Dalla Toscana al Tirreno centrale e ritorno con Shangrillà

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

DALLA TOSCANA
AL TIRRENO CENTRALE E RITORNO
CON SHANGRILLA’

Testo di Renzo Gambi (libero adattamento dai ricordi, questa volta freschi…)
Personaggi: Capitan Renzino, Silvia la Pessimista
Pubblicato su Nautica On Line a Settembre 2008

1 barca, 2 coniugi, 16 giorni magnifici di agosto fra Ischia, Procida, Ponza, Ventotene e Palmarola e per finire in gloria i soliti inevitabili e tradizionali… 4 METRI DI ONDA

Capitan Renzino

Guardo Shangrillà ormeggiata presso gli amichevoli pontili della Nautica Benelli sul Fiume Bruna, finalmente tornata a Castiglione della Pescaia, ora pulitissima, coperta e “infiocchettata” da quel maniaco di Capitan Renzino (che poi sono io, quando vengo pervaso dalla passione nautica…), dopo aver percorso oltre 500 miglia di mare in 16 giorni di “vacanza” via dalla bella ma troppo risaputa costa Toscana, per un’avventura al Sud, nel Tirreno Centrale, fra le perle più spettacolari del “Mare Nostrum”.

Shangrillà

Quanta acqua hanno macinato le nuove eliche, quanta brezza di mare ha respirato l’Equipaggio Tandem-Coniugale (peraltro più che collaudato nella nautica come nella vita…) così composto: 1) Capitan Renzino, al secolo in terraferma l’Avvocato Gambi da Firenze (come Amerigo Vespucci, altro Navigatore mica da ridere…) al timone, alla rotta, alla tattica, alla ramazza, al facchinaggio bagagli e al portafoglio; 2) la Silvia Bormida eporediese, nel senso che è nata a Ivrea, un posto che con il mare ha poco a che vedere (tanto che se fosse per lei lo guarderebbe dal comodo lettino sulla spiaggia..), ma moglie incredibilmente affezionata al marito inguaribilmente appassionato di nautica, curiosa dei luoghi nuovi e amante dei viaggi, che partecipa alla vita di bordo abbronzandosi in maniera imbattibile, nonché manovrando i parabordi e un pessimismo forse scaramantico, con la stessa disinvoltura con cui si accende l’immancabile sigaretta, appena il meteo o le situazioni di navigazione lo consentono.

Shangrillà

Per chi ha letto la “Storia dell’acquisto” (assai pittoresca) o il racconto della crociera in Corsica e Sardegna, sarà cosa nota che “Shangrillà” è un Tullio Abbate 33 Offshore con due Volvo 200 hp kad 41 TD, costruita nel lontano 1987, acquistata a Cala Galera (Porto Ercole) nel 2002 da Capitan Renzino e da allora sistematicamente dotata di regalie e spese che, fra manutenzioni programmate, migliorie e inevitabili rimedi alle avarie figlie dell’età, superano di gran lunga il valore commerciale della barca. Che però, a dire il vero, proprio per questo si presenta assai bene all’occhio di chi la guarda galleggiare, e soprattutto alla sostanza, sempre lucida ed efficiente, in ordine estetico come meccanico.

Shangrillà

Al compimento dei suoi venti anni, la “Shangri” aveva preteso da Capitan Renzino, come sopra spiegato armatore fin troppo prodigo nei suoi confronti, non contenta dei regali programmati di telo nuovo, eliche nuove e pompe dei treamers nuove, due begli intercooler freschi di pacca. Per la verità, se ne era rotto solo uno (quello del motore destro…, subito sbarcato, smontato e rimontato), ma per evitare beghe future Enzo, il meccanico di sempre, era stato incaricato di prevenire, sostituendo anche quello del motore sinistro….

Shangrillà

L’IDEA E IL PROGETTO

L’idea di “cambiare aria” era venuta in inverno, al momento di programmare l’estate 2007, ed il mese di agosto in Via Pietro Micca a Castiglione della Pescaia, quando la affollata logistica di casa spinge a variazioni sul tema.

Nel 2003 la barca si era spinta in Sardegna, passando ovviamente dal sud della Corsica, per un recupero della “Principessa Ilaria” e delle sue amiche in Vacanza a San Teodoro; da allora, le estati “shangrillose” si erano barcamenate nell’ambito dell’Arcipelago Toscano, mai abbastanza lodato per la sua varietà e bellezza, ma conosciuto e sperimentato da Capitan Renzino in quasi tutte le pur non poche variabili di sfruttamento nautico.

E così, il nostro eroe aveva passato tutto l’inverno a pensare, ideare, scegliere e rimuginare le opzioni sulle rotte, sui tempi, sui luoghi da scegliere come approdo.

Il tempo a disposizione era di 15 giorni, finalmente congruo per un viaggio e un soggiorno più lungo del solito, nella meteorologicamente insidiosa seconda metà di agosto.

“Si va a Ponza?”- aveva suggerito la Silvia che c’era stata da ragazza, e giustamente la ricordava bellissima.

“Ma 15 giorni tutti alle Pontine (o Ponziane, secondo una definizione che si vuole più puntuale, anche se meno usata…) mi sembrano anche troppi: sono belle isole, ma piccole e piuttosto vicine fra loro; una settimana dovrebbe bastare; magari ci si potrebbe spingere a Ischia e Procida, che sono ad un’ora di barca da Ventotene…”- aveva replicato Capitan Renzino, ingolosito dalla prospettiva di infilare più roba possibile – come sempre – nel suo tempo di vivere.

“Sei il solito esagerato” – replica la Silvia già preoccupata del tarlo che ha irrevocabilmente cominciato a rodere il marito-navigatore.

Capitan Renzino chiama in soccorso, come sempre in questi casi, il suo alter ego di terra Avvocato Gambi, che comincia ad affiancarlo nelle ricerche su portolani (a bordo di Shangrillà oggi ci sono ben due edizioni del “Navigare Lungocosta n. 3” a suo tempo ideato dal mai troppo compianto Mauro Mancini…), carte nautiche, e naturalmente Internet, risorsa infinita e accattivante, che permette ai sognatori invernali persino di “spiare” con l’ausilio delle web-cam i luoghi agognati su cui fare rotta l’estate successiva.

L’approdo, anzi l’ormeggio sicuro, in banchina con catenaria e cime a poppa, come la Silvia vuole, a Ponza si presenta subito come il problema maggiore. Tanto più che, nelle chiacchierate con altri amici appassionati del mare e che c’erano già stati, spiccano preoccupanti racconti sull’effetto del “Levante”, che quando monta solleva tanta risacca da suscitare l’ordinanza “Via tutti” da parte della locale Capitaneria, con la inquietante prospettiva di una notte alla ruota nelle baie ridossate sul lato ovest dell’isola, prima fra tutte Chiaia di Luna.

I nomi e le posizioni dei pontili di Ponza vengono individuati, classificati e ricostruiti con precisione. I più ridossati sembrano quelli della “Cooperativa Ponza Mare” e di “Ciccio Nero” (assistito da un irresistibile sito Internet ai limiti del culto della personalità…), mentre “Gennarino a Mare” (che avrebbe l’albergo grazioso e cilestrino attaccato al Pontile, accattivante invito alla comodità e alla logistica facile…), viene a malincuore scartato per la maggiore esposizione al mare e al vento malevolo. Al Pontile Parisi (quello del cantiere di tradizione…) c’è la Benzina, ma è più staccato dalla zona centrale del porto, è a Santa Maria, e quindi anch’esso esposto alla risacca più violenta da Est.

Dunque, si rintraccia un numero telefonico invernale di “Ciccio Nero”, si seguono le istruzioni per e-mail e fax, e si indica il periodo dal 18 al 25 agosto: ma la risposta è negativa, e lascia costernato Capitan Renzino e i suoi ardori ponziani. Non si accettano prenotazioni per meno di 10 giorni: ma così salterebbe Ischia…

“… E allora si va prima a Ischia!”- replica il nostro – “dopo, casomai, si passa da Ponza verso il fine mese, e si guarda se si degnano di riceverci!!!”

Detto, e fatto: scatta il “Piano B”.

“Cala degli Aragonesi”, l’ormeggio di Casamicciola consigliato dallo Zani (Capitan/Avvocato anche lui, storico cessionario della mitica “Oblio”…, poi armatore del Tornado “Colpa Mia”, di un Mira 36 decisamente sfigato e oggi di un bel Fiart 39) risponde subito al telefono, costa 80 euro per giorno e non vuole neanche acconti, conferma per fax la prenotazione dal 19 al 25, e consente a capitan Renzino di porre finalmente, ben saldo, il primo “mattoncino” della progettata crociera agostana di Shangrillà.

Sistemata la “bega-attracco”, la più difficile, si restringe il campo della ricerca di quello che la Silvia aveva preteso in cambio della sua disponibilità a viaggiare in barca per due settimane di fila: -“Però almeno a Ischia si dorme in Albergo, che è più comodo e riposante”. A Ischia ci sono centinaia di alberghi, tutti più o meno graziosi, accattivanti, tanto da mettere nei guai chi apre un sito Internet tipo “Ischiaonline”, che pure è assai ben organizzato. Il problema, per così dire, è l’eccesso di offerta. Ma riducendo il campo alla zona di Casamicciola, e anzi alle vicinanze del locale porto, il cerchio si restringe “asssai” (come direbbe Boldi, quando imita l’accento partenopeo…): salta fuori, fra gli altri, “Le Zagare”, una ex villa in stile colonico, a 500 metri dal Porto, con palme, banani, arcate e un giallino accattivante. Il trattamento è di “B&B”: quel che serve per godersi Ischia nelle notti d’estate, fuori a cena nei mille ristorantini con musica e atmosfera garantita.

Ma passare dalle parti di Ponza e non fermarsi a guardare le meraviglie del suo Arcipelago, o guardarle “mordi e fuggi”, sarebbe inaccettabile: dunque, Capitan Renzino convoca l’Avv. Gambi perché scriva una melliflua e nuova lettera a “Ciccio Nero”, invocando la sua comprensione affinché “tolleri” l’ormeggio di Shangrillà verso la fine di agosto, magari per tre giorni da domenica 26 a martedì 28 incluso. Arriva, con la dovuta calma, la risposta: se si pagano subito 450 euro (urca!), con vaglia postale entro dieci giorni dal fatidico sì, la cosa “Se po’ fa”….

E’ una tariffa giugulatoria, ma la voglia è tanta, e ci si fa giugulare, stando per giunta al rischio della iattura meteo del posto, il famigerato Levante, che se rinforza rende vano l’ormeggio e il suo esoso costo, ingiungendo con tanto di ordinanza della Capitaneria di salpare e riparare a Chiaia di Luna, nel lato Ovest dell’Isola, con un poco simpatico, affollato e pericoloso ancoraggio alla ruota notturno…

Viene la tarda primavera, la barca scende in acqua piena di nuovi “gadgets” e lustra come non mai; arriva poi l’estate, e a luglio si celebra all’Elba una memorabile edizione del “Rotoboat” (ma di questo si rimanda a separato scritto); infine, le sospirate ferie d’agosto, con la citata avaria all’intercooler di destra, diagnosticata proprio il primo giorno di vacanza: roba da mangiarsi il fegato.

Ma mentre il meccanico Enzo e i suoi ragazzi lavorano a manetta per rimettere Shangrillà in perfetta efficienza, Capitan Renzino medita la grande vendetta sulla sorte al momento avversa, pregustando la lunga discesa al sud che lo aspetta nella seconda metà di agosto.

Il 16 agosto, che per chiunque abbia abitato a Siena comunque non è un giorno qualsiasi, in orario comodo (sono le 9 suonate…) al pontile della Nautica Benelli si presenta l’Equipaggio partente della Shangrì, con una tale massa di sacche, bottiglie e buste che sembra la preparazione logistica di una Parigi-Dakar (noto Rallye estremo su sabbia africana…) invece di una tranquilla crociera lungo la penisola italiana, in Zona Tirreno Centrale.

La barca viene scoperta dal Capitano con scaramantico rituale, caricata in maniera inverosimile quanto tradizionale (dalla cioccolata allo champagne, passando per litri di crodino ed ettolitri di acqua minerale), il pieno è fatto, chi di dovere avvisato della prolungata assenza.

Alle 10 in punto, la Shangri plana dolcemente sul mare davanti a Castiglione, una vera tavola quella mattina.

IL VIAGGIO D’ANDATA

La rotta è finalmente decisa, con le variabili che il meteo e le giuste ubbie (figlie della libertà, e sintomo di vera vacanza) dell’Equipaggio, vorranno estemporaneamente introdurre nel programma: dunque, anzitutto si scapola il vicino Argentario, dove si decide per un bagno ad Ansedonia, fuori dalla risacca provocata dai millanta fuoriusciti di Porto Ercole. Là, quando è circa mezzogiorno, nell’acqua trasparente davanti al piccolo promontorio, la prudente Silvia propone di cominciare a scendere lungo la costa sud della Toscana, per avvicinarsi al Lazio, e poi vedere a che punto si è arrivati. Come direbbe Ezio Greggio: “Presto, che è tardi!”.

Dopo un’ora appena (la distanza è circa 25 miglia), dopo che sono sfilate a lato destro La Formica di Burano e a lato sinistro la Centrale (un tempo nucleare) di Montalto di Castro, Shangrillà supera il Porto commerciale di Civitavecchia, e si ferma quasi davanti all’imboccatura del grosso marina di Riva di Traiano.

Qualche sguardo preoccupato all’ecoscandaglio (la zona sotto costa è presentata dal Portolano come insidiosa, piena di bassi fondali e scogli), la rassicurazione rappresentata dai locali ancora più vicini a terra, la giornata che continua ad essere meravigliosamente placida (un libeccio accennato, che increspa appena la superficie del mare), e siamo pronti per il relax: pappa e nanna pomeridiana!

Alle 15,30 si riparte: Roma è la meta, e precisamente il Nuovo Porto Turistico di Roma, che si trova poco meno di 30 miglia a Sud, appena sotto la Foce del Biondo Tevere, praticamente all’inizio dell’abitato nord di Ostia.

Scorrono ricordi d’infanzia per Capitan Renzino, quando nell’ordine appaiono Santa Marinella, Santa Severa, Freggene (se dice co’ddue gg!), e poi Fiumicino, meta di tante gite domenicali della famiglia Gambi al tempo abitante in Roma a cavallo fra gli anni 60 e 70 del trascorso secolo ventesimo. Infine, annunciata da una preoccupante marea caffellatte, da cose di ogni genere a galla, mentre il Maestrale rinforza, arriva la foce del Fiume che viene dalla città Caput Mundi. In men che non si dica, la Shangri sta davanti al Porto Turistico di Roma: Capitan Renzino parla alla Radio con la Torre di Controllo, trattiene il fiato (era così sicuro di trovar posto che non aveva prenotato), e viene molto cortesemente ammesso in Porto, con istruzione di accostare verso il canale di destra, ormeggiando all’inglese.

L’ormeggio, e tutto il Porto in generale, sono una bella sorpresa.

La cosa più curiosa, per chi entra attraversando le “tenaglie” dell’imboccatura, è la spiaggia interna, chiarissima quanto sorprendente per il navigatore che arriva: alla domanda specifica fatta da Capitan Renzino (“Perché una spiaggia all’ingresso?”) il personale di servizio risponde che il progettista aveva pensato così di “rompere” e assorbire la risacca. E in effetti, forse anche aiutata dalla ripartizione netta in due rami distinti che il Porto di Roma presenta, la cosa funziona; come funziona anche la pulizia portata con la corrente dal sistema di movimentazione delle acque interne al marina, che riduce se non elimina i purtroppo altrimenti classici cattivi odori del Porto.

Shangrillà

Accompagnato dal “nostromo” a bordo di un gommone, Capitan Renzino si reca con i documenti a pagare il dazio: 45 euro, piuttosto equo, specie se si fanno i paragoni con la spesa talora sostenuta in altri luoghi ed i servizi offerti.

Magari fa ancora un po’ caldo, ma il morale dell’Equipaggio è alto: si fa la doccia per rinfrescarsi, si telefona a casa per avvisare che siamo arrivati a Roma, e tutto è andato per ora a meraviglia.

La cena è un miraggio goloso, e quando l’imbrunire attenua i colori accesi del tramonto si sbarca volentieri. La scelta dei ristoranti è più che discreta: si va da Mc Donald alla Grill-house alla terrazza sopraelevata con solo pesce e vista sull’intero porto. Indovinate cosa si sceglie per festeggiare? Giusto. Risotto ai crostacei ben mantecato, spigolona al forno e conto conseguente. Ma va bene così: oggi è festa, si è navigato tanto e da domani si continuerà.

I negozi, specie alcuni pieni di arredamento nautico, sono accattivanti ed aperti, ma è tardi e la stanchezza porta i marinai a letto, per un sonno tranquillo coadiuvato dall’immobilità della barca nel suo confortevole ormeggio all’inglese, per l’occasione ribattezzato “alla romana”…

IL SECONDO GIORNO di viaggio inizia con la sveglia naturale di quasi ogni barca non enorme e senza aria condizionata: la luce e il caldo aumentano velocemente, fino a che il primo sveglio dell’equipaggio trascina gli altri a colazione. Nel caso di specie la Silvia, offesa come il più impenitente vampiro da un raggio di sole che rimbalza, si catapulta sugli shorts e una maglietta, ingiungendo a Capitan Renzino (che di notte medita, osserva i luoghi, per solito dorme molto tardi, e quindi la mattina è decisamente “diesel”…) di agevolare lo sbarco al suo irascibile secondo di bordo, che se non beve il caffè subito dopo un’ ci si ragiona più per tutto il giorno…

Dunque, con grande urgenza si percorre il tratto verso il centro porto, si compra il giornale, ci si siede sotto un porticato e via con caffè, cappuccio, cornetti ripieni e formato famiglia, opulenti come gli usi della vicina Capitale impongono. Veloce acquisizione di vettovaglie per il giorno, restituzione della chiave magnetica che fa funzionare un cancello di sicurezza del pontile, con abbordo della banchina nella opposta zona del porto dove sono gli uffici, incrocio con mega Yacht di Emiro in arrivo, e via di nuovo verso il sud.

Verso il sud, ma non “rotolando sopra un’onda che mi porta etcc..” come dice la canzone: di onde, ancora una volta, neanche l’ombra. Una vera tavola il mare delle 10,30 davanti a Ostia.

In rotta per sud-sud est c’è il promontorio di Anzio, che arriva dopo poco più di un’ora di navigazione; appena sotto si supera Nettuno, che ha un grosso “marina” ben attrezzato, ma ovviamente per noi non ancora interessante o utile alla fermata. Dunque, su consiglio del solito “Navigare Lungocosta” si butta l’ancora nei pressi di “Torre Astura” zona selvaggia, vincolata da servitù militari che la rendono quasi vergine e perciò sorprendentemente bella, salvo qualche antenna di troppo che spunta dalle dune affastellate dietro l’arenile di sabbia chiara. Un gran bel bagno, che viene interrotto da un lieve rinforzo del maestrale. Si riparte per tagliare il largo ma poco pronunciato golfo, per puntare (ancora con un’ora circa di navigazione a 23/25 nodi sul mare che da dietro monta con il Maestrale) ad un riferimento ben cospicuo: Il Capo del Circeo.

Bellissimo luogo, il Circeo: nuovamente riaffiorano nella memoria i ricordi di un ragazzino, in verità fermi per una volta alla vista da terra. E così, mentre il vento aggredisce il giardinetto di Shangri ad ogni accostata, tirando su qualche schizzo dispettoso, la rotta curva dolcemente seguendo la costa dell’alto promontorio, piena di grotte, ville, fiori e sorprese gradite all’occhio di chi osserva.

Nonostante l’insistenza delle raffiche da terra, San Felice Circeo si presenta grazioso e accogliente, alla prima apparenza: ma di accogliere nuovi diportisti, non se ne parla proprio. Tutto pieno per la sera, gli rispondono i responsabili del porto al telefono. Pazienza, dice Capitan Renzino alla Silvia che issa la bandiera del Pessimismo e sollecita il Capitano a non giocare d’azzardo con il pernottamento…

Intanto, il pomeriggio scorre, beato fra bagnetti nell’acqua piuttosto cilestrina (ma non impeccabile, per via del porticciolo praticamente sopravvento), e merendine varie intervallate da sonnellini o amene letture di guide sui luoghi che ci aspettano più a sud…

Il piano di massima sarebbe di fermarsi lì, su quella costa, un po’ perché il calendario non è ancora maturo (è il 17 agosto…) per correre verso Ischia e la prenotazione vigente dal 19 successivo, e molto perché vale la pena di costeggiare il grande golfo e vedere da vicino Terracina, e soprattutto Sperlonga, che dovrebbe essere un vero “gioiellino”.

Ma dopo i sondaggi sugli approdi, al telefono il piano viene impietosamente messo in forse, se non irrimediabilmente sabotato: niente a Porto Badino (con l’accesso piccolo che s’indovina più dalla coda delle barche in rientro, che dal punto cospicuo indicato nel portolano…, ma ben descritto nelle lunghe chiacchierate dal Pinca, mitico e assai loquace Capitano di Altair), e purtroppo niente anche a Terracina.

Ma Capitan Renzino è storicamente noto anche come “San Tommaso”, e come sempre nella piaga ci vuole mettere il dito: dunque, all’alba delle 18 si salpa da Circeo, si costeggia scetticamente il citato Porto Badino, che al momento sembra Fort Alamo circondato dai messicani pronti a distruggerlo, e si vola con raffiche da terra al traverso verso l’est – interno golfo, verso quella Terracina pittoresca che anche Silvia vuole rivedere, con la flottiglia dei Pescherecci, il tortuoso porto-canale, e il Tempio di Giove lassù, a picco sul monte che la sovrasta.

Bello sì, ma un po’ scomodo come prospettiva per la notte: in darsena manco a parlarne, e all’imboccatura ci sarebbe posto all’inglese, ma c’è vento forte, risacca e persino dei pescatori probabilmente seccati di vedere le loro strategiche seggioline ingolfate dalla massa della Shangrillosa all’ormeggio di fortuna.

Non se ne fa di niente: peccato per Sperlonga, che scorrerà a manca senza essere degnata neanche di un bagnetto celebrativo: si vola a sud, verso Gaeta e il suo golfo enorme, ridossato, verso i suoi maggiori fasti portuali, che risolveranno il problema.

Shangrillà

Si vola, è l’espressione giusta: la rotta e l’assetto di Shangri diventano sempre di più una gara con il Maestralone che si gonfia allontanandosi dal lato nord del golfo. Sono oltre 25 le miglia da fare, ma il Tullio Abbate Offshore si vede proprio in questi frangenti: la Shangri surfa, morde il cavallone, lo sbeffeggia superandolo e salendo con destrezza sul successivo; Capitan Renzino al timone se la gode un mondo, la barca fila ad oltre 27 nodi di crociera, la Silvia ogni tanto lo rimprovera di esagerare, ma alla fine, dopo aver superato un “bestione” da 25 metri e qualche migliaio di cavalli come fosse una bicicletta, la “bestiola” si trova ad accostare sotto la fortezza-carcere militare che segna l’inizio del ridosso nel golfo di Gaeta.

Luce del Sole che si fa ombra, luci a terra che si accendono, alle 19,30 Capitan Renzino punta sulla “Base Nautica Flavio Gioia”, davanti alla quale torreggia una Portaerei americana.

Si fa addirittura in tempo a fare rifornimento al distributore in chiusura, e a chiudere velocemente il contratto di ormeggio con i responsabili della banchina. Unico cruccio, la distanza forzata fra la poppa e la banchina, che non è di gradimento della Silvia, perché giudicata eccessiva, anche se ridotta più volte con imprudenti concessioni alla cima catenaria che, da prua, dovrebbe evitare che le eliche a poppa tocchino la parete prominente sott’acqua…

Ma ormai non si può certo spostarsi, e per quanto faccia “boccuccia” la Silvia deve mangiare queste bucce come Pinocchio quando torna a casa e non trova più il babbo…

Siamo nei pressi di una grande gru su ruote e di uno scivolo per varo/alaggio, ma tutto sommato il posto è suggestivo, e in ogni caso il golfo è davvero bello quando si accende nella notte, pieno di lucine sulle coste alte e visibili anche a distanza.

La giornata è stata dura, e la doccia sulla plancia di poppa (per non infradiciare tutto il piccolo bagno di bordo..) è una sfida alle raffiche del Maestrale che non la vuole smettere più di soffiare rabbioso..

Ci si veste, si fa l’aperitivo, e si gusta il piacere della sicurezza, della meta raggiunta che per mare vale sempre un po’ di più…

I ragazzi della banchina ci hanno detto dove cercare una cena di pesce: si scende (con le dovute rimostranze di Silvia, che censura finanche i centimetri di stacco fra poppa e banchina di pietra, oltretutto inaccettabilmente non allineata per altimetria…), e si cammina lungo i viali, tagliando per la parte bassa della città vecchia; si arriva infine alla agognata meta gastronomica. Là, dopo incomprensioni iniziali che vorrebbero l’equipaggio cenare al chiuso (…un vero dispetto per Capitan Renzino d’estate), la mandante Base Nautica Flavio Gioia schiude le porte al miglior tavolo all’aperto, e tutto va per il meglio. Quasi tutto, perché nel conto, la gigantesca “Corvina” trangugiata troneggia con una opulenza pari al suo declamato peso, sufficiente a sfamare quattro persone. Comunque, niente di catastrofico come le aragoste o gli astici di certe isole del Mediterraneo…

Il vino bianco e la stanchezza fanno il loro corso, e il cammino di ritorno sembra inspiegabilmente più lungo dell’andata: l’equipaggio salta a bordo dopo non poche difficoltà (dacché la Silvia di passerelle non ne vuol sapere, e contrariamente al solito la cena ed il bere non l’hanno ammorbidita…); si inaugura un rito serale pre-nanna, sorbendo nel divano sotto il roll-bar la buonissima china prodotta dall’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze, (salita a bordo durante il “Rotoboat” o “Rotary Boat Meeting” di luglio, con il gentilissimo Colonnello Maida, ospite assai gradevole, alla mano e nello stesso tempo impeccabile…); effetto micidiale, con digestione assicurata, e sonno indotto a dispetto della leggera risacca ancora presente come ricordo della giornata ventosa.

Domani, finalmente, si punterà Ischia, o forse prima Procida: insomma, si annuncia una rotta per il mitico Golfo di Napoli, verso magari quel Capo Miseno che prende il nome dal Timoniere di Enea; una rotta, come diceva il grande Totò, “parte-nopea e parte-napoletana…”

IL TERZO GIORNO DI VIAGGIO vede un’alba piena di foschia: conscio della disagevole logistica che indisporrebbe la Silvia, Capitan Renzino salta a terra, traversa la Base Nautica Flavio Gioia (? 55,00 il costo dell’ormeggio per una notte), il grande viale alle sue spalle, e torna a bordo con caffè caldo, latte freddo e croissant per il suo secondo di bordo. Il giornale locale annuncia tempo buono, ma in tarda mattinata c’è nuovamente la discesa in previsione una “botta” di Maestralone. Quindi è meglio spicciarsi, anche se Procida e Ischia sono solo a circa 34 miglia per sud-sud est.

Shangrillà ha già il pieno fatto la sera prima, e mentre i motori si scaldano, dopo aver mollato l’uscita è suggestiva quasi quanto l’entrata: sfilano nell’ordine la gigantesca nave americana, l’approdo di sant’Antonio, La fortezza-carcere militare, e le rocce alte dove nidifica il Falco Pellegrino. L’ampia curvatura del grande golfo di Gaeta si allontana poi nella scia sempre più lunga e piatta, e piano piano il mare si manifesta con la sua onda lunga, anzi lunghissima, residuo della “botta” di Maestralone del giorno e della notte precedente. La costa a sinistra si allontana e quasi si nasconde nella foschia densa del mattino agostano. La lunghezza non indifferente dell’onda convince Capitan Renzino a sistemare i motori sui 3000 giri, con tream a meno 4/5, per affrontare in assetto adatto le vere e proprie “salite” che si presentano ogni tanto.

A galla, purtroppo, si vede davvero di tutto: manca la vasca da bagno del “Dirk Pitt” di cussleriana memoria, e poi la varietà è completa. “Mah, speriamo che sia solo l’effetto del mare mosso e del vento forte, sennò dove si va a fare il bagno qua?” – dice la Silvia perplessa e quasi preoccupata. E non ha torto, perché bisogna avere cento occhi, e la rotta è uno slalom continuo fra cassette, reti, travicelli, etc…: se li becchi il danno è sicuro. Per fortuna ci sono, e sono sempre più frequenti andando verso il largo, branchi di tonnetti spettacolari, che tagliano la prua alla Shangri con intervalli quasi regolari.

Passa un’ora circa dalla partenza, e bisogna decidere se puntare su Procida, con obbiettivo Chiaiolella da inavvisati ospiti, oppure Ischia con la speranza che l’aver prenotato per il giorno dopo sia foriero di un occhio di riguardo da parte di quelli di Cala degli Aragonesi, a Casamicciola.

Il Maestrale sta rinforzando, e allora Ischia, con maggiori ridossi e più porti, viene eletta a meta di giornata: il Castello degli Aragonesi, che costituisce la punta Est dell’isola, è riconoscibile già a diverse miglia di distanza, e diventa sempre più grande e spettacolare con l’avvicinarsi. La Shangri ci vira in planata proprio sotto, a picco, e si ridossa dal Maestrale sottovento al “Ponte” del Castello, in mezzo a gavitelli e barche di ogni genere.

LA SETTIMANA ISCHITANA (in realtà otto giorni…)

Dunque, obbiettivo raggiunto, in meno di un’ora e mezzo, con la barca tenuta sui 25/27 nodi di crociera, per un’andatura resa divertente ma sempre confortevole sull’onda lunga da nord ovest.

Come da tradizione, si telefona a casa per dare la notizia: “accussì simme tutte ‘cchiù tranquille!”. Nella testa di Capitan Renzino risuonano incessantemente (Jamme, Jamme, Jamme ‘n coppa Ja!, Munastero ‘e Santa Chiara, tengo o’ core shcuro shcuro…, Dicitencello Vuje…, Te sì ffatta ‘na veste schcullata…, Catarì.. pecché mme dice sti’ pparole amare…) le melodie e le parole care al Golfo di Napoli che gli si para davanti, aprendosi sempre più chiaro alla vista grazie al rinforzo da Maestrale, e quando da lontano alle alte coste di Capri risponde o’ Vesuvio, l’immedesimazione geografica e culturale dell’equipaggio di Shangrillà “raggiugne o ‘culmine”.

Shangrillà

Ma Ischia è adesso lì, a portata di nuoto, verde e bellissima, con acque sorprendentemente trasparenti, che invitano al ridosso più godereccio e rilassato: appena doppiata la punta successiva, appare la cala Sant’Andrea, con la casetta bianca dalle imposte celesti, incastonata sotto la falesia bianca e accecante.

Non è tardi, almeno per gli usi dei naviganti locali, e così Capitan Renzino si può ancora scegliere il posto adatto, su un fondale di cinque metri cilestrino e accattivante. Tendalini tutti su, perché il sole picchia duro e la protezione della scogliera lascia passare il vento solo a tratti. E poi tuffi, Feeling Mediterraneo al massimo, visita alla spiaggia suggestiva, brindisi del ben arrivati, merenda-pranzo con i panini di Gaeta. Episodio curioso, si avvicina alla Shangri un piccolo gommone, che già aveva fatto tappa presso le altre barche ormeggiate, e chiede compitamente: “gradite due schpaghètti schfiziosi al dente? Siamo del Ristorante…. Se Vulite, all’ora che dite Voi Ve li portiamo qqua!”. Rinuncia sofferta, ma rinuncia, in nome dei bagni plurimi e liberatori che possono, debbono, essere la nota essenziale della giornata in mare.

Dopo il riposino la Silvia, sempre fedele al suo ruolo di Secondo fra il

Prudente e il Giudizioso, ricorda a Capitan Renzino che bisogna preoccuparsi dell’ormeggio, dato che la prenotazione è dal giorno 19, ed oggi è solo il 18 agosto…

La telefonata, prima ostacolata dalle variazioni dell’ormeggio alla ruota sotto l’alta scogliera, va subito a buon fine: si, ma certo, un posto per noi lo tengono, e ci aspettano gentilissimi…

E allora, dopo aver costeggiato la “Sgarrupata” ed essere arrivati in vista del bellissimo Sant’Angelo, si torna indietro perché il Maestrale si fa sentire, aggirando l’isola in senso antiorario, si doppia nuovamente il Castello Aragonese, si passa davanti al Porto di Ischia, circolare quanto trafficato dai traghetti ad ogni ora del giorno e della notte, e si entra finalmente a Casamicciola, che è grande, sicuro, ma in certe zone curiosamente aggredito da bassi fondali (peraltro segnalati da boe…).

Alla Radio di Bordo quelli di Cala degli Aragonesi ci salutano, ci vengono incontro con un gommoncino e ci guidano verso l’ormeggio, che è un po’ incastrato in un triangolo fra la banchina che stringe la diagonale del pontile galleggiante del lato est. Comunque, tutto a posto: Silvia alle cime di poppa coinvolge come sempre i ragazzi del pontile con quel misto di falsa insicurezza che induce subito l’attenzione e la partecipazione massima di chi ci assiste. Capitan Renzino, che sperimenta a marcia indietro la corrente e le raffiche da ponente che spazzano il tardo pomeriggio, la infila comunque alla prima, e in pochi secondi Shangrillà è ben assicurata alla sua catenaria, con le eliche che impallidiscono per la misera distanza dal galleggiante del pontile (un piede per lungo, e due per traverso…), imposta come da tradizione da Donna Silvia, che per queste decisioni conta più di un Ammiraglio, anche perché sennò lei non scende proprio.

Doccia a poppa, bermuda freschi, polo pulita ed Equipaggio a terra: comincia una settimana da sogno, con l’isola che si offrirà allegra, verde, colorata, sempre viva ed ospitale al di là delle più rosee aspettative. La ricetta è questa, e la realizzazione pratica terrà fede ai particolareggiati “piani di guerra” orditi nell’inverno internettiano da Capitan Renzino: di giorno, si gira intorno alle cale più belle, avvicinando le bellezze della natura e godendo della compagnia tutto sommato rilassata e gradevole dei diportisti partenopei (… e parte napoletani, come diceva Totò!); di notte, con l’ausilio dei micidiali mini taxi a tre o quattro ruote, ci si sposta nei vari paesi, per cene ed atmosfere ora assolutamente pittoresche, ora piene di “charme” e romanticismo “verace”. Mete degne di nota la cena al Pirata di Sant’Angelo (con gli infiniti antipasti che costituiscono una cena sorprendente…), quella da Umberto a Mare di Forio, sotto la Chiesa di Soccavo e sopra gli scogli a picco sul mare (con classe e gastronomia da vendere..), quelle (peraltro ripetute, a beneficio della Principessa Ilaria e di Arturo improvvisi visitatori dei luoghi…) nei vari ristoranti sulla “riva destra” del Porto di Ischia, piene di allegra vivacità, anche se meno comode, come del resto l’ormeggio dei natanti regolarmente sbatacchiati dalla scia dei traghetti in manovra.

Un discorso a parte merita la scelta dell’Albergo: Le Zagare, sulla collina appena sopra il Porto di Casamicciola. Com’è noto, la Silvia non tollera granché il dormire a bordo della pur comoda Shangrillosa: passi per una, due, tre notti, ma una settimana proprio no. E allora, durante l’inverno, l’imbarazzante, enorme offerta alberghiera dell’isola era stata vagliata, scremata via internet con attenzione e metodo: il risultato è la scelta di un “tre stelle” (altrimenti il budget giornaliero, unito al costo dell’ormeggio e della cena, s’impenna…), dall’immagine accattivante già in video. E’ un’ex villa, riadattata dal gestore (il simpatico Andrea, velista doc, già imbarcato sul mitico “Gatorade” di Falk…); dipinta di un giallo caldo, con arcate e colonne, piscina fra palme e banani, grandi terrazze con vista panoramica sul mare e sull’ Epomeo. La camera è forse un po’ essenziale nell’arredamento, ma è micidiale per la bella esposizione, alta a nord ovest, per le aperture e la terrazza, tanto da essere chiamata dagli albergatori “La Nave”. Qualche ingenuità indotta dalla ancor breve esperienza di gestione, ma l’albergo ha un’atmosfera davvero gradevole: la mattina, colazione nel salone luminoso e reso quasi mistico dalla musica della celtica Enya; la sera il Martini (agitato, non mescolato…, come quello di Bond) è migliore se lo si beve sotto il portico, vedendo le ultime barche rientrare al tramonto…

I ragazzi (la Principessa Ilaria, unicogenita di Capitan Renzino e Silvia, e il suo ragazzo Arturo) si fermano due notti, dormendo a bordo di Shangrillà: di giorno si va a fare il bagno, e a mettere sotto il naso della Fotografa di Famiglia Ilaria le immagini più suggestive, come Corricella di Procida, per un trionfo di colori pastello e armonia architettonica mediterranea.

All’epoca, colpevolmente, Capitan Renzino non aveva letto ancora, se non per qualche breve stralcio, “L’isola di Arturo” di Elsa Morante. Al di là della storia e dei caratteri descritti, entrambi un po’ bislacchi, le atmosfere, la magia e i colori dell’Isola arrivano dritti dritti all’emozione di chi sa osservare con occhi attenti.

Passano i giorni di Ischia, ben otto, come detto assai felici, ora romantici, ora appassionati e sempre tanto divertenti.

La sera del 25 agosto i ragazzi vengono accompagnati al traghetto per Napoli: a terra hanno la macchina; vengono dalla Croazia Via Calabria, e tornano a Firenze, per il lavoro che ricomincia.

La notte è incredibilmente calda, e dopo la pizza, un gelatone e due passi, si prende l’apino per non sudare ancora sulla salitella che porta a casa. Dispettosamente, un guasto toglie corrente alle pompe, e si resta senza il sollievo di una doccia, nell’afa impressionante che incombe sulla ultima notte. Per la verità ci sarebbe pur sempre la piscina, ma non sembra carino tuffarsi così, tutti sudati…

Di mattina, il nostro “autista di fiducia” ci raccoglie dopo colazione ai piedi della scalinata d’Albergo, e ci scorta fino a poppa di Shangrillà.

Si salpa, alle nove esatte del mattino, mentre tutto il porto di Casamicciola è ancora quasi addormentato.

A Nord/Nord Ovest, a circa 26 miglia c’è Ventotene, e a meno di 50 miglia c’è Ponza, dove ci aspettano quelli del mitico pontile di “Ciccio Nero” per tre giorni prenotati nell’Arcipelago Ponziano, pieno di scogliere bianche e magie degne della mitologica Maga Circe, che lì risiede per la leggenda e la letteratura. Per il nostro Capitan Renzino, il Vichingo della Toscana”, una specie di Walhalla del diportista, dove raggiungere la beatitudine nautica, Vento di Levante permettendo….

Davanti alla prua di Shangrillà, anche se lontana, c’è la scia di un aliscafo presumibilmente in corsa sulla stessa rotta, che attenua la sensazione di “solitudine nel blu” nascosta dentro ad ogni traversata un po’ lontano dalla costa. In realtà, durante il tragitto incrociamo diverse barche, alcune decisamente “mignon”, spesso ferme o lente a pescare di traina, su correnti e fondali ben risaputi.

Dopo circa un’ora, siamo al traverso dell’isolotto di S. Stefano, con il carcere settecentesco che all’Avvocato Gambi piacerebbe molto visitare (ma si va solo con gite autorizzate…), e davanti si apre il Porto Romano di Ventotene: fedele ad un proponimento invernale, Capitan Renzino pretende almeno di entrare a vedere, per carpire dal vivo le vere dimensioni di quel pezzo di storia rubato al tufo, dove duemila anni fa le navi onerarie della grande Roma incrociavano con i loro preziosi carichi di ogni tipo. L’entrata è stata studiata a memoria sul portolano e su Internet. L’accostata da fare è quasi a novanta gradi sulla dritta passato lo scoglio di accesso. Il porto è in realtà molto stretto, tanto che nella parte residua alle cime tirate di chi sta alla catenaria la Shangri non ci gira quasi. Per fortuna, si muove un natante, e nello slargo si trova il tempo volante, oltre che per virare, per fare una foto ricordo alla Silvia. Ma mentre il regista pregusta la giusta inquadratura, un barcaiolo che deve sfruttare il buco di ormeggio per rilevare i suoi clienti dalla banchina prorompe in offese e contumelie di vario genere all’indirizzo di Capitan Renzino, di solito pronto a rispondere agli insolenti e ai nevrotici del mare, magari con un po’ di sana ironia, presa a prestito dal solito Avvocato Gambi. Ora, questa volta, invece, complice la preoccupazione per gli spazi angusti, le cime tese ed il basso fondale, il nostro resta quasi senza parole, salvo una banale richiesta del tempo minimo di manovra, ed un affrettato consiglio di rivolgersi ad uno psicoterapeuta specializzato in gravi turbe marinare…

Si esce allora dalla storica trappola portuale, e si lambisce solo l’imboccatura del Porto Nuovo di Ventotene, decisamente più grande quanto banale: ci aspettano altre 22/23 miglia fino a Ponza, per fortuna all’alba delle 10,20 il mare è ancora molto calmo.

La Shangri sfrutta tutta la potenza dei suoi due Volvoni, rigenerati dalla salata ma efficace cura castiglionese di Enzo, e le eliche nuove alle quali non sfugge un palmo di acqua. Si vola quasi 30 nodi di crociera, il mare è una tavola con le classiche “macchie d’olio” alternate ai fiumi delle correnti e ai radi spazi battuti dalle refole del Maestrale che certamente prima o poi verrà su.

Alle 11 siamo sotto la Punta Sud dell’isola, si vedono le scogliere alte e bianchissime, e si decide che il mito non può attendere: si punta dritti, virando sempre veloci ma prudentemente larghi dagli scogli, sulla famosissima “Chiaia di Luna”.

Chi non c’è stato, non sa cosa si perde: è una grande cala esposta a ovest dell’isola, col mare più azzurro, chiaro e trasparente che si riesca a immaginare, e circondata da una mezzaluna di falesie alte forse cento metri, a picco spettacolare (e con qualche serio pericolo di caduta massi, tanto che la maggior parte del lido è vietata…) sulla spiaggia bianca, che incontra come per fatalità l’acqua di uno dei più bei luoghi del Mediterraneo.

Il bagno a Chiaia, anzi i bagni, sono quanto di più gratificante, per il felice accoppiamento dei sensi che percepiscono la trasparenza delle immagini, i colori esaltati dal sole alto, e la tepidezza, quasi vellutata, della immane piscina di acqua salata.

Dopo le abluzioni, la pappa (panini al “canguro”, preparati dalla moglie australiana dell’albergatore velista, alle Zagare di Ischia…), e il giusto relax, con nanna alternata alla lettura amena di inusuali riviste di “gossip”…

Episodio curioso: Capitan Renzino, rilassato ai limiti dell’assonnato, è come spesso seduto sulla plancia di poppa, all’ombra e con i piedi a mollo per frescheggiare al meglio; legge (aimé, il resto era già letto…) “Sorrisi e Canzoni TV”, regalato in accoppiamento con il quotidiano acquistato a Ischia la mattina; legge di tale Teo Mammuccari, feroce intrattenitore televisivo di cui si annuncia ivi il ritorno con un programma nuovo o rinnovato. Il nostro distratto lettore alza gli occhi dalla rivista, e a circa dieci metri da lui passa su un tender il Mammuccari medesimo della rivista, spiazzandolo. Il “Vip” arriva alla spiaggia, il tender carica una signorina di invidiabili fattezze (forse un’aspirante velina?) e torna al largo, verso una “bestia” di Itama Blu che è ancorato alla ruota. Capitan Renzino guarda il tutto un po’ stranito, tipo “Ma non eri dentro al giornale?”. Scherzi della canicola…, ma si sa, Ponza è un luogo molto, molto “romano”: e dunque “li romani ce stanno”, quelli Vip e quelli no…

A turbare (per la verità neanche tanto…) l’idillio marino dell’equipaggio di Shangrillà c’è però un incendio diffuso e violento, che dalla cresta della collina sud, a cavallo fra Chiaia di Luna e il Porto, minaccia chiaramente le case e l’albergo, distanti solo pochi metri dal fuoco.

Il Canadair e gli elicotteri lotteranno per due interi giorni, contro il vento che spingerà l’incendio, ma anche, purtroppo, contro la sciagurata opera dei piromani che la notte innescano il fuoco con audace e incomprensibile accanimento.

Per rendere l’idea della situazione quasi “da film”, basterà dire che sulle barche ormeggiate in porto e nelle cale limitrofe, scende per due giorni una surreale pioggia di cenere. No comment.

Dopo Chiaia, il primo giretto intorno all’isola, a passo ridotto, per gustare le meraviglie e rubare altri bagni alla “Cala dell’Acqua” (nei quasi “Chenotes” di mare chiamati “le Piscine”, e per chiudere allo scoglio, questa volta sul lato est ridossato dal Maestrale che ora arriva forte, conosciuto come “Spacca Polpi”.

Cala la sera, il vento da nord ovest non molla e anzi rinforza, le scogliere del lato est sono sì un riparo, ma anche un ormai inopportuno ombrello che cancella l’ultimo tiepido sole del tramonto: è tempo di “Ciccio Nero”, il pontile giallo visto finora solo su Internet, magari con la webcam in azione. Eccoci, siamo Shangrillà (il preavviso telefonico Capitan Renzino l’aveva già dato al mattino, un minuto dopo aver dato fondo a Chiaia di Luna..), dove dobbiamo ormeggiare? Il sistema è un po’ quello Ischitano: ogni sera un posto diverso, a seconda di chi è già rientrato e chi deve ancora rientrare, gli ormeggiatori indicato il punto di attracco, assistendo la Silvia con le cime di poppa e alzando la catenaria a portata di mezzo marinaio, in modo da far assicurare a Capitan Renzino rapidamente la prua di Shangri, in mezzo a vento di prua, fondale di un metro e mezzo, e schizzi di chi è già intento a lavare la barca dal sale marino.

Comunque, tutto a posto, salvo qualche “fiocco di cenere” dell’incendio che infuria sulla parte alta della collina sopra il porto di Ponza e sopravvento alle barche.

Doccia, accappatoio “spaziale” (Azzurro il Capitano, Rosso il Secondo di Bordo), aperitivo mitico a bordo, con noccioline e champagne, e alla fine sbarco a terra. Da qualcuno del pontile indicano “Antonio” come buon ristorante a buon prezzo. Ora, dato che il luogo ha fama sinistra proprio per i prezzi (a partire dall’ormeggio, forse più caro anche della Costa Smeralda…) alquanto esosi, l’equipaggio di Shangri decide una prudente incursione esplorativa. Ma la fame è tanta, la ragazza che offre l’ultimo tavolo è gentile, e ci si ferma subito, proprio da Antonio, che è una palafitta fra strada e spiaggia, dove si vede nientedimeno che la Shangrillosa all’ormeggio, in tutto il suo glorioso splendore. Una vera rivelazione: si mangia proprio bene, e si spende il giusto, tanto che per tutti e tre i giorni la “mensa” serale dell’equipaggio sarà sempre quella, con vista prenotata di tutto il porto e del naviglio multicolore e multiforme ivi ormeggiato.

Anche la colazione è simpatica, a Ponza, e il Bar davanti alla spiaggetta diventa con facilità un’abitudine; passando davanti all’edicola i giornali anche nazionali parlano tutti dell’incendio di Ponza, e viene spontaneo il confronto fra le inesattezze, o almeno le genericità, ma più spesso le esagerazioni elargite al volgo dalla stampa, e la realtà dei fatti appena vissuta se non in prima persona, certamente da spettatori privilegiati.

Il profilo candido di Palmarola, che tanto si differenzia dallo scoglio quasi omonimo, altrettanto brullo ma sempre verde (Palmaiola) vicino all’Elba, attira l’equipaggio shangrilloso come le malie della Maga Circe che si dice l’abbia abitata.

Certo è piena di scogli a fior d’acqua, che riducono le barche come quel 50 piedi dalle eliche contorte, visto alato in secca al Cantiere Parisi e vittima di una malia proprio della Maga; l’equipaggio trasformato in porci non è stato visto, ma il dubbio induce la massima prudenza negli accosti, una volta traversate le cinque miglia scarse che la dividono da Ponza.

Il mare oggi è calmo, e si decide di traversare le suddette circa cinque miglia di mare, per vedere bene proprio Palmarola e le sue attrattive.

Il flusso prevalente delle barche (di solito gli indigeni lo sanno, dove è bello e si sta bene…) si dirige verso un ridosso sul lato sud est dell’isola, davvero curioso: si tratta di un’altissima falesia, bianca come la dirimpettaia Chiaia di Luna a Ponza , con davanti una enorme scogliera fatta a “cresta”, sempre bianchissima, che protegge la “Cala Brigantina”. Nel mezzo ai due contrafforti, un enorme piscina azzurra trasparente e riparatissima. Bagni, tuffi, e quella faccia che nelle foto riviste a distanza di tempo la dice lunga sulla piacevolezza dei luoghi. Una particolare incursione natatoria conduce Capitan Renzino ad entrare in una profonda grotta nella scogliera esterna, e scoprire che, dopo aver nuotato, si può camminare per decine di metri ricevendo la luce dai sifoni quasi fosforescenti che traghettano all’interno dei colori indescrivibili, fino ad affacciarsi verso Ponza, in una magica finestra alta diversi metri sul livello del mare.

Tutta la giornata è magica, il Capitano cerca di fotografare la Shangrillosa nel suo splendore, nuotandole intorno e bombardandola di scatti con una macchinetta fotografica usa e getta, che se si bagna non è grave (Capitan Renzino è, in effetti, pericolosamente recidivo e temutissimo dagli attrezzi del genere fotografico, per un noto affogamento di Minolta, poi inutilmente recuperata sul fondale della Cala Est di Cerboli, l’isolotto fra Punt’Ala e l’Elba, con il flash disperatamente acceso e lo zoom prominente nell’asfissia dei circuiti infradiciati…).

I giorni scorrono sereni, con le visioni delle “Cattedrali” che si alternano ai tuffi sempre più arditi (e assolutamente disapprovati dalla prudente Silvia) dal “Monacone”, o “Spacca Polpi”, ed alle cene fronte mare presso “Antonio”, ormai un “must” dei gusti dell’Equipaggio Toscano, com’è noto accanito degustatore di tutti i pesci mediterranei, purché pescati da altri e ben cucinati.

IL RITORNO

La mattina del 29 agosto, è tempo di partire, e Ponza forse si offende un po’ per l’essere abbandonata: umido addirittura nebbia sulla collina, oltre che un Levante (o “Garigliano”, come lo chiamano qui per via del fiume che segna sulla costa dell’Italia quella direzione) che avverte di essere stato fin troppo paziente, e che vuol girare probabilmente a scirocco, magari rinforzando.

Meglio da Est che da Ovest o da Nord, commenta Capitan Renzino regolando il Plotter Cartografico su Anzio, meta parziale ma diretta al momento, perché più prudente.

Shangrillà dimostra di reggere bene il volubile traverso che le viene imposto dalla rotta, salvo qualche schizzo preso in uscita dalle “buche” più fonde, e dopo un’ora e mezzo le circa 35 miglia sono coperte senza ambasce, salvo il cielo che a tratti è nebbioso, uggioso, raramente minaccioso di pioggia.

Bene, ora che siamo sottocosta abbiamo il vento proprio in poppa, e meno male perché lo scirocco comincia a “pigiare” davvero, mettendo Capitan Renzino nel dilemma tra un “meno cinque” e un “meno quattro” sui treamers, a causa del mare ormai grosso che fuori del Tevere è del solito inquietante color caffellatte denso.

Ma la Shangri se la cava davvero bene, solo una volta l’ancora di prua tuffa le sue lunghe marre nell’acqua, simulando un principio di ingavonamento; per il resto si viaggia a 25/27 nodi, senza schizzi ovviamente, e in piena sicurezza.

L’obbiettivo di giornata, si decide, è Riva di Traiano, luogo di placida sosta esterna all’andata, e ora foresta di alberi privi di vela e dagli stralli fischianti, per il vento ormai stabile sui trenta nodi.

Si entra, si cerca una indicazione ufficiale per l’ormeggio, che tarda quasi due ore, causa la chiusura estemporanea degli uffici del Porto, probabilmente influenzata dalla data, che preannuncia la lunga vigilia settembrina del “fine stagione”, e la conseguente pigrizia degli abitanti della costa, già pronti “ante litteram” al letargo invernale.

Qui cominciano per il pur prode Equipaggio di Shangrillà, gli “ozi di Trajano”, che emulano o rivaleggiano pericolosamente con quelli di “Canne”, nota battaglia persa dall’Esercito di Roma contro i Cartaginesi, appunto per via del calo di concentrazione.

Ora, si deve capire che se passare un giorno prigionieri del mare (ormai infuriato, che non dà tregua giorno e notte, sempre da Scirocco e poi da Libeccio…) può essere anche una variabile rilassante, passarne due leggendo qualsiasi bischerata macchiata d’inchiostro, aspettando la colazione, il pranzo o la cena come un evento mediatico, e combattendo contro strane zanzare civitavecchiesi che da quanto erano tigrate invece di fare “zzzz” urlavano “Mompracem!”, non è molto divertente.

E allora, all’alba del terzo giorno, precisamente un 31 agosto che rimarrà a lungo nella leggenda dei racconti di mare, Capitan Renzino sfodera la sua di tanto in tanto riaffiorante voglia di mare mosso, e dopo il rifornimento di gasolio si presenta sui frangenti del Libeccione che sbatte contro il lunghissimo soprafflutto del Porto Commerciale di Civitavecchia.

I ragazzi di Savona, disperati vicini di barca che l’avevano preceduto nel tentativo fallito di “evasione” a bordo di un bel Fiart 32, avevano ammonito l’equipaggio di Shangrillà all’immediato rientro nel Porto di Riva di Traiano: “Non è proprio possibile, così si affonda!”.

La Silvia spera fino all’ultimo in un ripensamento del suo marito/Capitano, ormai in piena trance agonistica contro il Libeccione che incalza la bocca del porto.

La grazia non giunge, e allora si va fuori: in effetti, il primo miglio è davvero molto “travagliato”: ma, per fortuna, Capitan Renzino può contare sulla sua non piccola esperienzaccia, e sospetta giustamente che il problema sia limitato al fronte di mare che subisce una specie di enorme “rimbalzo” dei frangenti sul lungo molo di soprafflutto del Porto Commerciale.

Arriva dal largo un traghetto proveniente dalla Sardegna, e per la verità fa un po’ effetto il beccheggio marcato che subisce il bestione al rallentamento prima di entrare dentro…

Dalle murate altissime del Moby Lines spuntano le teste dei curiosi, che osservano la Shangri combattere con i frangenti, il loro rimbalzo, e già che ci siamo un po’ di scia incrociata del traghettone.

Ma appena si scapola il lungo soprafflutto, appare la verità rivelata: come in Frankenstein Junior Gene Wilder urla “Si… può…fareeee!!!” Capitan Renzino si accorge della “navigabilità” della situazione. Certo, le dimensioni delle ondate sono e restano psicologicamente intimidatorie, ma in realtà la Shangri può viaggiare al traverso del marettone filando alla bellezza di 26/27 nodi, con assetto mai compromesso o rischioso, a patto di non fare grosse bischerate al timone.

Ecco dunque la clamorosa rimonta verso il nord, lungo la costa di Montalto di Castro, e con la prua diretta, al momento, su Porto Ercole, che a questo punto è la minima meta possibile.

Poi, a 5/6 miglia da Porto Ercole, l’accostata verso sud, e la conseguenza inevitabile: l’ottovolante magico non è più così morbido, ma si fa duro nelle ricadute verticali del mare che ora viene affrontato più di prua, diciamo al mascone di sinistra.

La Silvia sta zitta una, due, tre volte, ma al settimo “botto” di fila si infuria contro il timoniere troppo ingazzurrito dalla velocità, che imitando i cavalli verso la stalla ormai pensa solo a correre (fatto inusuale per lui…), e sta gettando alle ortiche ogni velleità di comfort nell’andatura: “Allora!! Ma questo è maltrattamento all’Equipaggio!!!” Sbotta la Silvia inferocita.

Capitan Renzino prende atto che il Secondo ha più che ragione, rinsavisce e riduce subito drasticamente l’andatura: ma deve così far fronte alla potenza e alla verticalità del mare, che fermano la barca in salita sui 12/15 nodi appena, ai limiti del dislocamento, anziché della famosa “mezza planata” che si usa di solito in casi simili.

I “treamers” vengono febbrilmente azionati, si cerca un compromesso e in certi momenti lo si trova: ma la circumnavigazione dell’Argentario resta decisamente ostica.

Se la prima ora di navigazione era trascorsa bene, ora la sfida è anche fisica, oltre che psichica, e adesso c’è di nuovo il problema del rimbalzo dalle scogliere, che suggerisce maggiore distanza da terra, a costo di fare più strada.

Davanti all’Argentarola, quando già Capitan Renzino si aspettava un inizio di ridosso, il colpo di scena: 30 nodi di Tramontana, e onda corta e cattivella da Nord che incrocia il Libeccione del mattino.

Decisione tattica inevitabile: si fa prua verso Talamone, e si usa la costa per navigare al ridosso, in un mare finalmente quasi piatto. Funziona, e si possono vedere finalmente calme le piscine naturali note come “Il Bagno delle Donne” e “Il Bagno degli Uomini”.

Cala di Forno, di solito, in tali condizioni meteo, è un vero rifugio con acqua se non trasparente almeno piatta, e su proposta di Silvia, dato che tutto sommato è solo mezzogiorno, ci si ferma per un bagnetto ristoratore.

Neanche il tempo di far scendere l’ancora nello scarso fondale sabbioso della grande rada, ed ecco che piomba davvero inaspettato l’ultimo feroce dispetto del Meteo: 30 nodi da Ponente.

Via di corsa, niente bagno e 50 minuti di sberle e spruzzi robusti, che salano prevalentemente Capitan Renzino come da tradizione ormai ultradecennale…

Ma la Shangri rimonta con determinazione, dribbla le secche di Foce d’Ombrone, saluta Marina di Grosseto e il suo nuovo super porto, e alla fine la virata secca sulla dritta la vede imboccare il porto canale di casa, Castiglione: chissà perché, a Capitan Renzino, in questi primi momenti di “quiete dopo la tempesta” viene sempre in mente il noto verso “omerico” partorito dal Foscolo in chiusura della sua “A Zacinto”: “Per cui, bello di fama e di sventura, baciò la sua petrosa Itaca Ulisse”.

Forse Castiglione non è proprio Itaca, forse il mare mosso non vale le incredibili avventure di “Odisseo”, o Ulisse che dir si voglia, ma Capitan Renzino quando torna, magari per colpa delle sbatacchiate che gli somministra il Severo Tirreno, si sente un po’ così! Insomma si sente un “reduce” glorioso e quasi epico…

Del resto, il Ponente che taglia la Bruna, i gabbiani appollaiati sui moli e sui Motopesca, il Castello che domina dall’alto della collina senza incombere, sono poesia, quando a guardarli sono gli occhi e la mente di chi, rientrando dal mare periglioso, trova finalmente la quiete, il riposo del corpo incrostato dal sale, e dell’anima messa alla frusta dal timore sacro che ogni navigante nasconde dentro un angolo del suo cuore mediterraneo: il timore di “perdere” la barca, più ancora della vita.

La vita, quella con la “V” maiuscola, la perde chi non ha mai provato a navigare.

Come dicevano i padri latini: ” Navigare, non vivere, necesse est!”

Io la penso proprio così, anche se proprio la pelle, in mare, non penso di averla mai rischiata seriamente… e Voi, Popolo di Santi e di Navigatori, Voi come la pensate?

Mettete la vostra risposta in una bottiglia, e affidatela alle onde del Mare…

Come sempre, il Vostro Affezionatissimo

“Capitan Renzino”

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