Mljet, Isola di miele

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

MLJET, ISOLA DI MIELE

Testo di Nicola Napoli
Pubblicato su Nautica 529 di maggio 2006

Una leggenda, affascinante e inaffidabile come tutte le storie umane, narra che il re di Itaca, astuto solutore di problemi bellici, si arrese senza condizioni alla bellissima e disarmata ninfa Calipso. La vicenda gode di consenso unanime e anche il nome del luogo in cui si svolse: Ogigia.

Oggetto di vivaci contestazioni e invece la sua ubicazione geografica: i più hanno optato per la penisola di Ceuta, di fronte a Gibilterra, alcuni per Malta, altri per un’improbabile secca di Amendolara a 10 miglia dalla costa calabra. Non poche località cercano, ancora oggi, di introdursi nell’elenco delle tappe che hanno frammentato il ritorno di Odisseo, per scopi turistici o semplice vanagloria. L’inserimento nella lista omerica non è facile e la candidatura potrebbe non reggere a critiche circostanziate: per diventare un’alcova mitica bisogna avere “le physique du rôle”. La località ideale, che nella nostra mente ha tutte le virtù, non può essere assimilata ad alcun luogo preciso; possiamo solo procedere per approssimazione.

In questo gioco delle assonanze, vogliamo coinvolgere il lettore-navigatore proponendo una meta che possa rispondere alle esigenze del sogno e agli interrogativi della realtà. Mljet sembra soddisfare molti segni particolari, a cominciare dal nome. Nell’antichità suonava come Melita cioè “isola del miele”, alimento che notoriamente arricchisce le fasi lunari di unioni amorose.

POMENA
L’Isola di Mljet (Meleda in italiano), chiude a sud l’infilata delle grandi isole dalmate. A sole 15 mn dalla città di Dubrovnik (Ragusa) si estende, parallelamente alla costa, per circa 37 chilometri di lunghezza; la larghezza non supera i 3 chilometri.

La spina dorsale è percorsa longitudinalmente da una strada che la unisce da Nord a Sud passando attraverso boschi (la vegetazione ricopre più del 70% del territorio) e piccoli centri abitati. L’unico collegamento viario, che corre a circa trecento metri sul livello del mare, offre una visuale impagabile: da una parte l’Adriatico, senza più ostacoli, uniforma la sua tinta a un azzurro intenso, dall’altra il braccio di mare fino alla costa mostra sfumature più tenui interrotte da bianche scie. La baia di Pomena, riparata a nord dall’isolotto Pomes tak, si propone generalmente come primo approdo, sia per chi proviene dall’Italia, sia per chi abbia già “snocciolato”, in piccolo cabotaggio, la lunga teoria di isole. Gli ancoraggi disponibili sono vari e possono soddisfare tutte le varietà caratteriali: scontroso-mistico a ovest dell’imboccatura, in una quasi laguna praticamente deserta, con fondali intorno ai 20 metri; socievole-festaiolo di fronte all’unico hotel “Odisej”, se si ha la fortuna di trovare un posto libero nei circa 200 metri di banchina disponibile; indeciso-lunatico nel braccio di mare fra abitato e Pomes tak su 5-7 metri d’acqua.

Devo dire, giudizio personale, che nessuno dei tre ormeggi è in grado di evocare fantasie surreali, tanto meno l’albergo il cui nome evocativo non si concilia affatto con il tristanzuolo lusso “ex- moderno”.

Resta il fatto che Pomena è il centro turistico più importante di Mljet. Di qui partono le escursioni guidate per terra (da non perdere Veliko Jezero e Malo Jezero) e per mare. Qui si può effettuare un vizioso tantra-shopping (guardare ma non comprare: dura di più e non si beccano bidoni), qui si possono noleggiare vetturette fuori-serie (tanto “fuori” da risultare uniche), gestite dalla società “Mini Brum”, per un’escursione nel “Parco Nazionale” e ai laghi salati.

L’onda lunga provocata dagli aliscafi che collegano l’isola alla terraferma e il massiccio afflusso di caicchi da crociera con i loro pesanti odori di cucina e nafta bruciata rendono vano il tentativo di poter immaginare una qualsiasi atmosfera romantica.

POLACE
A meno di quattro miglia, superata la punta Stupa, si apre l’ampio fiordo di porto Palazzo (Polace). Il nome deriva da un palazzo diroccato, in fondo alla baia, risalente al III o al IV secolo d.C.

Sulla base del vecchio edificio romano, la costruzione si è ampliata fino a diventare una basilica cristiana. Lungo la riva destra specchi d’acqua smeraldina (forse il colore degli occhi della ninfa?) riflettono la chioma dei pini di Aleppo e suggeriscono bagni rigeneratori. Alla ricerca di un ancoraggio per la notte, dirigo la prua verso le rovine del “castello”.

La rada che ricordavo deserta, solo pochi anni fa, è zeppa di barche alla fonda. Sulla sinistra una lunga teoria di piccoli ristoranti (ne ho contati otto), con banchina per l’approdo (adattata a vasca di pesce vivo), ha occupato tutto il lungomare. Camerieri in maglietta con il logo Ogigia o Calipso, agitano cime d’ormeggio per adescare gli equipaggi con promessa di cibo e riposo. Lo stazionamento, comprensivo di acqua e corrente, è gratuito ma il prezzo della cena risente, con gli interessi, di questo “regalo”. Complice l’indolenza che colpisce i marinai dopo una traversata, molti cedono alle lusinghe dei nipotini della ninfa. E poi la cordialità, ai limiti dell’affetto, esibita dai ristoratori è tale da far cadere ogni riserbo. Noi non siamo da meno; del resto oggi l’alternativa è quella di ficcarsi nel mucchio con tutti i tormentosi interrogativi sulla tenuta delle ancore. Un luogo simile può aver ospitato la famosa coppia, magari nel punto delle antiche rovine?

Non mi convince l’ampiezza degli spazi poco adatti a una situazione esclusiva che, come molti sanno, predilige luoghi appartati.

OKUKLJE
La parte orientale della costa presenta, verso sud, una stretta apertura che nasconde una piccola baia. Si chiama Okuklje. Se si naviga a vista lungocosta senza prestare attenzione alle carte nautiche e con il GPS spento, l’imboccatura, segnalata da un piccolo fanale sulla punta Stoba, può passare inosservata. La piccola rada veniva chiamata, appropriatamente, in italiano Porto Camera. Gli ormeggi (una dozzina), con corpo morto, sono gestiti dal proprietario del ristorante “Maran” che in pratica esercita un dominio incontrastato. L’altra piccola trattoria, omonima del luogo, è relegata in fondo all’insenatura con bassi fondali. Il fascino della chiesetta a picco sul mare, la trasparenza dell’acqua, le semplici abitazioni, delle dodici famiglie stanziali, allineate su un’unica fila lungo la riva, sono quelle che ricordavamo con piacere. Meno piacevole l’ospitalità di “Maran” a cui, una certa notorietà e il regime di monopolio, hanno sviluppato cupidigia e scortesia, come sempre avviene quando la domanda supera di molto l’offerta. A sera, seduto in pozzetto, osservo una mezza luna che illumina quel piccolo cerchio di mare pensando alla possibile residenza dei due amanti. Scarto l’ipotesi: troppo angusto, quasi una segregazione che impedisce a un’anima inquieta di puntare lo sguardo nell’infinito, abitudine connaturata nel vagabondo omerico.

SAPLUNARA
L’isola termina a sud con il capo Gruj. Circumnavigo la parete rocciosa con ormai poche speranze di trovare una sponda che risponda ai requisiti dell’immaginario “nido”. Piccole insenature si susseguono fino a punta Blaca, dove la costa rientra repentinamente, l’ecoscandaglio passa velocemente dai cinquanta ai venti metri e le sfumature blu intenso digradano verso il verde smeraldo dell’insenatura di Saplunara. La spiaggia, sovrastata da una pineta e poche case, è raccolta in una baia protetta dai venti del nord ma aperta a quelli del terzo quadrante. Colpisce gradevolmente l’abbinamento cromatico dell’acqua celestina con le verdi tonalità dei resinosi pini di Aleppo. Ancora di più, meraviglia l’insieme del paesaggio che sembra soddisfare le esigenze logistiche del racconto: una distesa d’acqua a perdita d’occhio, la bianca riva sui cui l’Itacense versava le lacrime della nostalgia e l’abbondante legname circostante con cui costruire la zattera del ritorno. Affondiamo l’ancora in 5 metri d’acqua su fondo sabbioso per una breve sosta. Nella parte nord c’è la possibilità di ormeggiarsi con sufficiente tranquillità ma decidiamo, dopo una breve sosta, di abbandonare l’ancoraggio per risalire la costa occidentale, alta e frastagliata, e proseguire per Lastovo. Strano luogo Saplunara, appartato angolo idilliaco, sontuosa per chi desidera isolarsi dal resto del mondo, espressione di un confine che non consente arretramenti. Per Ulisse solo una via di fuga per sottrarsi all’incantesimo di una dolce vita senza futuro. Sì; il posto potrebbe essere lo sfondo del dramma omerico e l’isola quel lembo di terra che ha interrotto, piacevolmente ma per troppo tempo, il viaggio dell’eroe. Solo l’accurata descrizione astronomica, riportata nel libro (da ovest verso est per raggiungere Corcira, odierna Corfù), infrange l’ipotesi della posizione geografica di Ogigia ma non ci può impedire di collocare in un luogo senza tempo una storia senza età.

COSA DICE L’ODISSEA
Omero; Odissea, trad. Ippolito Pindemonte-Sansoni – Firenze 1978 Omero fornisce descrizioni sufficientemente precise perché il lettore possa farsi un’idea circostanziata sull’aspetto paesaggistisco, i personaggi e le loro azioni. Particolarmente vivo il tormento di Ulisse e nitido il luogo della disperazione:

“…mesto sul deserto lido, Cui spesso si rendea, sedeasi; ed ivi Con dolori, con gemiti, con pianti Struggeasi l’alma e l’infecondo mare Sempre agguardava, lagrime stillando.”

Il permesso di partire e la necessità di costruire un natante all’estremo dell’isola:

“…dove alte piante Crescean; pioppi, alni, e sino al cielo abeti Ciascun risecco di gran tempo e arsiccio, Che gli sdruccioli agevole sull’onda.”

Ed inizia la costruzione della zattera:

“…venti distese al suolo arbori interi; Gli adeguò, lì polì, l’un destramente Con l’altro pareggiò… …Ed ei forò le travi e insieme unille, e con incastri assicurolle e chiovi. Larghezza il tutto aveva, quanto ne danno Di lata nave trafficante al fondo Periti fabbri. Su le spesse travi Combacianti tra sé lunghe stendea Noderose assi, e il tavolato alzava. L’albero con l’antenna èrsevi ancora, E costrusse il timon, che in ambo i lati Armar gli piacque d’intrecciati salci Contra il marino assalto, e molta selva Gittò nel fondo per zavorra o stiva.”

Quindi le vele e il varo:

“Le tue tele, o Calipso, in man gli andaro E buona gli uscì pur di man la vela, Cui funi legò, legò le sarte, La poggia e l’orza: al fin, possenti leve Supposte, spinse il suo naviglio in mare…”

Fin qui tutto bene; la spiaggia incorniciata d’alberi, fonte di materia prima disponibile in prossimità della riva; il mare, sola via di fuga, che offre allo sguardo inquieto una distesa senza limiti, unico, incerto legame con la patria; la costruzione plausibilmente portata a termine da un uomo solo conoscitore di carpenteria e di arti nautiche. Tutto combacia; tutto tranne la rotta. I dubbi e le diatribe iniziarono con la collocazione dell’isola rispetto al tragitto seguito per raggiungere Scheria, la terra dei Feaci indicata unanimamente in Corcira (oggi Corfù).

“…Quindi al timone Sedendo, il corso dirigea con arte, Né gli cadea sulle palpebre il sonno, Mentre attento la Pleiadi mirava, E il tardo tramontar Boote, e l’Orsa Che detta è pure il Carro, e là si gira, Guardando sempre in Orione, e sola Nel liquido Ocean sdegna lavarsi, L’orsa, che Ulisse, navigando, a manca Lasciar dovea…”

Il percorso che corrisponde a un tale quadro astronomico, non può che essere una linea, da ovest a est per circa 90°. Il che darebbe ragione a quanti identificano la penisola di Ceuta come la mitica Ogigia. Resta da vedere per quale bizzarro motivo un esperto marinaio, che anela a tornare a casa (Itaca) debba macinare più di mille miglia per raggiungere un lido prossimo alle colonne d’Ercole, senza contare che nel viaggio di ritorno, su un mezzo di fortuna, debba coprire circa le milletrecento miglia che lo separano da Corfù, compiendo un’inspiegabile deviazione verso Nord. Il tutto in diciassette giorni.

Più verosimile compiere la modesta distanza di quasi duecento miglia fra Mljet e Corfù con una zattera dotata di scarsa direzionalità, in preda a deriva e scarroccio e accettare l’elemento astronomico, come unica dissonanza. La concordanza di posizione degli astri e lontananza dalla costa greca (appena 140 miglia nautiche con rotta 96°) hanno fatto rizzare la cresta agli abitanti di Amendolara (CS) che hanno subito candidato la secca omonima a simulacro dell’isola omerica scomparsa sotto venti metri d’acqua.

Comunque stiano le cose non rimane che ammirare la sublime qualità della vena poetica che forse ha voluto inserire l’eco di reali spedizioni esplorative nel destino di un singolo uomo, ma sicuramente ha voluto cantare le aspirazioni, le passioni e i tormenti di sempre e di tutti.

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.