo Stefano all’isola di Giannutri, in una stupenda giornata semiestiva con partenze scaglionate e traguardi intermedi da raggiungere in tempi prestabiliti. Non fu tanto la gara di per sé, sebbene con mio cugino ci fossimo classificati secondi, quanto la sorpresa che trovammo sull’isola. Vi era allestito, fra i ruderi della villa romana, un fantastico e ricchissimo buffet a disposizione dei partecipanti e dei loro accompagnatori. Anfitrione e padrona di casa la nota e bellissima attrice Gianna Maria Canale, che aveva tutto predisposto perché la giornata risultasse veramente indimenticabile. Credetemi, a sera fu difficile rendersi conto che la giornata era veramente finita e che ci attendeva il battello con sopra i nostri canotti per riportarci a casa.

C’era poi la Roma-Fiumicino-Roma, anche questa gara di regolarità. Si partiva dal ponte Duca d’Aosta per discendere il Tevere superando sulla sinistra l’Isola Tiberina nel vorticoso letto del fiume fino a Fiumara Grande. Lì, dopo una sosta, una messa a punto e una “magnata”, si ripartiva per Roma fino al traguardo posto presso lo Scalo De Pinedo (il ponte Pietro Nenni non era ancora stato costruito) dove eravamo ospiti del galleggiante che oggi credo si chiami “Isola del Sole”. Quanti piccoli episodi si verificavano in quei frenetici momenti, a volte ilari, a volte ci sembravano drammatici.

Ricordo una discussione in termini molto “romaneschi” tra il Comandante Pelagallo e Maurizio Colaiacomo per un disguido sull’ordine di partenza, oppure quel fuggi- fuggi generale a Fiumara Grande, quando nell’assolata quiete della pausa prima di tornare a Roma si sentì all’improvviso un sibilo come di un aereo o di qualcosa che precipitasse dal cielo, ma altro non era che la giuntura di un canotto che si era scollata per averlo troppo gonfiato e la lunga permanenza fuori dall’acqua sotto i cocenti raggi del sole. Naturalmente poco dopo tutto si chiarì e terminò in una fragorosa risata.

Sempre a Fiumara, durante le prove di una gara di velocità, Alberto Fornari male interpretò la posizione di una boa di virata e Marinelli, che lo seguiva da presso, non poté evitare la collisione passando addirittura con la sua imbarcazione su quella di Alberto. Furono attimi di grande apprensione, ma fortunatamente tutto finì con un bel bagno e un grande spavento.

Sempre a Fiumara, non ricordo ma fu senz’altro una delle poche, Marzio Marinelli vinse una gara e gli amici pensarono di gettarlo in acqua per festeggiarlo. Con grande sorpresa di tutti, quando lo ripescammo aveva nella tasca della tuta un pesciolino vivo che si dibatteva nel bagnato del tessuto e in quella poca acqua presente.

Queste erano per così dire le gare “domestiche”, fra amici, ma che comunque avevano valore nazionale, poi c’erano le gare con partecipazione straniera alle quali erano presenti soprattutto i francesi. Fra i tanti, di cui anche per motivi di scrittura non ricordo il nome, c’era un simpatico personaggio che si chiamava Struck. Era di medio-bassa statura, con un paio di occhiali tondi quasi alla Silvio Pellico, un paio di baffetti sotto un enorme casco e un corpo reso più simpatico da un massiccio giubbetto galleggiante e da dei bermuda che lasciavano intravedere due gambe non proprio atletiche.

Ricordo che era assolutamente proibito usare per la miscela dei motori olio di ricino, oppure prodotti similari come l’olio “Castrol”. Proprio per evitare questa eventualità, alla partenza la giuria controllava tutti i serbatoi del carburante. Struck si aggirava per il campo di gara sniffando l’aria con fare furbesco e non trovando ovviamente odori che potessero dare certezza ai suoi dubbi, si ostinava a ripetere insistentemente che i canotti avrebbero dovuto essere controllati “A l’arrive… a l’arrive…”.

In queste occasioni le squadre schieravano fra le loro file personaggi di levatura ben più rimarchevole, con presenze di elementi mitici, almeno per noi, nel mondo delle corse. Ricordo una gara a Castelgandolfo alla quale, fra le tante squadre, mi impressionò la presenza di quella di Sergio Carniti in persona, con i suoi favolosi motori e i suoi bravi piloti. Naturalmente per noi in quelle occasioni non c’era storia, in quanto i suoi motori erano messi a punto direttamente in fabbrica e avevano quel qualcosa in più che altri non avevano, pur rimanendo rigidamente vincolati ai parametri fissati dal regolamento. Noi avevamo solo la soddisfazione olimpica di aver partecipato e, diciamolo pure, di esserci ben difesi.

Un ricordo a parte va ai periodi che precedevano le gare, e qui le memorie sono solo personali anche per quel poco di ingenua segretezza che circondava la preparazione di un assetto o di qualche altra diavoleria. Si facevano nottate sperando di tirar fuori un qualcosa che migliorasse la prestazione del motore oppure dell’imbarcazione, anche se poi il tutto poteva essere vanificato in gara, magari dimenticando di aprire il congegno di presa d’aria del serbatoio, per cui la miscela non arrivava più al motore, e ciò è successo a molti svariate volte. Si chiudeva il negozio o il magazzino, si mangiava un panino, il più delle volte preparato da mogli o fidanzate, e poi via al lavoro nella frenetica attesa di provare in acqua quanto ci eravamo forse illusi di realizzare con le nostre teorie. Ricordo, a proposito di prove, tanti episodi, tanti momenti, tanti luoghi, ma sono più che altro attimi che appaiono e scompaiono dalla memoria e che sarebbe in buona parte lungo e forse inutile raccontare.

Di qualcuno però mi è rimasto un cenno o un ricordo materiale anche indelebile, come quando, in una sperduta officina di fabbro nella campagna romana, poiché non tutti erano disposti a perder tempo con noi, preparando il supporto in alluminio per ancorare il motore al canotto, finii con la mano sotto una sega elettrica, per fortuna a bassa velocità, per cui si limitò fortunatamente a lasciare sull’indice della mano sinistra una bella cicatrice che porto tutt’ora.

O quando si andava da Mario, titolare della “Motonautica Tevere”, che si trovava a Settebagni, quasi dove oggi passa la Direttissima Ferroviaria Roma-Firenze. Lì il fiume era più calmo e poi c’era la gru per mettere in acqua le imbarcazioni (cosa assai rara e presente solo nei cantieri di Fiumicino). In una di queste sedute, quando ormai si era fatto quasi buio, le imbarcazioni erano già tornate sui loro carrelli e stavamo salutando gli amici per riprendere la strada di casa, ecco arriva un tale con una “bagnarola” di fave e un paio di chili di pecorino con la lacrima e ci invita a fermarci insieme con gli altri. Non c’era il telefono, quella volta ahimé non c’erano ancora i cellulari, ma la tentazione a rimanere fu più forte e restammo attratti dalla simpatica compagnia e da tutta quella bontà che ci veniva così spontaneamente offerta, dimenticandoci che a casa ci stavano aspettando già da molto tempo e quasi stavano per denunciare la nostra scomparsa ai Carabinieri.

Questi sono alcuni dei ricordi che ancora aleggiano, forse sempre più tenui e confusi nella mia memoria. Un carissimo amico della rivista “Nautica” parlando con me è venuto a conoscenza di questa mia passata attività e mi ha chiesto se potevo narrare qualcosa di questi episodi. Certo non ho lo stile giornalistico che certamente lui si poteva aspettare, prendeteli comunque per come li ho scritti e, ma a questo ci tengo, riflettete sullo spirito non proprio prosaico che ci animava e che fra liti, passioni, gioie e dolori, tanto ci univa in quel tempo e in quei luoghi, oggi così trasformati o, forse, scomparsi.

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