L’Isola di St. Germain

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L’ISOLA DI ST. GERMAIN

Testo di Ettore De Parentela
Pubblicato su Nautica 547 di Novembre 2007

Tutto cominciò una mattina di settembre. Ricevetti al cellulare una conferma da un cliente di Novara, finalmente aveva deciso di acquistare la casa a Volterra. Conclusi l’affare nella giornata e mi precipitai subito dopo a Toulon per acquistare una splendida barca a vela con il ricavato dell’immobile.

Si trattava di un 16 metri in ferro-cemento con chiglia lunga adatta ai viaggi oceanici. Era stata progettata in Nuova Zelanda. Il vecchio proprietario, Gunther, di origine tedesca, ci aveva girato il mondo per 15 anni con la sua compagna francese Arsinoè. Sbrigate tutte le formalità burocratiche, due giorni dopo salpammo con mio figlio Jonas verso Porto Santo Stefano, dove contavamo di arrivare entro cinque giorni.

Subito fuori, doppiato Capo Cèpet ci dirigemmo al largo spinti da una bella brezza di terra. Il mare era di un colore fantastico ed io al massimo della felicità con mio figlio che sorrideva a tutto, anche ai gabbiani che seguivano l’oggetto dei nostri desideri, la barca dei nostri sogni. Soltanto nel tardo pomeriggio il vento cessò di spingerci, le vele si afflosciarono sulla coperta e smanettai il motore di 160 cavalli che cantava come la divina Callas.

Verso sera avevamo doppiato le magnifiche isole Porquerolles e tutto procedeva nella norma. Sembrava proprio uno dei tanti banali trasferimenti d’altura. Ma nella notte il barometro cominciò a scendere in picchiata libera e alle cinque del mattino il bollettino meteo prevedeva tempesta da nord-ovest. Un mistral da urlo ci stava piombando addosso. Mio figlio si mise in allarme ma lo tranquillizzai, non c’era motivo di avere paura, eravamo su una barca solida e alla meno peggio ci saremmo messi alla cappa con la sola tormentina. Indossammo i giubbetti di salvataggio proprio mentre le condizioni meteo peggiorarono in modo allarmante.

Alcune creste frangevano in coperta imbiancando di schiuma tutto il pozzetto e le nostre cerate. Governavo a mano, cercando di evitare le onde più insidiose, mentre la prua saliva e scendeva come sulle montagne russe. Ad un certo punto ci rendemmo conto che non era più possibile navigare e ci mettemmo alla cappa proprio mentre una raffica violentissima lacerò la tormentina portandola via dallo strallo.

Per tutto il giorno derivammo nella tempesta verso sud-ovest, senza riuscire ad accendere il motore bloccato da una cima intorno all’elica. Facevamo due o tre nodi al massimo quando un’onda gigantesca ci incappellò spostando il portello della tuga e allagando gli interni. Niente impianto elettrico e GPS e radio diventarono inservibili. Nella seconda notte a bordo c’eravamo praticamente persi nel mediterraneo con uno dei venti più insidiosi.

Intanto la furia del mare andava placandosi ma ancora era praticamente impossibile mantenersi sia asciutti che in piedi a causa del violento rollio. Si camminava gattoni agganciati alle lifeline vomitando a destra e a manca. Non c’era rischio di ribaltamento ma per non correre ulteriori pericoli buttammo con Jonas 100 metri di cavo da poppa che resero la barca più stabile e a quel punto ci rintanammo in cabina, bloccando i portelli dall’interno e aspettammo che la folle buriana si calmasse del tutto dopo aver svuotato con le pompe di sentina l’acqua salata dallo scafo.

Il terzo giorno qualcuno chiuse le porte dell’inferno e il vento ch’era girato a libeccio esaurì la sua forza. Jonas stanco e stravolto avvistò qualcosa verso ponente e lo indicò con un dito, mi girai euforico e una piccola isola selvaggia con una torre di guardia troneggiava nel mare sormontata da un impavido faro giallo.

Puntammo subito la prua verso terra. All’ormeggio comparve un uomo dall’aria dimessa e piuttosto anziano, disse di chiamarsi: Pierre de St. Germain. Ci aiutò e con un sorriso deciso confermò di essere il guardiano del faro. Eravamo stanchi per fare domande e ci addormentammo quasi subito.

All’alba successiva scoprimmo la bellezza dell’isola circondata da uno splendore che rapiva il fiato dai polmoni. Piante tropicali, frutteti a perdita d’occhio, fiori profumati, farfalle mai viste prima e pesci corallini che facevano impallidire i tropici. A farci da guida c’era anche Sophie de St. Germain, figlia del guardiano del faro. Una rara perla di femminilità, di leggiadra eleganza e raffinata dolcezza, che aveva fatto perdere completamente la testa a Jonas. Mai avevo visto mio figlio così disorientato da una fanciulla. Non ci chiesero nulla del nostro viaggio e noi per rispetto facemmo lo stesso con loro ma stavamo trascorrendo giorni di intensa serenità.

Dopo giorni felici trascorsi a sistemare la barca con l’aiuto di Pierre anche la nuova tormentina era pronta. Tutto faceva presagire la nostra partenza. Non era facile togliere l’ormeggio da questo Eldorado ma dovevo farlo. Annotai le coordinate sul GPS di nuovo funzionante e con la malinconia dei viaggiatori misi la prua della barca verso Santo Stefano. Giurai a Pierre e Sophie che saremmo tornati, di sicuro saremmo tornati con più tempo a disposizione, loro sorrisero entrambi ma con un velo di inquietudine, ci abbracciammo e via verso casa. Dopo quattro giorni di tranquilla navigazione rientrammo nello splendido Argentario.

La nuova barca incuriosiva tutti i passanti, mentre Jonas sistemava le cime e lavava il ponte io per curiosità feci un salto in Capitaneria per riscontare le nostre coordinate sulla carta nautica. Fu grande lo stupore nonché un certo imbarazzo quando scoprii che sulla carta non esisteva nessuna isola a quella latitudine ma soltanto ed esclusivamente mare.

Molti anni dopo, in una taverna di Antibes ho sentito una strana storia di un vecchio pescatore che parlava di un magnifico veliero il, “St. Germain”, ch’era affondato a largo delle Isole Porquerrolles, tra i passeggeri a bordo c’era Sophie Janet de St. Germain, unica e incantevole figlia dello sfortunato capitano del veliero.

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