Dov’è affondata la corazzata Roma?

Esperienze di bordo n. 572, dicembre 2009: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

DOV’È AFFONDATA LA CORAZZATA ROMA?

Testo di Paolo Salvatore Mura
Pubblicato su Nautica 572 di Dicembre 2009

A distanza di oltre sessantacinque anni, nonostante l’utilizzo di mezzi di ricerca molto sofisticati, il relitto della corazzata Roma non è stato ancora individuato. I parenti delle vittime di quella immane tragedia vorrebbero conoscere i due distinti punti in cui sono sprofondate la parte prodiera e poppiera della corazzata. Non sta bene infatti commemorare il sacrificio di tanti soldati, gettando in mare una corona di fiori su un relitto inesistente. Lo stato deve trovare il relitto, determinare la profondità dei fondali sui quali si trova adagiato, e vedere se e che cosa si può recuperare. Dire che la corazzata con i suoi morti è un sacrario che deve rimanere inviolato in fondo al mare è un’asserzione non condivisibile. Se avessi mio padre in fondo al mare e fosse possibile riportare i suoi resti nel cimitero della mia città, mi farebbe piacere averlo vicino per onorarlo con affetto filiale. Se il morto fossi io, vorrei essere riportato sulla terra. Penso che tutto sommato qui si stia meglio.

Molti hanno cercato di accedere agli archivi della Marina ma con risultati deludenti. Lo stesso oceanologo Folco Quilici, in occasione della presentazione del suo libro “Trovate la Corazzata Roma” ha rilasciato un’intervista nella quale afferma “Era da dieci anni che sognavo di immergermi per trovare i resti della corazzata Roma, avevo convinto dei giapponesi a darmi due miliardi e mezzo per finanziare l’impresa, ma gli Alti comandi e il responsabile dell’Ufficio Storico non mi hanno mai confessato le coordinate esatte attraverso le quali avrei potuto identificare il relitto. Mi hanno detto meno di quanto ho saputo dai racconti dei superstiti. La verità è che la Marina non ha mai voluto e non vuole che si parli della fine della nostra ex ammiraglia”.

Con certezza si sa che la Squadra Navale Italiana aveva come comandante in capo l’amm. Carlo Bergamini, ed era ormeggiata parte a Genova e parte a La Spezia .

Della parte ancorata a La Spezia, facevano parte le corazzate “Roma” sulla quale era imbarcato l’amm. Carlo Bergamini, “Italia”, “Vittorio Veneto”, gli incrociatori “Eugenio di Savoia”, “Motecuccoli”, “Attilio Regolo”, i cacciatorpediniere “Legionario”, “Grecale”, “Mitragliere”, “Fuciliere”, “Carabiniere”, “Velite”, “Artigliere”, “Oriani”, e le Torpediniere da scorta “Pegaso”, “Orsa”, “Orione” e “Impetuoso”.

Della parte ancorata a Genova, facevano parte gli incrociatori “Garibaldi”, “Duca d’Aosta”, “Duca degli Abruzzi” e la torpediniera “Libra”.

Nella notte, alle ore 02.25 del 9 settembre 1943, la flotta di cui fa parte la corazzata “Roma”, parte dal golfo di La Spezia diretta a La Maddalena e alle ore 06.15 si riunisce, a nord di Capo Corso, all’8a Divisione incrociatori salpata da Genova. Alle 08.40, altre quattro torpediniere del gruppo “Pegaso” provenienti da La Spezia ingrossano la formazione che passando a Nord di Capo Corso e a circa 10 miglia a ponente della Corsica procede zigzagando verso l’isola dell’Asinara con rotta 180°.

Fin dalle ore 07.07 l’ammiraglio Bergamini aveva richiamato l’attenzione dei Comandanti sulla possibilità di essere sottoposti ad attacchi aerei, inviando il seguente messaggio: “A tutte le unità: massima attenzione agli attacchi aerei”.

Alle 09.55 l’ammiraglio Bergamini, considerando che le sue navi non erano protette da alcuna scorta aerea e per reagire comunque a un possibile attacco aereo, almeno con i velivoli in dotazione alle forze navali da battaglia, dette la seguente disposizione alle corazzate “Italia” e “Vittorio Veneto”: preparatevi a catapultare RE2000.

Alle ore 10.30 Supermarina, avendo intercettato i vari messaggi di scoperta delle FF.NN.BB, trasmessi dai ricognitori tedeschi, richiese a Superaereo la possibilità di fornire un’adeguata scorta aerea, con aerei da caccia, a protezione delle nostre navi. Fu possibile fare alzare in volo solo una squadriglia di quattro caccia, al comando del capitano pilota Remo Mezzani che ricercò inutilmente la Squadra Navale nella zona a lui indicata e cioè quella compresa tra la Corsica e la Toscana. Sembra infatti che per un disguido con Supermarina non fosse stata segnalata la nuova rotta della Flotta, che era invece quella a ponente della Corsica. Non è un disguido da poco! Chi lo ha provocato? Ha pagato per questa sua colpa? Se i nostri aerei da caccia avessero attaccato i bombardieri tedeschi, la loro mira non sarebbe stata molto accurata perché non è facile dirigere una bomba a razzo su una corazzata che fila zigzagando a 22 nodi e correggerne la traiettoria mentre un aereo ti spara raffiche di mitraglia da distanza ravvicinata

Alle 14.38 mentre la forza navale da battaglia diretta a La Maddalena stava per giungere alle Bocche di Bonifacio, fu consegnato all’ammiraglio Bergamini il seguente messaggio di Supermarina: “La Maddalena occupata dai tedeschi, invertite la rotta dirigendo su Bona”. Due minuti dopo, alle 14.40, l’ammiraglio Bergamini ordinò: “A tutte le unità dipendenti. Accostate a un tempo a 180° a sinistra”.

Alla ricezione dell’ordine la flotta invertì la rotta.

Dal momento dell’inversione della rotta è chiaro che i tedeschi sono diventati nostri nemici.

Alle 14.47 un ricognitore tedesco osservò la manovra e la nuova rotta e la comunicò al suo Comando.

Alle ore 15.10, al largo dell’Asinara appaiono, in tre ondate, 15 aerei bombardieri bimotore tedeschi “DO-217/K2”.

La squadra navale disponeva a bordo delle tre corazzate, di quattro aerei da caccia “Reggiane RE2000” così distribuiti: uno sulla “Roma”, due sulla “Vittorio Veneto” e uno sull’ “Italia”. Quando in cielo apparvero non più ricognitori ma bombardieri tedeschi minacciosamente diretti verso le corazzate, gli aerei RE200 non vennero catapultati. Perché? Secondo il figlio dell’ammiraglio Bergamini, suo padre, data la maggiore potenza delle mitragliere tedesche e l’elevato numero di aerei, catapultarli avrebbe significato mandare, inutilmente, aerei e piloti incontro a morte sicura.

L’ammiraglio fece comunque alzare il segnale a bandiera P3 che significava “posto di combattimento, pronti ad aprire il fuoco”, dette inoltre l’ordine di zigzagare e diradarsi. Bisogna ricordare che le bombe fino ad allora utilizzate, dovevano essere sganciate da un ben determinato sito di sgancio per tener conto della traiettoria inclinata di circa 60 gradi che avrebbero percorso durante la loro discesa.

Orbene, quando i bombardieri si avvicinarono alla Roma, la contraerea non aprì il fuoco perché allorquando gli aerei superarono il sito di sgancio normale vennero considerati in allontanamento. Parve, quindi, non sussistessero elementi tali da far considerare, come un’azione ostile il loro volo e quindi permettere al comandante in capo di dare l’ordine di aprire il fuoco. Ma proprio in quel momento, alle 15.42, venne sganciata la prima bomba. Si trattò di un nuovo tipo di bomba a razzo radiocomandata che poteva cadere quasi verticale. Questa prima bomba attraversò la nave e scoppiò in mare poco al di sotto della chiglia. Si aprì una falla che provocò l’allagamento del locale caldaie e motrici di poppa. Le eliche dell’estrema poppa si bloccarono, la velocità della nave si ridusse da 22 a 16 nodi.

Alle 15.52 colpì la corazzata una seconda bomba che scoppiò nell’interno dello scafo provocando la deflagrazione del deposito munizioni dei 152/55, e, per “simpatia” la deflagrazione del deposito della torre n° 2 che venne lanciata in aria. Allo stesso tempo si aprì una falla e l’acqua allagò il locale motrici che si bloccarono. Si bloccarono pure i comandi del timone e quindi la nave proseguì per abbrivio nella sua accostata a sinistra che raggiunse i 90°, come documentato da una fotografia scattata da un aereo tedesco.

Dalle viscere della nave si elevò una grande colonna di fiamme e fumo di altezza superiore a 400 metri che avvolse il torrione corazzato provocando la morte di tutto il personale che vi si trovava. La corazzata si inclinò sul lato di dritta. Gli armadi contenenti le munizioni delle mitragliatrici che si trovavano nelle vicinanze del torrione si incendiarono, le munizioni presero fuoco, i proiettili vennero lanciati a 360 ° ferendo e uccidendo molti marinai. Molti persero la vita per salvare i compagni che erano rimasti intrappolati in alcuni locali.

Alle 16.07 il tenente di vascello Agostino Incisa Della Rocchetta, già ferito, resosi conto che non vi era alcuna possibilità di salvezza per la corazzata, ordinò di abbandonare la nave. I superstiti cercarono di attaccarsi a qualche salvagente e si lanciarono in mare al grido di “Viva l’Italia, Viva la Roma”.

Poco dopo, alle 16.10, la corazzata si capovolse, si spezzò in due tronconi e affondò. Il mare era punteggiato di naufraghi e di salvagenti rossi.

Alle 16.20 l’ammiraglio Oliva, imbarcato sull’Eugenio di Savoia, comunicò a Supermarina che la corazzata Roma era affondata in lat. 41°.10′ N. e long. 08°.40′ e che aveva assunto il Comando della Forza Navale.

Tali coordinate, sono errate, infatti nonostante diverse campagne di ricerca eseguite con apparecchiature sofisticate e anche con un sommergibile adatto per queste ricerche, la corazzata non è stata trovata.

Si troverà quando la Marina riconoscerà con modestia che sebbene siano state concesse complessivamente 1 medaglia d’oro, 15 medaglie d’argento e 35 medaglie di bronzo, i marinai imbarcati sulla Roma e sull’intera squadra navale erano, salvo qualcuno, persone comuni, sfortunate, fatte di carne e ossa, e non degli eroi. Erano persone che potevano sbagliare e che, date le circostanze, hanno umanamente e incolpevolmente sbagliato il rilievo delle coordinate.

Per loro giustificazione, bisogna tener presente che gli aerei tedeschi non hanno attaccato soltanto la corazzata Roma, ma tutta la squadra. Anche la corazzata Italia è stata colpita a prua da una bomba. Durante l’attacco aereo le navi si sono difese con un carosello frenetico tant’è che due navi si sono perfino toccate. Quando le navi virano, sbandano; e con la nave sbandata e che naviga ad alta velocità, non è facile fare i rilievi perché gli automatismi per mettere in bolla gli strumenti non funzionano bene. Per rilevare le coordinate della Roma è stato necessario per primo determinare quelle dell’ “Eugenio di Savoia”; successivamente, col telemetro, determinare le coordinate della Roma rispetto all’ “Eugenio di Savoia”; e poi le coordinate assolute della Roma. Tutto ciò è stato fatto eseguendo calcoli complessi con davanti agli occhi la corazzata Italia che si allontanava velocemente, diverse bombe che cadevano in prossimità di altre navi della flotta, la terrificante vista della gigantesca colonna di fumo sprigionatasi dalla corazzata Roma che poi si è capovolta, spezzata in due tronconi e affondata portando con sé migliaia di sventurati marinai; e con la giusta e umana preoccupazione per la possibilità di non riuscire a evitare le bombe tedesche radiocomandate, e di fare la stessa fine degli sfortunati commilitoni.

Per trovare la corazzata, bisogna ricorrere a ulteriori e importanti elementi conoscitivi.

Gianfranco Massidda all’epoca dell’affondamento era un bambino di dieci anni che viveva in una borgata dell’isola dell’Asinara denominata “Cala d’Oliva”, sita sul mare, a circa 4,5 chilometri. a sud di “Punta dello Scorno”. Gran parte delle ore libere della sua fanciullezza, Gianfranco le trascorreva pescando, o esplorando le rocce e le spiagge circostanti, sempre alla ricerca di utili relitti portati dalle mareggiate; talché non vi era angolo di quella zona che non riconoscesse come casa sua. Quel pomeriggio del 9 settembre 1943, da un punto alto e stabile della costa, ancora facilmente individuabile, sito alla periferia della borgata, le cui coordinate sono lat. 41°.4′,86 N, long. 08°.20′,30, l’attenzione di Gianfranco fu attratta dalla vista di aerei che passavano ad alta quota al largo dell’Asinara e poi dalle nuvolette di fumo prodotte dai proiettili sparati della contraerea e che esplodevano a una quota più bassa di quella degli aerei. Non vide, nonostante la sua ottima vista che conserva tutt’ora, alcuna nave né la sommità del torrione di nessuna corazzata perché ricadenti dietro la curvatura della terra.

Poco dopo vide una colonna di fiamme e fumo sollevarsi per più di 400 metri; e ricorda anche che la fumata era in fila a una roccia salda e ancora ben individuabile, ricadente in una località denominata “Punta Sabina”; roccia che forma un azimut di 51°.30′ rispetto al punto di osservazione su citato.

Ora, considerato che la sommità del torrione deldel punto dove affondò la corazzata si trovava a circa 34 metri sul livello del mare e che l’altezza dell’occhio dell’osservatore si trovava a circa 19 metri sul livello del mare, applicando la formula apposita si ottiene che la corazzata distava più di 20 miglia da “Cala d’Oliva”.

I dati su riferiti, sono molto importanti perché consentono di effettuare nuove ricerche lungo l’allineamento citato, partendo a 20 miglia da “Cala d’Oliva”.

L’allineamento passa a circa 5 miglia dal punto ove secondo le coordinate fornite dall’ammiraglio Oliva, doveva trovarsi la corazzata Roma. È ovvio che le ricerche effettuate in un punto che dista più di nove chilometri dall’allineamento indicato dal Massidda, nonostante l’utilizzo di sommergibili appositamente attrezzati e delle apparecchiature più sofisticate, non hanno dato, non potevano e non potranno dare risultati positivi.

Ora, alla luce delle presenti informazioni, si possono riprendere le ricerche con buone probabilità di trovare la corazzata “Roma”.

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