La Noa

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

“NOA”

Testo di Giangaspare Uslenghi
Pubblicato su Nautica 525 di gennaio 2006

Realtà, esperienze, sogni? La “Noa” è tutto questo, e averci vissuto sopra per un pò di tempo ha riflesso in me emozioni, progetti, valori e anche altro – e ora, qui, provo a raccontarlo, seppur riassunto.

Innanzitutto, la “Noa” (“barca” è femminile, non solo in italiano, ma anche perché a me pare che abbia tante caratteristiche e peculiarità similari e in comune con la femmina umana – e un giorno ne scriverò – e dunque vuole l’articolo la) è un Sangermani di venti metri costruito una quarantina di anni fa nei cantieri di Lavagna, una purosangue del mare venuta fuori da quell’abilità e sensibilità unica dei maestri d’ascia, che, ahimé sono oramai estinti, persi e incalzati dall’avvento pratico ed economico della vetroresina, da un mestiere non tramandato, da un romanticismo irrecuperabile nella frenesia del nostro vivere, non potranno più donare tanta bellezza; un’arte, un romanticismo affatto mielato, che fa prendere precisa forma a ogni singolo pezzo di legno grezzo impiegato con la pazienza e non con la presunzione di sottomissione in un atto di arroganza, di adattarlo fino a quando non divenga espressione dell’arte, una scultura viva e in movimento, a beneficio di quell’automatico senso dell’estetica che solo una barca come quella può restituire alla gioia e soddisfazione di chi la guarda; basterebbe vedere in quale modo, in questa barca e come semplice esempio, è stato forgiato in un unico pezzo ricurvo il corrimano della scala di discesa alla dinette, per rimanere affascinati e stupiti da tanta abilità e perfezione, dalla bellezza che sa dare vita e autonomia anche alle materie inerti, agli oggetti – ma sono venti metri tutti così, non solo un pezzo o un particolare.

Bè, che io ami il mare e le barche a vela, mi sembra anche fin troppo chiaro, e allora faccio un breve excursus su come la vedo e intendo: un incredibile compromesso tra e quell’elemento instabile, inafferrabile, sempre diseguale e imprevedibile, che persino Eolo, pur essendo il suo dio, sa sempre tenere a bada dentro orci di pelle – e che è il vento; e quell’altro, non meno possente e dal carattere forte e determinato, che non si può sottomettere ma solo assecondare – che è il mare; percepisco la barca a vela come un trait-d’union sul confine di questi due elementi, tanto reali quanto fantastici, e lei (lei, non essa) che li unisce, accomuna, compendia, stringe in dissolubile amicizia e perfetto accordo, assecondando Nettuno, giocando con lui; e quando vedo una barca in secca, mi viene la tristezza di una cosa che ha perso l’anima, e dunque senza senso e vita diviene inutile. Ma torniamo alla “Noa”. Un pò di anni fa, Philipe di Cannes l’aveva al comando per fare charter, e durante un inverno all’ormeggio a Lavagna siamo diventati amici e ci siamo frequentati, io facevo regate, ero sempre in giro per porticcioli, che ancora non avevo acquistato il mio Comet Mango, e scendevo da una vela per risalire su un’altra, e fu così che incontrai, e mi innamorai, della “Noa”. Alla fine dell’estate di due anni dopo, andai a raggiungere Philipe e la sua compagna Giselle – una francovietnamita dal temperamento piuttosto coriaceo, l’erre moscia e gli occhi a mandorla sopra agli zigomi scarni e pronunciati – all’Argentario, dove aveva terminato e fatto scendere gli ultimi clienti della stagione, per fare con loro la breve crociera di ritorno verso il Tigullio; ricordo di un cacciucco sublime divorato all’Elba in onore del mio trent…mo compleanno, di un litigio per questioni di ormeggio con dei pescatori di Porto Ercole, del bellissimo fischietto di ottone con lunga catenella, autentico della marina militare inglese, regalatomi da Philipe, e di Coukie, il terzo componente della famiglia B. una stupenda York Shire nata in barca, il cane poco-cane e più marino e marinaio che abbia mai incontrato (e anche questa meriterebbe un intero capitolo a parte). La “Noa” era un sogno sinuoso nel mare dai colori già autunnali, che scivolava via alla tela nel vento con la grazia del gabbiano, la sicurezza del purosangue, la gioiosità della sfida con i delfini che a turno scortavano la sua rotta; e, dentro, avvolti dal calore del legno e del prezioso arredo, il relax dell’amicizia, della buona compagnia, di cibo ben curato e innaffiato da sapido vino, del tempo senza tempo che non doveva passare nell’autunno tiepido… cosa avrei potuto volere di meglio e di più? Vorrei che tutti – intendo dire tutti quelli che sono accomunati dalla mia stessa passione – potessero stare, un giorno o l’altro, per un paio di ore al timone di uno di questi Sangermani che ancora grintosi della propria bellezza navigano i mari, perché non credo vi possa essere nulla di più bello ed esaltante (ma non sono questi gli aggettivi che cercavo, che provavo, era un’esperienza totale dei sensi che ancora mi mancava, nonostante molto avessi già avuto da altre crociere, dalle regate corse, da altre barche – ma questo era diverso).

Parlavo di romanticismo, all’inizio, e spesso mi sono trovato col dito sul del: non esagerare, mi dicevo, altrimenti chi ti legge fa qualche smorfia per non sentirsi liquefare nei sentimenti, di cui oggi spesso e facilmente ci si vergogna, che intimidiscono, e poi non legge più le altre tue cose, che sono totalmente diverse, i tuoi sono scritti duri e senza peli sulla lingua, non così rosei e dolci – ma poi toglievo il dito, non schiacciavo quel tasto della tastiera del mio computer, perché era esattamente quello che provavo, con tante foto di questi miei ricordi dinnanzi: perché, abbandonarsi alle emozioni deve essere un delitto? Perché non scrivere ciò che si prova, almeno ogni tanto, con semplicità? Non cercando la risposta, continuo: Poi – vorrei dire finalmente, ma sarebbe davvero improprio – una sera che ci trovavamo Philipe, la mia ragazza Mara e io, per una cenetta sulla “Noa” a Lavagna, vero che il tempo non prometteva bene, ma la libecciata che arrivò in poche ore fu grandiosa, allucinante, disastrosa, e se si può anche peggio. Ecco cosa accadde: masse di acqua più grosse di un palazzo, dopo aver senza fatica alcuna oltrepassato la massicciata frangiflutti, se ne venivano giù scavalcando senza limite il muraglione foraneo, che è alto una quindicina di metri, senza perdere una sola goccia di tutta la potenza che contenevano; e a un certo punto, una di queste ondate, per rendere semmai ce ne fosse stato bisogno più suggestivo lo scenario, più certo l’apocalittico diluvio, nell’ostentazione di non essere fraintesa o sottovalutata, si prese la mia automobile parcheggiata sul molo e se la portò letteralmente via, ma per fortuna andandola poi a depositare un centinaio di metri più avanti “sedendola” su una bitta, dove vi rimase per tre giorni, sino a quando con parecchie braccia di aiuto ci riuscì di rimetterla in strada; ma la strada, pure lei, non esisteva più, tutto l’asfalto del primo molo era fiorito, bucato dall’enorme dirompente pressione del mare da sotto, rendendolo impraticabile per un’automobile. Ma questo era ancora nulla, pazienza per l’auto, che già vedevo inevitabilmente affondata nel porto (prima e unica nel suo genere, probabilmente) ma il vero problema eravamo noi tre che stavamo sulla barca, come salvarci, perché c’era davvero un problema così, e non meno come salvare la barca stessa: non si poteva assolutamente scendere a terra, impossibile e troppo pericoloso, né pensare di buttarsi a nuoto verso l’interno più riparato e tranquillo – un istinto neanche troppo innaturale – che sarebbe stata una follia e una pessima scommessa, di abbandonare la “Noa”, poi, neppure a pensarci; e intanto la barca non andava semplicemente a picchiare di poppa, ma si sollevava letteralmente ben oltre la banchina, cercando di scavalcarla con tutte le sue venticinque tonnellate e i tre metri di chiglia, e se l’ancora avesse mollato, anche se trattenuta dalle cime di poppa e da altre ritenute aggiunte in fretta, sarebbe andata a fracassarsi il fianco, per poi inevitabilmente affondare – un gioiello da un paio di miliardi; così noi tre passammo tutta la notte, bagnati fradici, ghiacciati e sinceramente spaventati, stanchissimi in un continuo tira di qui, molla di là, metti una toppa da qualche parte, aggiungi ancora altre cime e posticci parabordi e speriamo in Dio – “ca…o non ho mai visto un mare simile” – di buriane ne avevamo prese ma non così, mai, e poi si sa, al largo, al largo, con un intero mare sottovento da percorrere senza ostacoli, altro che ormeggio, i moli e i porti in questi casi sono ghigliottine e non rifugi, alla cappa secca e aspettiamo che finisca (ma no, io personalmente preferisco almeno qualche centimetro quadrato di tela, che la barca sia sempre governabile, la cappa secca mi fa paura, come qualsiasi altra cosa, mezzo, circostanza, dove non sia io a decidere cosa fare, come e dove andare, seppur con dei grandi limiti) …e invece eravamo ormeggiati, ormeggiati per cenare, assolutamente impensabile uscire e prendere il largo, a subire un incessante incubo sino alla mattina. Mi vien da ridere, ora che la racconto: “Com’è stato e dov’è stata la tua prima tempesta?” E chi te lo chiede si aspetta qualcosa che assomigli, almeno vagamente, a un Capo Horn: “Ma a Lavagna, naturalmente, all’ormeggio, sai, la solita libecciata che ti sorprende in quel mare e in quella stagione …beh, si sa, com’è il mare” …e meno male che ho le ammaccature sulla mia auto, e qualcuno che ancora ricordando l’aiuto prestatomi, per essermi testimoni. Anni prima ricordo di una libecciata, presa con un’altra barca e altri amici, ma questa molto divertente, non traumatica – ma questa è un’altra storia che, se interessa a qualcuno, racconterò in seguito.

Ricordi, emozioni, esperienze, comprensione = vita: la “Noa”.

A metà autunno, ormeggiati a Santa Margherita Ligure, Philipe dovette rientrare per forza e di corsa in Francia, nella sua casa di origine a Les Mans, per gravi e improvvisi problemi famigliari, ma non sapeva come fare per la “Noa”, a chi lasciarla, e fu così che la presi in carico io, e questa divenne la mia lussuosa casa per tutto l’inverno, dove, chiuso il negozio di Genova, ogni sera mi raggiungeva Mara, per cenare e insieme dormire (dormire! anche, si fa per dire, è che erano i primi tempi della nostra relazione, e allora si faceva spesso e tanto volentieri l’amore, e lei mi preparava squisiti pranzetti nell’ampia e ben attrezzata cucina, la “Noa” era quanto di più perfetto ci si potesse immaginare e aspettare in tale situazione). Oh, potrei scriverne ancora per ore e ore, per pagine e pagine; ma infine, Philipe non tornò più, s’era stufato di fare charter, aveva problemi con l’armatore, suo padre era morto, erano quattro anni che girava per il Mediterraneo in barca e Giselle minacciava il divorzio, era venuto il momento di una svolta nella sua vita, per cui si fermò a Cannes, il “Noa” fu venduto, mi risulta a Sebastiano Füstenberg che lo portò anche per un restyling di cui aveva certo bisogno a Venezia, e pare che prese fuoco non appena partiti da Santa Margherita; io mi trasferii per un anno a Milano per lavoro, e da allora non ho più rivisto, né ho notizie della “Noa” – che non voglio cercare; con Philipe siamo sempre amici, quando ci sentiamo e vediamo naturalmente parliamo soprattutto di barche e di mare, mentre ci lasciamo scorrere dentro lentamente i ricordi della “Noa”, senza bisogno di raccontarceli; in quanto a Mara, è già da un paio di anni che non la sento, né la vedo.

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