SOS Quindici-Trenta

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

S.O.S. QUINDICI-TRENTA

Testo di Bruno Uda
Pubblicato su Nautica 540 di Aprile 2007

Una bella mattinata di agosto, decidemmo di partire per Sant’Antioco, col nostro gozzo di quasi cinque metri, per raggiungere Carloforte. Malgrado il tempo buono, bonaccia piatta, per maggior sicurezza controllai il meteo sul televideo. Sia per il Mar di Sardegna che per il Canale di Sardegna, le zone dove avremmo navigato, annunciava vento da sud est forza quattro con rinforzo a forza cinque e mare mosso localmente molto mosso. Una telefonata a Carloforte invece confermava la bonaccia piatta. Che fare? Nel dubbio decisi di partire. La traversata andò benissimo. Lo scafo l’avevo fatto rifare totalmente, il motore era stato appena comprato nuovo, così come la batteria; l’unica cosa vecchia era la pompa di sentina, che però funzionava perfettamente. Giunti a Carloforte facemmo il bagno, ma verso mezzogiorno cominciò ad arrivare lo scirocco, sempre più forte. A pranzo mangiai un boccone velocemente e dissi a mia moglie di tornarsene in traghetto con il bambino e il cane, mentre io sarei partito prima che il vento avesse rinforzato ancora di più. Salito in barca, accesi il motore e mi infilai la cerata, rassegnato a dover sopportare un bel pò di spruzzi. Mollato l’ormeggio, cominciai a navigare col mare al mascone di dritta. Il gozzo, figlio dell’esperienza cantieristica carlofortina, quindi di gente che sa andare per mare, esibiva tutta la sua “marinità” fendendo le onde che continuavano a crescere. Il vento soffiava sulla mia faccia gli schizzi dei frangenti che la prua frantumava in una miriade di gocce che letteralmente piovevano dalla visiera del mio cappellino inzuppato. Dopo circa tre quarti d’ora di sofferenza, mi trovai di fronte a Calasetta e, benché fossi a ridosso, le onde continuavano ad aumentare assieme al vento, senza darmi quel riparo che credevo avrei trovato sottocosta. Qualche frangente entrò in barca, subito buttato fuori dagli ombrinali e dalla pompa di sentina. “Forza! Ancora qualche decina di minuti ed entro nella laguna di Sant’Antioco, dove le onde sono alte poche decine di centimetri…”

Un altro frangente entrò schiumando da prua. Azionai la pompa di sentina, ma non sentii il solito ronzìo rassicurante. Andata! Pazienza! Il diesel, mi dissi, funziona anche se si bagnano i contatti, basti pensare che la batteria serve solo ad avvisarlo e poi va da solo… Sì, ma quale diesel? Quelli delle Fiat Uno che i pescatori compravano dallo sfasciacarrozze e poi se li marinizzavano per conto loro, non il mio che ha una giapponesissima, dannata anima elettronica. Infatti, qualche minuto dopo il decesso della pompa, anche il motore si spense, a causa del movimento dell’acqua in sentina che aveva bagnato l’impianto elettrico. Questo per via di una sorta di prudenza elettronica che, se qualcuno dei sensori segnala qualche anomalia, anche di poco conto, spegne il motore automaticamente per salvarlo da guai più seri. Ciò è ineccepibile su strada, un pò meno in mare, dove sarebbe opportuno raggiungere il porto più vicino a tutta forza. Essendo un velista che non ha mai avuto molta fiducia nei motori (il vento se manca ritorna, il motore se si guasta ti pianta in mezzo al mare, come in questo caso…), decisi di issare una piccola vela che portavo con me per ogni evenienza. Appena arrivata in testa d’albero, cominciai a cazzare la scotta e la barca riprese ad andare per pochi secondi, ma si stracciò per il troppo vento come un gigantesco foglio di carta. I brandelli di tela frustavano l’aria facendo un baccano infernale simile a una mitragliata di tuoni. Ammainata la vela decisi che ormai l’unica cosa da fare era chiamare i soccorsi. Avevo i razzi e i fumogeni, ma decisi che li avrei usati come ultima chance. Invece chiamai il quindici trenta; mi rispose la rassicurante voce di un ragazzo: “Soccorso a mare della Guardia Costiera. Ha bisogno di aiuto?”

Col cellulare nel cappuccio per cercare di sentire qualcosa in quella baraonda di vento, parlai a voce decisamente alta: “Sì, il motore si è spento e mi trovo su un gozzo in mezzo al mare mosso.”

“In quanti siete in barca?”

“Sono solo.”

“Mi dia il suo nome e il numero di telefono.”

“Mi chiamo Bruno Uda, il mio numero di cellulare è…”. Per la mia fretta di essere portato via da quella situazione infernale, in quel momento odiai la burocrazia, benché quelle domande avessero un preciso senso logico.

“Dove si trova?”

“Sono a un miglio di fronte all’entrata del porto di Calasetta.”

“In che provincia si trova Calasetta?”

A questo punto mi sentii perduto: “Come sarebbe a dire?”

“Questo è il Centro di Roma…”

Mi sentii ancora più perduto, pensando che ci sarebbe voluta una quantità di tempo enorme per organizzare i soccorsi. Mi girai e vidi che, comunque, il mare mi avrebbe spinto verso l’Isola di San Pietro. Il problema era arrivarci senza imbarcare acqua affondando. Allora risposi rassegnato: “In provincia di Cagliari.”

In sottofondo sentii il ticchettìo dei tasti di un computer. “La metto in contatto con la Capitaneria di Sant’Antioco. Attenda in linea. Stia tranquillo!”

Tranquillizzato dalla sua professionalità, pensai: “Benissimo, il marinaio è un ragazzo sveglio che ha trovato subito chi è più vicino a me. Ora il personale di turno mi contatta, sale sulla motovedetta, accende i motori e mi viene a salvare.” Mentre tenevo il cellulare incollato all’orecchio, sentivo il “tuu” del telefono della Capitaneria che squillava. Ma nessuno si decideva a rispondermi con la velocità che avrei voluto in quella situazione. Al quarto squillo, una voce tranquillizzante: “Capitaneria di Sant’Antioco. Ha bisogno d’aiuto?” Ripetei tutto, aggiungendo che mi trovavo a poppavia di un mercantile all’ancora.

“Mi da il suo nominativo e il numero di telefono?”

“Mi chiamo Bruno Uda.”

“Bruno come?…”

“Uniform – Delta – Alfa” il mio cognome raro, perfino nella sua terra d’origine, aveva colpito ancora, sì, ma perché il marinaio romano l’aveva capito subito, mentre il sardo no? Comunque, questo fu l’ultimo dei miei pensieri, in quel frangente.

“Va bene. Adesso provvediamo. Stia tranquillo!”

Nel frattempo, la barca, come se fosse una creatura pensante, si mise di traverso alle onde con la barra del timone sottovento, facendo in modo che le onde le passassero sotto e comportandosi come un tappo di sughero. Dopo una pausa che mi sembrò infinita, in mezzo a quel casino liquido, squillò nuovamente il cellulare: “Capitaneria di Sant’Antioco. Conosce il signor…?”

Pensai che, data l’ora pomeridiana, volessero far conversazione di fronte a una tazza di tè, mentre le onde mi spingevano sempre più al largo. A denti stretti, risposi: “No, non lo conosco!”

“Noleggia dei gommoni a Calasetta. Adesso lo contattiamo per vedere se può venire a rimorchiarla. La sua posizione è di fronte…” raffica di vento “…paese?”

“Si, a poppavia di un mercantile all’ancora.”

“Va bene. Stia tranquillo!”

Vidi un paio di baffi di schiuma uscire immediatamente dal porto di Calasetta, ma… dirigersi da un’altra parte. Dove cavolo stava andando il gommone? Nuovamente il cicalino del cellulare: “Capitaneria di Sant’Antioco, mi ripete la sua posizione?”

“Mi trovo circa a due miglia” nel frattempo il mare grosso mi aveva allontanato “di fronte all’entrata del porto di Calasetta, a poppavia di un mercantile all’ancora, è nero, ci siamo solo noi due in mare…”

“Avevo capito che si trovava di fronte a Punta Paese. Va bene, ora comunico la sua posizione esatta al gommone. Stia tranquillo!”

All’ennesimo “stia tranquillo!” pensai che la mia voce potesse dare l’impressione di un isterico preso da un attacco di panico, mentre urlavo perché credevo che, a causa del vento, non mi sentissero bene, così come non li sentivo io. Il gommone virò e puntò verso di me. Fino all’ultimo sperai di leggere sulla fiancata la scritta “Guardia Costiera”, invece no! Quanto mi avrebbero chiesto per il salvataggio? Pazienza, ero disposto anche a regalargli la barca, basta che mi togliessero da quella situazione che aveva saziato la mia sete d’avventura almeno per una decina d’anni.

All’arrivo al porto, una decina di persone ad aspettarmi. Avevo il mio momento di gloria. Attraccato, una bella turista bionda in due pezzi, con voce angosciata, mi chiese “Quanta paura ha avuto?”

“Paura niente, ma acqua tanta…” infatti gocciolavo come un putto su una fontana. Visto che ero tranquillo, la turista proseguì per la sua strada, evidentemente decidendo che non avevo bisogno di alcun tipo di conforto… Intanto il cellulare smise di funzionare, infatti bastava spremerlo per vedere uscire le gocce d’acqua. Ringraziai tutti i santi del Paradiso per averlo tenuto in vita quando ne avevo bisogno, in mezzo al mare mosso.

Il mio salvatore, da vero uomo di mare, mi chiese una esigua cifra forfettaria comprendente il salvataggio e quattro giorni di ormeggio nel pontile che gestiva lui. Al quarto giorno la barca ripartì grazie al mitico CRC spruzzato sui contatti.

Da allora presto sempre attenzione al bollettino meteo che, però, mi ha fregato già due volte, annunciando mare mosso in giornate di bonaccia piatta e lasciandomi a terra. Comunque, come diciamo in Sardegna (tradotto): “È meglio temere, che provare!”

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