Il gusto di andar per mare

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IL GUSTO DI ANDAR PER MARE

Testo di Paolo Bearzi
Pubblicato su Nautica 533 di settembre 2006

Talvolta si devono prendere decisioni che a prima vista parrebbero codarde.

Ne era valsa proprio la pena. Di primo acchito il nolo era stato pesante, ma la giornata pareva promettente e il divertimento assicurato. In particolare Giovanna ed io lo speravamo; infatti avevamo insistito molto per quella gita. Le previsioni del tempo erano delle migliori, cielo terso e mare d’olio, cosa potevamo pretendere di più. Fuori dal porto ci trovammo immersi in una brezza leggiadra, piacevole e poco impegnativa, giusto quella che ti serve quando sei in vacanza, giusto quella che trovi solo una volta su mille. Così appena potemmo abbandonammo la costa e salimmo di spi nel mare aperto, liberi su ogni rotta, lontano da chiunque. Augusto nel frattempo continuava noiosamente a lamentarsi della carbonara. Pareva una vecchia zitella e tutti ridevano piuttosto che compatirlo.

– Ooh, c’è l’ho tutta sullo stomaco.

– E ti credo!

Rispose Lucia, la sua consorte, piccantina e malcelatamente sarcastica.

– Tutta quella pasta a colazione! Sei abominevole.

– No ti prego, non farmici pensare. Mi vien più male.

Pareva l’unica nota stonata della giornata, ma del resto se l’era cercata, i più moderati a colazione s’erano abbuffati di brioche e cappuccini, ma lui, lui no! A lui non era bastato e s’era mangiato una pasta alla carbonara. Incredibile e abominevole! Mentre lasciavo correre i pensieri sulla carbonara il sole si era alzato irriverente e determinato, non si vedeva in cielo una nuvola a perdita d’occhio, e all’orizzonte oramai c’era solo mare.

– Hey, come siamo in cambusa?

– Siamo quasi pronte.

I battibecchi civettuoli di sottocoperta, piacevoli e scherzosi, evocavano ricordi romantici di primi incontri, ricordi di quando l’aspettativa si fondeva con l’ingenuità dando forma a un mondo sempre attraente. Beh, quei momenti parevano ora non poi così irripetibili. Assaporavo i ricordi confrontandoli con il presente; vedevo sorrisi e dolcezza. Allora mi accorsi dei tintinnii della cucina che lasciavano presagire solo leccornie in arrivo: più che cascare dalla padella nella brace, andavo di bene in meglio.

La “piccola” Giulia guardava ammaliata, dall’uno all’altro, gli spi colorati che ci stavano alle spalle. Che bellezza, che paesaggio, che colori ci circondavano.

– Augusto, vieni a tenere lo spi 10 minuti, devo ricaricare le batterie.

Intendevo le mie batterie, perciò scesi sottocoperta e mi appisolai in men che non si dica steso sopra i morbidi cuscini, cullato dalle onde e spossato di piacevoli ore al punto da dover dormire “un momentino” prima del luculliano banchetto in arrivo.

Ero sceso da poco, qualche minuto al massimo, quando Giulia si rivolse ad Augusto con voce grave ed attenta.

– Guarda quelle ondine bianche, ci sono solo là dove il cielo è diventato verde-grigio, e guarda che strane manovre fanno quelli.

Si vedevano barche straorzare, e tutti intenti ad ammainare, gente che correva e visi tesi; anche la rotta cambiava.

Augusto si girò e con un solo balzo si trovò sulla tuga ad urlare sottocoperta:

– Peter fuori!

Da buon capitano Balzai fuori di botto, in realtà ancora stordito e intento ad uscire dal torpore per tornare lucido; raggiunto il pozzetto tutto restava ancora appena comprensibile. All’improvviso capii le creste bianche; la susseguente scarica di adrenalina mi riportò tra i viventi in un batter d’occhio.

– Arriva, arriva! giù di spi e di randa prima che ci prenda; gridai con il cuore in gola. Riconoscevo i segni del tempo e sapevo dove saremo andati a finire.

– Ma noo, dai che ci divertiamo un pò, il vento non è così forte, dai fifone;

– Sì dai vediamo cosa succede.

Guardai la ciurma uno ad uno, per me erano tutti matti, ma pareva che mi leggessero in cuore una paura stringente e vigliacca, perciò ero tentato di cedere, non volevo essere “il fifone”. Guardavo dall’uno all’altro, mi giravo a contemplare le onde e le raffiche in arrivo, guardavo le vele appena gonfie; gli altri in attesa ancora, guardai dietro una volta di più restando incerto. Indi mi voltai di scatto e urlai a tutta voce

– Giù le vele! Adesso!

Taluni senza capire, talaltri ben coscienti, tutti si ritrovarono alle manovre, mentre Giulia elettrizzata dal corso degli eventi guardava negli occhi i più esperti per cogliere eventuali ordini. In quella frenesia di cime che si allentano, di vele che sbattono e calano ingombrando tutta la coperta, di urla e di comandi che si sovrastano, di rumore assordante e di acqua che bagna tutto e chiunque, di persone alterate e in apprensione, mi ritrovai puntato da quegli occhietti impertinenti per nulla intimoriti. Nel caos pensavo “ecco la vera stoffa del marinaio” e in qualche modo apprezzai quel piccolo fatto. Poi sempre a tutta voce comandai

– recuperate quello spiii, non deve riempirsi d’acquaaa.

Naturalmente Giulia fu sulla vela prima degli altri, più esperti di lei, adoperandosi solerte per portare a termine l’incarico. Stavamo a secco di vele, la barca ferma sull’acqua, e con addosso gli occhi di Augusto quando cominciai a filare di poppa due lunghe e grosse cime, le più grosse e le più lunghe che avevo. Giulia mi guardava incuriosita domandandosi probabilmente cosa mi passasse per la testa, ma non avevo il tempo di spiegarle le pratiche marinare, perciò rimandai le spiegazioni a un secondo tempo, concentrandomi su quello che stavo facendo: non era il momento di lasciare in giro cime incattivate. Per un attimo parve che tutto si fermasse, quindi il vento ci investì senza pietà, raggiungendo in men che non si dica raffiche molto violente. La barca riprese dapprima a correre veloce, leggera, sfuggente tra le onde che si formavano sempre più alte e cattive, scappava al mare, poi diventò quasi ingovernabile, mentre il vento sibilando tra le sartie si trascinava dietro acqua polverizzata: potevamo navigare solo in poppa e la lotta non era più pari, potevamo solo assecondare. Non eravamo in regata ed ero contento di non aver corso rischi inutili, la barca, pur correndo con il tempo, teneva bene e forse le cime filate di poppa non erano poi così necessarie, ma eravamo tutto sommato al sicuro, davanti a noi avevamo acque aperte, navigabili, profonde. Qualcuno di noi non era mai salito a bordo: un bel battesimo con il wind speed che segnava 42 nodi in raffica e 37 nella “calma”, una calma dove tutto sibila e per capirsi si deve urlare a squarciagola, una calma dove lo sbandamento della barca è sempre così pauroso. Ci ritrovammo tutti imbottiti nelle cerate, protetti dai giubbotti di salvataggio e stretti l’uno all’altro in pozzetto, come pecorelle, acqua sopra e acqua sotto. Il mare divenne rabbioso e perfino le draglie fischiavano, mentre il vento ululava l’onda ingrossava ad ogni nuovo passaggio, ma la barca restava leggera sulla ruota, docile sulle onde senza mostrare segni di sofferenza. Nel caos mi sentii tranquillo, assaporai un momento di pace perché la barca era salva, integra, governabile, e contemplai la dimostrazione che la natura aveva voluto offrirci della propria potenza. Gli sguardi degli altri cercavano conforto nei miei occhi e mi parve di avere il mondo in mano. I colori erano taglienti, nero e blu scurissimo contrastati dal bianco, i rumori erano violenti e sempre inattesi, il sapore di salso si respirava ed eravamo consci della nostra condizione di piccoli uomini, la barca pareva un turacciolo perso nel nulla, completamente in balia degli elementi. Il groppo di vento e il temporale dovevano essere stati innescati dalla calura di poco prima, pareva fin impossibile trovarsi inondati da una pioggia battente, nel vento e nel marasma, quando qualche minuto addietro stavamo nel sole pieno. Notai allora con conforto, prima degli altri, che le raffiche erano divenute meno intense, la pioggia si stava portando via il vento, e di lì a poco potemmo ricominciare a guardarci in faccia e perfino in qualche minuto potemmo anche ricominciare a parlare. Eh sì perché il vento rabbioso urlava più forte di noi senza dubbio. Augusto ammise: – credo che sia stato meglio così.

Forse con rammarico si riferiva alla bravata che avrebbe voluto commettere.

Sparì il vento, sparirono le nubi, quindi più lentamente il mare si calmò. Ci trovammo in men che non si dica fermi in mezzo all’acqua placida, con il solleone e per giunta vestiti di tutto punto, berretti inclusi.

Era passata; ci guardammo l’un l’altro; gli sguardi erano tra il serio e il divertito, ma tutti mostravano quella soddisfazione, occhi grandi, sorriso, voce calma e modi rilassati, quelli di chi ne ha appena passata una di bella. In realtà ne avevo passate di peggiori, ma mi sentivo anch’io in quello stato con il resto della ciurma. Ogni volta era una nuova esperienza, completamente. Spinta dalla calura Giulia aveva cominciato a spogliarsi e tutti la seguirono, la giornata era tornata raggiante, il cielo era tornato meraviglioso e nuovamente terso, la temperatura era tornata estiva; eccome. Frizzi e lazzi, scherzetti e battutine avevano rianimato la barca e ciascuno raccontava le proprie prodezze, ammirato del coraggio proprio, scherzando nel contempo sulle reazioni dei vicini. Tutti eravamo stati prodi e sciocchi e il gioco di orgoglio e scherno divenne piacevole perché nessuno poteva vantarsi senza essere deriso dagli altri, ma tutti ci provavano. Il soggetto del frizzo rideva meno, ma in circolo tutti ebbero la loro parte. L’esercizio fisico e forse non solo quello, ci misero addosso un appetito incredibile. Lucia e Giovanna tornarono sotto con un piglio molto deciso, mentre noi riassettavamo la barca in coperta. In men che non si dica, formaggi e salami sardi, vino e bibite, grissini e cracker ed infine chissà come, crostini caldi e stuzzichini appena sfornati fecero la loro comparsa in coperta, per sparire immediatamente dopo nelle nostre bocche gioiose e voraci. Vino e caffè incoronarono il pranzo.

– Che fortuna esser lontani dalle strade di Milano.

– Questa sì che è vita.

E tutti furono d’accordo annuendo con cenni della testa e mugugni.

Seguirono bagni, tuffi e pisolini tra uno spostamento e l’altro nel paesaggio incantato, da una cala all’altra raggiunte talvolta a vela, talvolta a motore. Al tramonto rientrammo spinti da una dolce brezza traversa con tutte le vele spiegate. La scia spumeggiava dietro a noi mentre correvamo brillanti. In porto ormeggiammo vicino a qualcuno che aveva osato molto più di noi, si vedevano i danni di forti sollecitazioni meccaniche e l’albero se n’era andato. Non c’era nessuno e una preghiera mi venne spontanea.

Ci ritrovammo più tardi al bar del campeggio.

– Si va in disco stasera?

– Sì, sì, andiamo – rispose un coro entusiasta.

Declinai l’offerta, dopo una giornata passata in armonia con la natura non mi andava troppo a genio l’idea di chiudermi in un locale assordante e affumicato. Giovanna, sempre piena di energia e frizzante non si sarebbe mai lasciata scappare l’occasione di quattro salti in discoteca, ma stranamente fu d’accordo con me, mi seguì dolce e ci coricammo. Il giorno dopo scoprii che nessuno di noi era andato in discoteca, nemmeno la giovincella. Tutti ancora una volta si scambiarono le impressioni del giorno precedente con soddisfazione evidente, ed io fui doppiamente soddisfatto di aver avuto la forza di rispettare i miei doveri di capitano, mettendo la sicurezza dei passeggeri davanti alla mera ricerca dell’emozione forte. Ricerca molto fomentata e molto in voga oggigiorno. Una giornata di tranquillità, con una piccola avventura, passata in mezzo alla natura era risultata preziosa più che mai: aveva reso tutta la vacanza un pò speciale.

Era costato, ma ne era valsa la pena.

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