Capo Horn, ultimo mito

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CAPO HORN, ULTIMO MITO

Testo di Massimo Caimmi
Pubblicato su Nautica 558 di Ottobre 2008

Alcuni giorni fa, all’inizio di aprile durante la presentazione di un libro a Milano, ho conosciuto Cino Ricci, uno degli uomini che hanno fatto la storia della vela italiana contemporanea. Nonostante il suo aspetto inizialmente riservato, l’ambiente rilassato ci ha permesso poi di parlare in scioltezza, in particolare di come i giovani oggi si avvicinino al mare e alla nautica in generale. Forse perché entrambi “ragazzi di altri tempi”, le nostre idee per molti aspetti si sono sovrapposte, soprattutto sul fatto che in alcuni di questi giovani sembra mancare l’entusiasmo per la scoperta e la bramosia di leggere tutto sul sogno covato nel cuore prima di spendere un pò d’incoscienza e affrontare fatiche e sconfitte nel tentativo di realizzarlo.

Per me questo sogno del cuore è stato fin da bambino quello di raggiungere e doppiare Capo Horn alla vela, un luogo leggendario e minaccioso alla fine del mondo, sulle tracce di mille personaggi veri e di fantasia, che mio padre, marinaio, spesso nominava e qualche volta raccontava.

Finalmente questo febbraio 2008 ho raggiunto la Terra del Fuoco per realizzare questo desiderio, anche se rivisto alla luce un pò grigia di una vita trascorsa in un mondo facile e tecnologico, spesso scettico: aereo fino a Ushuaia e barca veloce e comoda con tempi pianificati per navigare lungo il canale di Beagle, doppiare Capo Horn e raggiungere i ghiacciai, tutto in 14 giorni.

Il dubbio di una probabile delusione, tuttavia, ha dovuto cedere di fronte a un’esperienza comunque forte sotto ogni aspetto, arricchita dai colori sgargianti dell’estate australe. Una vera sorpresa, dal paesaggio ricco di coihue, i faggi australi (Nothofagus betuloides e Nothofagus dombeyi), di cespugli con le bacche blu di calafate (Berberis buxifolia) e di cespugli con le bacche rosse di chaura (Pernettya mucronata), un ambiente quasi magico nel quale gli innumerevoli animali presenti sembrano perfettamente a proprio agio anche in presenza dell’uomo.

Allora arrivi al club nautico di Ushuaia e puoi passeggiare lungo la riva disseminata di mitili insieme ad anatre e a gabbiani curiosi, mentre in aria volteggiano cormorani e albatri, e qualche metro più in là una coppia di bandurria (Theristacus caudatus) fruga nel prato con il lungo becco ricurvo.

E le sorprese non sono finite, perché dove pensavi di trovare un paese “alla fine del mondo”, oggi trovi una città cresciuta in fretta e in pochi anni, con sessantamila abitanti accatastati senza un vero piano regolatore in un delirio di casette stile ‘800 inglese frammischiate a case fatiscenti da bidonville, una città, Ushuaia, che consegna al diporto un club nautico fatto di due casette e un lungo molo in legno praticamente senza servizi, sebbene ci sia la possibilità, in omaggio alla globalizzazione, di usare un computer collegato a Internet.

A quel molo, però, sono ormeggiate le migliori barche a vela che possano doppiare il Capo e anche raggiungere la penisola Antartica, e tra esse mi è stato facile riconoscere il nero scafo di Pen Duick VI, il pluri medagliato ketch dell’indimenticato Eric Tabarly, un uomo eccezionale che ho amato molto per la sua forza interiore. E con le barche incontri anche gente di ogni parte del mondo con la quale puoi fare subito amicizia come la coppia italiana di Giorgio Ardrizzi e Mariolina Rolfo, che sul loro Suadade III da dodici anni navigano in quelle acque e ne conoscono ogni segreto.

Poi molli gli ormeggi e il meraviglioso mondo liquido del mare dimostra tutto il suo splendore e tutta la sua forza.

La barca Kamana

Questa Cigale 16, nata per correre molto senza mai subire rotture, è un ULDB (Ultra Light Displacement Boat) di 16,50 metri in lega leggera, opera della matita di Jean M. Finot e costruita dal cantiere Alubat a Les Sables d’Olonne in Francia. Armata con randa, genoa, trinchetta, spinnaker e gennaker, la barca, varata nel 2002, è molto veloce grazie alla grande superficie velica rispetto al peso ridotto e al modesto sbandamento ottenuto con due water-ballast da 900 chilogrammi l’uno. Gli interni studiati con lo scopo di garantire grande comodità durante le lunghe navigazioni, non solo presentano una ricca strumentazione, ma sono caratterizzati da una dinette di poppa di ottima abitabilità. Enrico Tettamanti, skipper di lunga esperienza oceanica, e Nives Festi ne sono il competente equipaggio.

Partiti così per una navigazione “facile”, cioè lungo canali e baie, il primo ridosso che si raggiunge è Porto Williams, una base militare cilena sull’isola di Navarino dove vanno sbrigate le formalità di frontiera. Il luogo è fantastico, ricco di vegetazione e di piccoli fiordi dove l’acqua tranquilla e il silenzio della natura fanno rivivere sensazioni già gustate in vallette delle nostre Alpi. Ma Porto Williams possiede anche la particolarità di ospitare lo Yacht Club più a sud del mondo, il Micalvi (54°56’11” S ; 67°37’00” W) alloggiato nel quadrato di un vecchio trasporto del 1925 e oggi considerato museo navale nazionale. Anche se l’aspetto non è dei migliori, è tuttavia l’ultimo punto d’incontro per i marinai che percorrono la rotta del Capo e bere una birra al Micalvi vuol dire incontrare un variegato mondo dal sapore forse un pò antico, ma sicuramente forte e sincero.

Lì via radio l’Armada cilena, che controlla con molto scrupolo il traffico marittimo, mette a disposizione tutte le informazioni necessarie per individuare la giusta finestra meteorologica che garantisca un passaggio in sicurezza della Bahia Nassau, la più pericolosa, per poter raggiungere le aspre isole Wollaston e più a sud Capo Horn.

La meteorologia

Caratteristica dominante della Patagonia è il vento, un vento che spira sempre investendo con violenza una terra incuneata tra due oceani, una realtà che bisogna sempre avere ben presente. L’estate è la stagione più ventosa, perché su tutta la zona i venti occidentali spirano quasi costantemente, generati delle alte pressioni sudamericane e antartiche che costringono le depressioni a un passaggio stretto e rapido, aria che si carica di umidità prima di raggiungere da ovest le coste continentali e investirle con pioggia anche violenta. La stagione, tuttavia, non può essere che quella, dal momento che il freddo e la lunga notte invernale rendono impossibile una crociera in altri mesi; d’estate c’è luce per quasi 20 ore. È quindi un clima difficile, piovoso, con vento freddo sempre tra i 20 e i 25 nodi che durante la navigazione permette, con prudenza e solo in poppa, di aprire completamente la velatura. Quando poi il vento inizia a soffiare seriamente bisogna stare assolutamente ridossati per uno o più giorni secondo il tempo di passaggio del fronte: il vento può raggiungere facilmente gli 80 nodi con raffiche fino a 100 e allora l’anemometro segna il fuori scala, la barca vibra tutta e si spera di aver fatto ogni cosa necessaria per dormire tranquilli.

Bahia Nassau è un tratto di mare praticamente chiuso, perché le ultime isole dell’arcipelago impediscono all’onda lunga del Pacifico di entrare, ma è anche di fatto il tratto peggiore, perché la rotta per sud ovest è esattamente contraria al vento dominante della zona. È praticamente impossibile, anche a barche performanti e attrezzate, bolinare contro vento. Perciò se il momento non è favorevole si è costretti a rimanere fermi a Porto Toro, l’ultima postazione abitata da alcuni militari cileni: ci siamo rimasti due giorni con la barca abbarbicata al piccolo molo insieme alla piccola barca di Josè, un vecchio pescatore che ci ha fatto mangiare la centolla, un granchio rosso gigante dalla carne delicatissima. L’altro piatto patagone che va assolutamente assaggiato è l’asado, l’agnello intero aperto a metà e cotto su uno spiedo verticale, che avevamo già conosciuto a Ushuaia.

Poi finalmente il vento è tornato alla sua normalità (25-30 nodi) e ci ha permesso di avvicinarci al Capo in una bella giornata di sole. Non è vero che prevalgano condizioni di burrasca, che in estate incidono meno del trenta per cento, ma l’onda è sempre presente sui 2-3 metri e il Capo giganteggia incutendo molto rispetto. Viene spontaneo rimanere in silenzio, sospesi, quasi temendo il suo risveglio, e quando gli sei di fronte speri con tutto il cuore che le masse nuvolose che vedi arrivare da ponente ti lascino passare senza scatenarsi.

Messaggi di pace

Considerando Capo Horn uno degli ultimi luoghi pieno di fascino per l’immaginario di un uomo, punto di incontro di oceani e di culture diverse, uno degli scopi del viaggio è stato quello di lanciare in mare, davanti al Capo, una bottiglia contenente messaggi di pace che augurassero al mondo una pacifica convivenza fra tutti gli uomini. Oltre ai numerosi messaggi di singoli cittadini e degli alunni dell’Istituto comprensivo “Arbe-Zara” e della Scuola L. Cadorna di Milano, hanno inviato il loro messaggio: Carlo Guelfi, Direttore della Segreteria del Presidente della Repubblica; Mons. Gabriele Caccia, Assessore della Segreteria di Stato del Vaticano; Roberto Formigoni, Presidente della Regione Lombardia; Giovanni Terzi, Assessore allo Sport del Comune di Milano; Marco Pennisi, Responsabile Velamareclub Milano. L’iniziativa nata con il nome di “Capo Horn, incontro di mari e di uomini” è stata sostenuta da Effemme Edizioni di Milano, Yonger & Bresson orologi e dal guidone dello Yacht Club di Parma.

Ma poi, doppiato il Capo, finalmente il mare diventa piatto e il vento portante: allora godi un puro divertimento e con due mani di terzaroli e fiocco ridotto entri in planata a 14 nodi e ti vien voglia di gridare e ti dici “ci sono stato anch’io”. Finalmente Caleta Martial ci accoglie con un ridosso a prova di bufera e subito i delfini australi (Lagenorhynchus australis) ci circondano improvvisando salti e sbuffi: manca solo la banda musicale e poi potremmo essere in un villaggio turistico!

Adesso si risale il canale di Beagle e il vento non ci meraviglia più, ma il freddo intenso preannuncia che presto i ghiacciai saranno sotto i nostri occhi in tutta la loro bellezza. Il canale è abbastanza stretto e si naviga vicino la costa in un magnifico panorama, poi in sequenza passiamo sotto i ghiacciai Olanda, Francia, Italia e altri fino ad ancorarci nel Seno Pia a poche centinaia di metri sotto il ghiacciaio che si getta in mare.

È una vista fantastica che ci lascia senza fiato, abbagliati dal blu intenso del ghiaccio. Ma la natura ha deciso di esagerare con gli effetti speciali, ci spruzza con un breve scroscio di pioggia e poi accende un meraviglioso doppio arcobaleno: forse qualcuno lassù in cabina di regia si diverte nello stupirci.

Dopo una notte meravigliosamente calma, rallegrata anche da alcuni pisco sour – il forte cocktail cileno a base di acquavite, limone, zucchero e uovo – shakerati con il ghiaccio antico del ghiacciaio, si torna a far vela verso Ushuaia per raggiungere l’Isla de Lobos, dove vivono due grandi comunità, una di pinguini magellanici (Spheniscus magellanicus) e l’altra di leoni marini. A Porto Navarino – a sei miglia da Ushuaia – il vento però ci aspetta per salutarci degnamente e ci lascia all’ancora per 24 ore, impedendoci di rientrare, mentre spazza il canale con raffiche violente che mi impediscono, con i piedi a terra, di fare fotografie perfettamente a fuoco. Poi si calma un pò e raggiungiamo l’isola dei leoni marini ben attenti a non farci “catturare” dal kelp, un’alga che è una vera pianta lunga anche decine di metri e che sale in superficie distendendosi lungo la direzione della corrente e coprendo il mare con grandi chiazze. L’acqua sembra vitrea, gelata, e la schiuma vola, ma è straordinariamente piena di vita, con gabbiani, albatri, cormorani e pinguini, tutti impegnati nel gioco eterno di catturare il vento e le onde, osservati dalle pigre otarie sdraiate sulle rocce come bagnanti su spiagge esotiche.

Il viaggio è finito, ma ormai mare e terra ci hanno un pò stregato, forse è proprio vera la leggenda che si racconta in tutta la Patagonia: dopo aver mangiato il frutto del calafate – e noi l’abbiamo fatto – l’anima rimane legata a questi luoghi e deve sempre ritornare ovunque vada per il mondo.

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