I paradisi del Pacifico

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

I PARADISI DEL PACIFICO

Testo di Andrea
Pubblicato su Nautica 554 di Giugno 2008

Paradisi del Pacifico

20/06/2004 — Finalmente siamo dall’altra parte dell’oceano Pacifico. La traversata è durata 19 giorni ed è stata piuttosto veloce rispetto la media che è tra le tre e le quattro settimane, ma questo dipende molto dal vento, che a noi non è mancato mai dalla partenza dalle Galapagos all’arrivo qui, a parte l’ultimo giorno.

Il viaggio è stato abbastanza tranquillo a parte ogni tanto qualche temporale che ci dava una rinfrescata e alzava un pò più di vento, cosa a noi abbastanza gradita dato che ci faceva viaggiare più veloci. Abbiamo mangiato molto pesce, uno al giorno più o meno, e non avendo il frigorifero abbiamo sperimentato tecniche di conservazione come la disidratazione e la salatura, nonché il mettere il pesce in vasetti di vetro sterilizzati e sotto vuoto utilizzando la pentola a pressione (il pesce secco non è male, tagliato a striscioline, diventa quasi come le patatine e lo si mangia come snack, mentre sotto sale ha un sapore simile alle acciughe). Abbiamo fatto diverse volte il pane, i plum cakes e naturalmente cucinato il pesce in tutte le salse (credo ci cresceranno le pinne prima o poi). Abbiamo anche avuto qualche battaglia con dei marlin che abboccavano, ma la nostra attrezzatura non era sufficientemente robusta da riuscire a portarne uno in barca prima che riuscisse a liberarsi o a strappare la lenza con dei salti spettacolari. A parte la pesca che è quello che ci ha tenuti maggiormente occupati, abbiamo letto molto, riposato quando il mare lo permetteva, e fatto qualche doccia con acqua salata per risparmiare quella dolce. Le notti le abbiamo passate alternandoci di guardia, quattro ore ciascuno a partire dal tramonto, mentre di giorno si è più o meno svegli entrambi. Il gioco dei turni è un pò difficile i primi giorni, poi diventa automatico e si prende il ritmo. A parte una barca il terzo giorno di navigazione che abbiamo visto all’orizzonte, non abbiamo visto anima viva per tre settimane, a parte delfini e uccelli d’alto mare. Da quando siamo partiti non abbiamo avuto molto da fare con le vele; a parte qualche manovra per prendere meglio il vento in poppa o per ridurre le vele nei temporali, in tutto il viaggio abbiamo virato (in poppa) una sola volta ieri, dopo 18 giorni di navigazione.

Ora siamo all’ancora ad Hananave Bay (Baia delle Vergini), a Fatu Hiva, la più meridionale delle Isole Marchesi. La vista è spettacolare, e il piccolo villaggio è una meraviglia; non ci sono internet point o mezzi di comunicazione veloce, quindi continuerò ad aggiungere pezzi al messaggio fino a che avrò la possibilità di inviarlo.

I locali sembrano non apprezzare i polpi che quindi sono piuttosto abbondanti e grandi (il più grande che ho preso era sui due chili, il più piccolo sul chilo), e riempiono gran parte della nostra tavola. I pesci qui possono essere contaminati con delle tossine che provengono dai coralli, e possono causare parecchi disturbi, in alcuni casi per anche alcuni mesi di sofferenze, quindi li abbiamo tolti dalla nostra dieta, ma i polpi compensano la loro mancanza, le aragoste ancora non le abbiamo trovate ma spero non tarderanno a comparire sulla tavola.

30/06/2004 — Adesso siamo ancorati ad Atuona, sull’isola di Hiva Oa, la più grande delle isole Marchesi e dove abbiamo regolarizzato la nostra entrata in Polinesia Francese (a Fatu Hiva eravamo dei clandestini perché non c’è una gendarmeria dove fare le carte). La baia è molto bella, anche se non come Hananave Bay, e non ci si può fare il bagno perché l’acqua è un pò torbida e ci sono tanti squali, ma qui ci sono dei negozi in cui possiamo acquistare un pò di verdura e il pane. Staremo un paio di giorni, poi andremo su un’isoletta un pò più a sud a fare un pò di vita da spiaggia, per riposarci un pò dalle nostre fatiche…

02/07/2004 — Partiti da Atuona con al traino una barca inglese con problemi al motore, siamo andati a Tahuata, in una baia molto bella dove abbiamo passato tre giorni a mangiare polpi e tonno. Abbiamo scambiato un pò di polpo con una barca vicina che ha preso due razze e appena possibile assaggeremo anche questi pesci.

05/07/2004 — Questa mattina abbiamo lasciato Tahuata e siamo arrivati verso le 23 a Ua Pou dove abbiamo ancorato nel porticciolo. Qui passeremo un giorno, non di più perché l’acqua è marrone a causa delle frequenti piogge che portano la terra dalle montagne.

07/07/2004 — Partenza da Ua Pou per Nuku Hiva dove siamo arrivati nel pomeriggio (sono solo una trentina di miglia), con un bel tonno pinne gialle in un secchio. La baia è molto bella, ma anche qui l’acqua è un pò sporca a causa della pioggia, ma il paese è piuttosto grande (relativamente alle dimensioni medie dei villaggi qui). Qui abbiamo passato qualche bella serata, una sera c’era l’elezione della miss locale, un’altra danze e musica con costumi tradizionali.

11/07/2004 — Abbiamo lasciato la baia principale di Nuku Hiva per una più isolata, a poche miglia di distanza, dove vive un vecchietto di 77 anni che dal 1970 tiene una specie di log book su cui le barche di passaggio lasciano qualche frase di ringraziamento per la cordiale accoglienza (ci hanno offerto noci di cocco verdi da bere e mature per trarne il latte con cui condire le pietanze).

12/07/2004 — Oggi è l’ultimo giorno di permanenza alle Isole Marchesi, siamo tornati al paese per fare rifornimento e comprare un pò di verdura fresca, e domani partiamo per le Isole Tuamotu, una serie di atolli corallini di cui fa parte la tristemente famosa Mururoa (che comunque è molto lontana da dove siamo noi), che si estendono per circa 1500 chilometri da sud-ovest a nord-ovest, per una larghezza di 500 chilometri, e di cui ne visiteremo solo tre o quattro dei 77 dell’arcipelago.

20/07/2004 — Oggi si parte da Ahe, primo atollo delle Tuamotu su cui siamo atterrati, per andare a Rangiroa, il più grande, e il secondo al mondo in assoluto. Ahe è un piccolo atollo in cui l’attività principale è la raccolta delle perle, di cui abbiamo acquistato qualche esemplare. L’atollo è uno spettacolo, si possono vedere tutti i motu che formano l’anello (i motu sono le isolette che formano l’atollo intervallate dai canali poco profondi che arrivano dall’oceano). Un solo canale è abbastanza profondo da permettere l’entrata delle barche, e questo canale è interessato da correnti di marea che possono raggiungere i 7-8 nodi durante la bassa o alta marea (e quindi corrente entrante o uscente). Per poter entrare, bisogna attendere i momenti di stanca tra la bassa e alta marea o viceversa, in modo da non avere la corrente, per poter manovrare agevolmente ed evitare i banchi di corallo che sono ovunque. Qui c’è solo un piccolo villaggio con un solo piccolo negozio di alimentari, il resto è barriera corallina e piccole case sull’acqua dei pescatori. L’altezza massima dell’isola è quella delle palme più alte; dal mare aperto si può vedere l’isola solo da una decina di miglia prima. L’ormeggio è a pochi passi dal villaggio, in pochi metri d’acqua, tra rocce affioranti e poche altre imbarcazioni. Quando siamo arrivati eravamo in tutto quattro barche a vela, oggi ce ne sono 8 e la baietta sembra super affollata. Alle tre del pomeriggio circa c’è il cambio di marea e noi lasceremo questo piccolo paradiso.

23/07/2004 — Siamo ora a Rangiroa, l’atollo più grande delle Tuamotu e il secondo in grandezza al mondo, ormeggiati davanti a un resort molto esclusivo con bungalows direttamente sull’acqua. L’atollo è gigantesco, 25 chilometri di larghezza per 75 di lunghezza. Qui c’è un pò più di modernità, ci sono automobili, motorini e biciclette che viaggiano sull’unica strada dell’atollo, una chiesa con piccolo oratorio e un pò di negozietti, e ci sono addirittura due villaggi. L’ormeggio è distante dal villaggio principale e per arrivarci dobbiamo scendere al resort, uscire sulla strada e fare l’autostop (è abbastanza facile essere caricati). Qui si vedono molti turisti, specialmente subacquei che vengono qui per immergersi tra gli squali che qui sono molto numerosi. Per le aragoste è necessario andare sul reef esterno, di notte, quando salgono dalle tane in profondità per mangiare e arrivano a poche spanne dalla superficie, e si possono prendere direttamente con le mani, proveremo anche questo…

Domani ci spostiamo a Tikehau, un atollo un pò più piccolo a una trentina di miglia da qui, dove passeremo qualche giorno prima di muovere per Tahiti dove assaggeremo di nuovo la vita di città.

25/07/2004 — Ieri sera siamo arrivati a Tikehau, appena prima del tramonto, giusto in tempo per passare la passe con la luce per vedere eventuali rocce affioranti. La corrente di marea qui non è forte, quindi non abbiamo avuto nessun problema a entrare senza aspettare la stanca. Dentro è un’altra visione spettacolare, non è piccolo come Ahe, e non si vedono tutti i motu, ma è proprio un bel posto. Alle nove di sera sono andato con un francese a cercare le aragoste sul reef esterno. Si deve camminare nell’acqua che arriva alla coscia (e a volte fino alla vita quando un’onda più grossa frange a pochi passi), con le torce, e cercare le aragoste che di notte salgono in superficie per pascolare sulle rocce durante determinate fasi lunari che variano da atollo ad atollo. Non siamo stati fortunati, nessun segno di aragoste, ma forse la mezza luna non è il periodo propizio e quindi dopo un’ora in ammollo abbiamo dato forfait. Sulla via del ritorno abbiamo trovato parecchi granchi e paguri sulle rocce in superficie, ma niente altro. Oggi sono stato in acqua a fare qualche foto e a recuperare qualcosa da mangiare per la sera e dopo aver preso un bel polpo, fatto qualche fotografia e ammirato un paio di murene giganti, ho sparato a un paio di aringhe per usarle come esca per attirare fuori dalla tana una bella cernia che ho trovato in una grotta, ma dopo pochi minuti, mentre aspettavo che il pescione uscisse a prendere le offerte, ho visto delle sagome poco lontano, dove avevo sparato ai pesci, e avvicinandomi mi sono trovato davanti quattro squali lunghi quanto me e ho così deciso di abbandonare il mondo sommerso per salire sul tender che avevo a poche decine di metri. Appena fuori ho guardato giù e uno gironzolava proprio sotto al barchino. Come avevo letto, gli squali sono attirati dall’odore di sangue e dai movimenti dei pesci arpionati, ma non avevo ancora avuto incontri di questo tipo… e spero di non averne troppi.

Qui ci sono pesci piuttosto grandi, in genere pesci pappagallo, balestra e cernie sotto le rocce a cinque o sei metri di profondità, ma non è molto chiaro quali siano sicuri da mangiare e quali no; i locali dicono che qui non c’è pesce tossico, alcune guide subacquee francesi invece dicono che capita di frequente che ci siano intossicazioni, e che solo qualche tipo di cernia e alcuni pesci che vivono nella sabbia sono ok, quindi noi continuiamo con polpi e tonni che sono sempre sicuri al 100%.

28/07/2004 — Oggi è l’ultimo giorno qui a Tikehau, domani si parte per Tahiti, un giorno e mezzo di viaggio. Ieri sono tornato nel posto dove avevo preso il polpo e ho trovato ancora gli squali a gironzolare tra le rocce e quindi non mi sono trattenuto molto in acqua anche se non mostravano molto interesse per me, ma meglio non attirarne l’attenzione. Questa sera, al tramonto, sono andato a raccogliere paguri, di cui la spiaggia è piena, ed è venuto un sughetto favoloso per gli spaghetti. La carne è quasi come l’aragosta, solo molto più poca quella che se ne ricava (per fare un sugo per due persone ne ho dovuto raccogliere un secchio pieno).

30/07/2004 — Oggi siamo arrivati a Tahiti, la prossima volta vi dirò com’è…

Ho avuto la possibilità di dare un’occhiata alla posta a Hiva Oa; purtroppo non avevo tempo di leggere e rispondere a tutti gli e-mail che avevo in casella ma appena possibile rispondo a tutti.

04/08/2004 — Ebbene, Tahiti è proprio un bel posto, anche se è quasi come essere in Europa, tante automobili, bar, ristoranti, discoteche, centri commerciali e negozi di souvenir. Abbiamo passato una sola notte all’ormeggio in città, poi ci siamo spostati in una baia un pò fuori città dove non c’è il rumore delle automobili (ormai non ci siamo più abituati…) e si può fare il bagno e immergersi sulla barriera corallina che è a pochi passi. Anche qui il pesce è affetto dalla ciguatera quindi non ci azzardiamo a mangiarne (solo i polpi), e faccio tante fotografie così vi faccio un pò invidia… Come si usa nelle grandi città, anche qui la criminalità esiste, anche se non a livelli pericolosi, ma ieri sera è stato rubato il motore fuoribordo del tender del nostro amico inglese, e in città sono saliti su un catamarano rubando portafogli e oggetti vari mentre l’equipaggio dormiva a bordo (anche per questo rischio abbiamo lasciato velocemente l’ormeggio in città). Domenica o lunedì ci spostiamo a Moorea, poi andremo a Tetiaroa, Raiatea, Bora Bora e qualche altra isoletta.

15/08/2004 — La sosta a Tahiti è stata un pò più lunga del previsto, comunque ci siamo spostati a Moorea, a Cook’s Bay (Cook arrivò però per la prima volta nella baia adiacente). L’acqua è un pò torbida a causa di un fiume che sfocia nella baia, ma il posto è bello.

25/08/2004 — In Cook’s Bay ci siamo rimasti due sole notti, poi ci siamo spostati nel canale tra l’isola e il reef dove c’era un’acqua cristallina, si vedevano i pesci della barca con 8 metri di fondo. Qui ho fatto un giro vicino al reef, restando nella parte interna del canale, e qui ho fatto un pò di snorkeling con due squaletti che mi gironzolavano intorno, non molto grossi, più o meno sul metro e venti. Un giorno ho pescato due grosse sogliole e sono andato a riva per chiedere se fossero “libere” da tossine e ho conosciuto una coppia, lei polinesiana, lui francese, che viveva in una costruzione costituita da due casette separate, la camera da letto e la cucina, con il soggiorno completamente all’aperto, sotto gli alberi tra le due costruzioni, con un gran focolare proprio sul ciglio della riva. Dopo avermi confermato che il pesce era buono, hanno invitato me e gli altri per un barbecue a casa loro (confermando la famosa ospitalità polinesiana). La sera abbiamo mangiato le sogliole e due giorni dopo siamo stati al barbecue. La ragazza la notte precedente è uscita a pescare (con il fucile subacqueo) e ha preso un bel pesce spada che abbiamo mangiato alla griglia. Dopo pranzo ci ha fatto assaggiare qualcosa di inaspettato… il cocco, una volta che comincia a mettere le radici e la pianta è alta una ventina di centimetri, sviluppa all’interno una specie di spuma che ha la consistenza più o meno delle mele, e che ha il sapore dell’acqua che conosciamo essere all’interno del guscio, eccezionale. Il giorno stesso, dopo aver ringraziato e salutato, siamo partiti per Huahini.

Qui abbiamo incontrato altre barche che conosciamo e siamo ripartiti subito per Raiatea dove siamo ora.

Arrivati a Faaroe Bay, abbiamo avuto una festa a bordo di una barca, mentre il giorno dopo abbiamo risalito il fiume che sfocia qui con i tender. Arrivati a un certo punto l’acqua troppo bassa ci ha costretti a tornare indietro ma è stata una bella giornata anche se a tratti ha piovuto. Sulla via del ritorno ci siamo fermati a un molo sulla riva e abbiamo fatto un giro all’interno di un giardino. Tornati in barca, abbiamo lasciato la baia, dove il fiume rende l’acqua torbida, per spostarci in una baia poco distante dove abbiamo passato un paio di giorni.

29/08/2004 — Siamo ormeggiati a Tahaa, un’isola a Nord di Raiatea, di fronte a un albergo di lusso che occupa un motu (piccola isola sul reef) e che costa la bellezza di 800 dollari al giorno. L’acqua è cristallina, intorno alle barche c’è solo sabbia e non c’è quindi molta vita sottomarina, anche se ogni tanto passa qui vicino una razza o una manta che mangiano il plancton che abbonda. La giornata non è delle migliori, il sole stenta a vedersi e ogni tanto pioviggina ma non ci lamentiamo comunque… più tardi si parte per Bora Bora. 2/9/2004 — Anche Bora Bora è andata, oggi siamo partiti per tornare a Tahiti a prendere dei ricambi e poi partiamo per Suwarrow, un atollo sulla rotta per le Isole Samoa. 3/9/2004 — Siamo a Huahine, ci siamo fermati qui perché il vento spira esattamente da Tahiti, passiamo qualche giorno qui visto che non ne avevamo avuto il tempo in precedenza, e poi partiamo quando il tempo è più clemente. Huahine è una delle isole più belle e delle meno toccate dal turismo e quindi un pò più vere. Come tutte le altre dell’arcipelago, c’è l’isola vulcanica al centro, il reef all’esterno, e la laguna tra le due, larga dai duecento ai cinquecento metri; ci sono molte razze e aquile di mare, quindi vista l’abbondanza abbiamo deciso di mangiarcene una… non dateci dei cannibali, qui è abbastanza normale mangiarle e sono buonissime (ne abbiamo già assaggiata una presa da un’altra barca), il problema è solo che bisogna essere in due per recuperarle e non farsi trainare in giro per la laguna una volta arpionata.

Visto che il tempo era piuttosto brutto, non siamo più andati a Tahiti ma siamo tornati a Bora Bora per qualche giorno e una volta ristabilitosi il tempo siamo partiti per Suwarrow, un piccolo atollo in mezzo al mare, “vicino” alle Isole Cook. A Bora Bora ho avuto la possibilità di salire su una collina e fare qualche foto panoramica, veramente una vista eccezionale…

A Bora Bora abbiamo acquisito un nuovo membro dell’equipaggio, Emma, che starà con noi fino alla Nuova Zelanda.

Adesso siamo a Suwarrow, e siamo veramente nel paradiso terrestre. Non ci sono altri abitanti oltre al custode, Papa John, suo nipote Totu e Baker, il suo aiutante. Il resto della popolazione è costituita dalle barche di passaggio (adesso ci sono 12 barche nella baia). Arrivati nel pomeriggio, Papa John ha organizzato una cena di benvenuto nella sua capanna/abitazione; il menu era di barracuda crudo (una specie di carpaccio ma con il latte di cocco), frittelle di cocco, frutto del pane e granchi del cocco a volontà. I granchi sono enormi, e si mangiano le zampe e le chele (che sono grandi il doppio di quelle di un grosso astice). Per 14 persone c’erano 6 granchi e non è avanzato niente…

Il pesce qui non è tossico e quindi si possono mangiare tranquillamente i barracuda, le cernie e altri predatori compreso lo squalo (che ho mangiato a Bora Bora la sera prima di partire ed è veramente buono). La prima cosa che ho visto sott’acqua è stato appunto uno squalo, e altri due poco dopo. Qui ce ne sono in abbondanza e non mancano alcuni piuttosto pericolosi come lo squalo tigre di cui un esemplare ha azzannato l’elica di un tender mentre navigava, attirato dalle bolle nell’acqua, a qualche miglio da qui.

Ieri siamo stati sul reef a pescare con l’arpione, e ho mangiato due ricci di mare di una ventina di centimetri di circonferenza, buonissimi, poi è arrivata una barca da Bora Bora che nel tragitto ha pescato un marlin di 130 chilogrammi e ha organizzato un barbecue in spiaggia alla sera per farne fuori un pò, e alimentare una quindicina di velisti affamati…

Oggi invece Papa John ha organizzato un pic-nic su un isolotto a un paio di miglia da qui, dove siamo andati tutti a bordo di un catamarano che è qui all’ancora. Ancorati il più vicino possibile all’isoletta, siamo scesi a terra e dopo una mezz’ora di cammino ci siamo fermati sotto le palme e mentre alcuni sono andati a caccia di granchi del cocco nella foresta, altri preparavano il fuoco per cuocerli. Per pranzo c’erano una ventina di persone, sfamate a granchi, tonno fresco, cernie e barracuda, e bevendo dalle noci di cocco verdi…

Tornati all’ancoraggio, cercando di catturare un polpo abbiamo fatto parecchio movimento sott’acqua e dopo alcuni minuti avevamo cinque squali che gironzolavano intorno. Totu, che era con noi, li rincorreva afferrandoli per la coda…

28/09/2004 — Ebbene, siamo quasi arrivati a Pago Pago, alle Samoa americane. Il tempo a Suwarrow è volato e abbiamo passato giorni indimenticabili. Degli otto giorni passati lì non abbiamo mai usato cibo della nostra cambusa, a parte le spezie. Dopo il pic-nic a Turtle Island abbiamo cominciato a fare un pò di pesca sub accompagnati da Totu che ci ha spiegato come evitare che i pesci fiocinati se li mangino gli squali. Il primo pesce che ho fiocinato è stata una cernia enorme, ma si è infilata sotto una roccia e non sono riuscito a tirarla fuori prima di risalire e subito dopo sono cominciati ad arrivare squali attirati dall’odore del sangue e dal dibattersi del pesce. Siamo rimasti per qualche minuto d osservare gli squali sbranare il mio pesce con ancora l’arpione infilato, a una decina di metri sotto di noi (c’erano una quindicina di squali). Finito il pesce, sono andato, guardando continuamente gli squali che continuavano a gironzolare in zona, a recuperare il mio fucile dal fondo, e abbiamo continuato la battuta portando in barca una grande cernia e altre tre un pò più piccole, che sono andate sul fuoco per pranzo. Una volta fiocinato un pesce, possibilmente senza squali in vista, lo si deve recuperare al più presto e tenerlo fuori dall’acqua per non farsi arrivare addosso squali affamati, e se non si è abbastanza veloci e uno squalo vede il pesce è meglio lasciare il fucile finché si è mangiato il pesce per non rischiare di essere morsi al suo posto. Ci siamo poi spostati a Seven Island, un gruppo di isolotti dall’altra parte della laguna, dove abbiamo continuato con pesca e fuochi in spiaggia per un altro paio di giorni, di cui la prima sera eravamo una sola barca e abbiamo fatto il fuoco in quattro. Un giorno ho fiocinato un pesce ma non ho fatto in tempo a recuperarlo che alcuni squali erano già nei paraggi e hanno puntato su di noi. Io tenevo il pesce fuori dall’acqua, nuotando verso la barca, mentre Totu era fra me e gli squali e li teneva lontani con l’arpione… non è stato molto piacevole vedersi gli occhi degli squali puntati addosso… ma era un bel carangide e era molto buono…

Domani nel pomeriggio entreremo a Pago Pago dove dobbiamo ritirare l’ecoscandaglio che ci è stato spedito e fare una bella spesa visto che qui i prezzi sono come in America, e poi andiamo alle Samoa occidentali per poi cominciare a scendere verso sud alle Isole Tonga e poi la Nuova Zelanda…

31/09/2004 — Pago Pago è un avamposto americano a tutti gli effetti, per gli americani è come essere nel proprio paese, non ci sono limiti di permenenza, ma non è un gran bel posto… c’è la più grande fabbrica di inscatolamento del tonno del Pacifico e dicono anche del mondo, e quando il vento tira verso di noi c’è un odore di pesce da far schifo. L’isola non è brutta, ma è il posto più sporco che abbiamo incontrato fino ad ora da quando abbiamo lasciato Panama (che non ha paragoni). Gli indigeni sono cordialissimi, salutare quando ci si incrocia per strada è cosa comune anche tra sconosciuti; a volte, non trovando un posto chiediamo informazioni e se la discussione si prolunga comincia ad aggiungersi gente finché qualcuno non ha la risposta giusta, è fenomenale quante persone si possono aggregare…

Comunque la nostra sosta è finita, domani si parte per Apia, sempre Isole Samoa ma non territorio americano e probabilmente più bello che qui; abbiamo ritirato il profondimetro arrivato dall’America e abbiamo fatto un bel pò di cambusa, e prima di partire facciamo una visita alla fabbrica del tonno, giusto per rinfrescarmi le idee sulle linee di produzione automatizzate…

01/10/2004 — Dopo aver passato quattro giorni a Pago Pago (l’ospitalità dei locali era eccezionale e abbiamo posticipato due volte la partenza), siamo andati ad Apia, sull’isola di Upolu, alle isole Samoa, questa volta quelle indipendenti. Il posto è molto più bello che Pago Pago, e le persone sono ugualmente accoglienti e simpatiche. Apia è una cittadina con qualche ristorante, bar e un paio di discoteche, e qualche supermercato abbastanza grande, e abbiamo passato una settimana qui, riscoprendo cosa significa uscire a cena e bere qualche birra fresca alla sera. L’ancoraggio è nella baia antistante la città e un paio di fiumi sfociano qui, rendendo l’acqua piuttosto torbida e non ideale per fare il bagno, ma basta spostarsi dall’altra parte del capo per trovare una piccola riserva marina dove ci sono grosse tridacne e grossi pesci in abbondanza (intoccabili purtroppo per noi).

Un giorno siamo stati al mercato della frutta dove abbiamo stuzzicato qualcosa e poi ci siamo aggregati ai samoani a bere kava, una bevanda tradizionale ricavata polverizzando la radice dell’albero da cui prende il nome; con la polvere si fa un infuso in acqua fredda e il risultato è un liquido marroncino (sembra acqua presa da una pozzanghera) che ha proprietà anestetiche e viene bevuta normalmente prima di fare lavori faticosi sotto al sole. Il sapore è simile a quello della liquirizia, ma meno forte, come quello dei legnetti da succhiare più o meno. Un “oste” ha di fronte una grossa scodella e ogni cinque minuti circa comincia a servire una coppa (ricavata da una noce di cocco) colma di kava a ognuna delle persone partecipanti al rituale. A parte un leggero formicolio alle labbra poco dopo aver bevuto (e le frequenti visite al bagno), non abbiamo avuto effetti particolari; la kava viene esportata nel mondo occidentale per ricavarne anestetici e antidolorifici.

Il giorno dopo siamo andati a Suwaii, l’isola più grande delle Samoa, ma isolata da Upolu e abbastanza carente in trasporti, il che la rende un pò speciale perché è meno toccata dal turismo di massa.

Ci siamo alzati la mattina alle cinque per prendere il traghetto delle 8; arrivati sull’isola siamo stati sulla costa sud-est dove ci sono moltissimi sifoni (blowholes) che spruzzano acqua fino a venti metri d’altezza, con un rombo che fa venire i brividi. Seconda meta è stata alla cascata di Ole Moe, nascosta in una piccola valle poco distante dalla costa; il posto è eccezionale, non si vede nulla fino a quando si arriva sul ciglio della gola e poi ci si trova sopra a questo piccolo laghetto d’acqua cristallina. Purtroppo però è la stagione secca e la cascata praticamente non c’è, ma l’acqua è immobile e si vede ogni particolare del fondo, tanto che si vedono i gamberi d’acqua dolce che si aggirano sul fondo. Abbiamo fatto un bel bagno, l’acqua era fresca ed è stato un bel tonico dopo la mattinata sotto il sole.

Con malavoglia abbiamo lasciato la cascata e siamo andati in cerca di un posto in cui si può nuotare tra le tartarughe marine. Nel tragitto, parlando con degli altri passeggeri sull’autobus, scopriamo che l’ultimo traghetto per tornare a Upolu parte di lì a qualche minuto e non abbiamo la possibilità di prenderlo… pazienza, passeremo la notte in un falé sulla spiaggia…

Abbiamo trovato le tartarughe; un contadino ne tiene una decina in una vasca ricavata chiudendo un ramo di un torrente e l’acqua è pulitissima. Appena entrati in acqua la più grande si è avvicinata, probabilmente in cerca di cibo, mentre poco distante le altre nuotavano tranquillamente, abbastanza abituate all’uomo. Nonostante questa confidenza, il posto e gli animali sono bellissimi, e il poterle avvicinare mi ha permesso di fare delle bellissime fotografie.

Le alternative per la notte non sono molte, dobbiamo trovare un falé sulla spiaggia per dormire o farci ospitare da qualcuno. I falé sono delle abitazioni locali, niente altro che un tetto di paglia e una piattaforma in legno rialzata da terra; si trovano ovunque da queste parti, in genere sono molto grandi e ci abitano famiglie intere, a volte piccoli per un paio di persone al massimo.

Tornati sulla strada principale, abbiamo fatto l’autostop e un furgone ci ha caricati. Per nostra fortuna, mentre eravamo a bordo abbiamo intravisto delle barche a vela all’ancora nella baia; un paio di chiamate con il VHF e abbiamo trovato una barca che conoscevamo che ci ha immediatamente ospitato per la notte. La mattina dopo, mentre eravamo ancora a bordo, una barca ha chiesto soccorso perché finita a scogli la sera prima e siamo quindi andati con i nostri ospiti a vedere se potevamo fare qualcosa. Purtroppo il vento forte e il mare piuttosto formato avrebbero dato grossi problemi anche a noi, quindi non abbiamo potuto fare niente e abbiamo ancorato all’interno della baia, mentre gli incidentati hanno dovuto aspettare un rimorchiatore che li ha tirati fuori dopo un’altra notte sui coralli a sgottare acqua (i danni sono stati un paio di falle fortunatamente non grosse, grazie al fatto che la barca è in acciaio, e qualche giorno di lavoro la rimetteranno in grado di prendere nuovamente il mare). Appena ancorati, ci hanno portato a riva e abbiamo perso ancora il bus per il traghetto. Abbiamo aspettato qualche auto di passaggio (e non sono molte) e fortunatamente dopo una mezz’ora sotto al sole abbiamo avuto un passaggio da una jeep che ci ha gentilmente portati fino al molo di imbarco, una ventina di chilometri oltre la loro meta.

10/10/2004 — Questa domenica qui è una grande occasione, è White Sunday, la festa dei bambini. Tutti i bambini sono vestiti in bianco, dai piccoli agli adolescenti, e sono il centro della festa. La messa è tenuta da loro e il parroco fa solo qualche breve intervento, e successivamente ai banchetti familiari, i bambini sono serviti e riveriti dagli adulti. Non ci crederete, ma sono stato in chiesa… giusto per controllare la situazione…

11/10/2004 — Oggi abbiamo lascito Apia, prossima destinazione Niuatoputapu, un’isoletta nel regno di Tonga, unico “stato” completamente indipendente da paesi stranieri; è una monarchia assoluta e il re e il piccolo governo (costituito dai suoi figli e familiari) promulgano leggi e controllano l’economia.

14/10/2004 — Niuatoputapu è ancora come vent’anni fa, l’unico contatto con il mondo esterno era un volo aereo irregolare attualmente soppresso, le poche barche che si fermano nella laguna, e una nave che passa ogni tre mesi a portare farina, riso e zucchero. Appena scesi a terra i bambini ci hanno circondato, chiedendo dolci e caramelle che noi naturalmente non avevamo… o almeno noi credevamo (ciò che i bambini dicevano originalmente era “maluli” che significa “uomo bianco” ma che si confonde facilmente con “my lolly”, e vedendosi regalare dolci le prime volte, adesso la parola è associata alla richiesta di caramelle e biscotti). Ci sono tre villaggi, Falehau è dove noi siamo ancorati, Vaipoa il secondo e Hihifo, il principale, dove c’è la dogana e la banca.

A parte poche comodità la vita sull’isola non è molto diversa dai decenni passati. Occupazione principale sono l’agricoltura e la pesca, e le donne preparano ornamenti fatti con le foglie del pandano. La sera la gente si ritrova ogni tanto per bere kava in occasionali feste nei villaggi o va a letto presto, niente televisione, internet e computers.

Anche qui il pesce è ok, ed abbiamo pescato un pò, con la lenza e con il fucile, ma nessuna grossa cernia come a Suwarrow.

19/10/2004 — Quattro giorni a Niuatoputapu e ora siamo nel gruppo delle isole Vavàu, sempre parte del regno di Tonga. Qui è la parte più turistica, ci sono un paio di società di charter con catamarani e barche a vela e un discreto numero di diving e barche per l’osservazione delle balene (che vengono qui per partorire). I locali che si affacciano sulla baia sono abbastanza occidentali, ma basta andare verso l’interno dell’isola per trovare villaggi più o meno originali.

25/10/2004 — Ieri abbiamo passato una giornata con un diving, abbiamo fatto due immersioni, non eccezionali ma abbastanza belle. Abbiamo visto diverse cernie enormi, grandi quasi come quelle di Lavezzi, e un tonno mostruoso è venuto fino a pochi metri da noi, qualche squaletto che riposava nelle grotte ma la cosa più particolare è stato un serpente marino.

I serpenti marini sono rettili e non hanno branchie, quindi ogni tanto devono risalire in superficie per respirare. Non sono aggressivi (per fortuna perché il veleno è uno dei più potenti e rapidi), e per farsi mordere bisogna rompergli proprio le scatole (si possono addirittura prendere con le mani senza pericolo, basta non fargli male se no si arrabbiano). Mi aspettavo un serpente di un metro o più, ma questi sono proprio piccoli, una ventina di centimetri, ed è abbastanza buffo vederli nuotare fino alla superficie, respirare e tornare tra i coralli (in alcuni posti sono così numerosi che ci si immerge praticamente in mezzo e in ogni direzione si vedono questi esserini che fanno su e giù dal fondo).

Sulla via del ritorno abbiamo anche incontrato una balena con un piccolo, ma non siamo riusciti ad avvicinarci abbastanza per nuotarci insieme, ma è stato piacevole il solo navigargli a fianco.

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