Il pescatore di vento

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IL PESCATORE DI VENTO

Testo di Ettore De Parentela
Pubblicato su Nautica 559 di Novembre 2008

Nel gennaio dell’anno scorso arrivai a Brest in barca. La mia donna viveva in Bretagna e io adoravo navigare nel nord atlantico. Era stato un viaggio facile, a parte il Golfo del Leone e quelle terribili correnti per uscire da Gibilterra. Quando Philoche mi lasciava libero dagli impegni di cuore, mollavo subito gli ormeggi e il Bavaria 38 Lagoon armato a sloop con rollafiocco e trinchetta, partiva come un treno, quasi sempre navigavo in solitario, lei in barca stava male e vomitava non appena la prua rompeva sull’onda, Il Bavaria invece mi seguiva ovunque, come un’ombra, da dieci anni in giro per tutti gli oceani, senza mai un lamento, a parte qualche drizza rotta, due candelieri saltati, e un disalberamento nel Pacifico del sud.

Bolinavo ore e ore, sempre in solitario, con le possenti onde lunghe e gli albatros compagni inseparabili. Per giorni e giorni avevo sempre doppiato la Ple du Raz, un promontorio impervio che calava a picco sul mare e si apriva sul famigerato Golfo di Biscaglia, senza mai notare una piccola casina rossa che imperava tra l’oceano e il cielo. Chiesi al porto chi abitasse in quella pittoresca abitazione abbarbicata sulle rocce e mi risposero ch’era la casa di Gilles il pescatore bretone di Brest, Aggiunsero: “Ma stai attento è un tipo strano, da qualche anno ha smesso di prendere pesci e torna sempre dal mare con le barca piena di stracci. Forse voialtri le chiamate vele ma per noi non sono altro che stracci e non ti danno certo da mangiare”. Ringraziai Michel, aspirante nostromo del porticciolo. Lo trascinai a bere una birra ghiacciata mentre lui affumicava il bar col sigaro. In quel momento nel porto c’erano grandi movimenti di truppa. Stazionavo in una delle più importanti basi della marina francese. Rallegrato dalla buona notizia tornai in cabina per rinfrescarmi la memoria sulle tabelle delle maree che da queste parti non scherzano affatto e se lo skipper non è scaltro si ritrova la barca immersa nel fango.

Quel giorno feci parecchi bordi spinto da raffiche rabbiose con planate mozzafiato tra ripidi frangenti, non avevo nessuna intenzione di ridurre le vele, giocavo con l’oceano, sostenuto da qualche bicchiere di vino e da pezzi di cioccolato, un gioco pericoloso e tutta la barca orchestrava rumori sinistri. Ma avevo profondo rispetto per l’oceano e non osavo sfidarlo veramente, stavo soltanto rincorrendo il vento. Assaporando una libertà inspiegabile. Il rumore delle onde frangenti che ruggivano come leoni prima di colpirmi e i delfini che sfrecciavano nei solchi creati dalla burrasca disegnavano un paesaggio bretone magico. Cosa potevo chiedere di più a questa natura generosa e selvaggia. Terra di marinai e navigatori. Qui dicono i bretoni finisce la terra, finisce il mondo e comincia l’oceano. Noi siamo i discendenti della cultura celtica. Patria dei megalitici di Carnac e dei misteriosi dolmen.

Datemi vento e tempeste e anche la protezione di Dio e arriverò in capo al mondo con la barca, poi stringevo così forte la barra del timone che le mani sembravano due morse di acciaio. Verso sera, spinto da una tramontana ghiacciata, rientrai in porto pieno di salsedine e di buon umore. Un’altra birra ghiacciata, un piatto di moules con formaggio e qualche bacio francese molto focoso ma la testa pensava a Gilles, domani ci sarei andato lassù tra le nuvole, su quella casa solitaria che pareva dominare l’oceano.

Arrivai dopo le dieci, la casa era aperta e non c’era nessuno. Tornai fuori e scrutai tutto l’oceano come fossi diventato un’aquila, ma non vidi la sua barca, era oltre la vista, oltre il cielo che cadeva abbracciandosi al mare. Mi sedetti per assaporare il rumore del vento che musicava spettacoli da ogni piccolo anfratto, senza tuttavia farsi vedere, nessuno poteva vedere il vento, la sua faccia, la sua emozione. Una porta si aprì sul retro spinta dal riscontro di una raffica più violenta. Varcai la soglia intimorito dall’improvviso silenzio e mi apparve come in un sogno il paradiso di Gilles. C’erano centinaia di vele, spin, gennaker, fiocchi, rande, tormentine, trinchette e quanto altro i maestri velai di mezzo mondo avrebbero potuto inventarsi.

Le vele per i velisti sono divinità, tessuti dotati di magia e non vi posso descrivere quale gioia provavo a toccare tutti questi motori della natura. I drappi che custodivano le anime degli skipper, dei loro equipaggi. Lessi i nomi e alcune lettere e non fu difficile capire che alcune vele venivano dalla Goletta Margot naufragata nelle Bermuda rapita da una violenta tempesta con 100 nodi di vento. Oppure dal Revenoc uno yacht di Sparkman e Stephens svanito con tutto l’equipaggio vicino a Key West. Dell’Ariane disalberato durante la Fastnet race del 1979 e da altri scafi ch’erano stati inghiottiti da quella micidiale tempesta estiva. La Coruna e Capo Finisterre avevano procurato altro materiale naufrago restituito dopo le burrasche: musoni di prua, ancore, candelieri, etc. C’erano le vele del Business Post Naiad strappate dalla furia dello stretto di Bass durante la Sidney-Hobart, di Stand Aside, mi fecero piangere le vele della splendida barca Winston Churchill ch’era affondata impattando una grossa onda.

Sentivo la voce dell’uragano, della grandine, del vento: mayday… mayday urlavano skipper e timonieri mentre balbettavano piegati dalla furia oceanica. Montagne liquide, alte trenta metri che pareva cadessero dall’olimpo. Gilles aveva raccolto pezzi della nostra vita, di tanti coraggiosi e intrepidi navigatori che avevano provato a giocare con le burrasche e avevano perso la vita. In queste vele avvicinandole all’orecchio si sentivano le loro storie. Registrati per sempre nei libri di bordo della memoria. Piangevo dalla gioia e dalla commozione quando sentii un altro respiro nella stanza, mi girai e vidi Gilles, fermo sulla porta con in mano un altro pacco di stracci. Mi sorrise. Non era difficile immaginare chi ero. Chi può piangere come un bambino davanti a delle vele consumate dal salmastro, cotte dal sole e lacerate dai frangenti. Soltanto un velista, soltanto un navigatore. Restai con Gilles incantato dai suoi racconti, come avessi trovato il mio oracolo.

Sulla scia di un tramonto pieno di lingue di fuoco ci congedammo e tornai verso casa non avevo più dubbi, non avevo più segreti. Il vento, tempestoso, dolce, costante, urlante, freddo e temperato aveva un volto, aveva una faccia, aveva degli occhi che oltrepassavano l’orizzonte: Gilles, l’unico pescatore di vento di tutta la Bretagna. Per tanti notti nelle mie traversate immerso nel buio totale e cullato dal rollio delle onde mi è sembrato di sentire la voce di Gilles, con le rughe scavate dal mare, con la parola dolce dei poeti: “Stai navigando verso un uragano, ti verrà addosso tra poco. Ti prego amico mio salvati non voglio le tue vele. Non voglio ancora la tua anima”. Stavo sognando ma quando usciì nel pozzetto i segni premonitori della tempesta c’erano davvero e io mi preparavo per la nuova battaglia, per le nuove inebrianti corse a cavallo dei frangenti. Niente cime in acqua, nessuna ancora galleggiante e neppure una cappa filante. Io andavo soltanto a vela e nessuna burrasca mi avrebbe fermato, facevo parte di quella natura selvaggia, facevo parte dell’oceano.

Grazie Gilles per avermi riscaldato il cuore.

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