Le castardelle di Montecristo

Esperienze di bordo n. 577, maggio 2010: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

LE CASTARDELLE DI MONTECRISTO

Testo di Raffaele Sandolo
Pubblicato su Nautica 577 di Maggio 2010

Pesca delle castardelle nel mare fra Montecristo e Pianosa con l’aiuto dei delfini

La guerra era terminata da poco. All’Isola d’Elba la miseria era diffusa. Fra tanta miseria i primi pescatori ponzesi di Marina di Campo (Campo per gli elbani), sentivano che con profondo impegno e grande sacrificio potevano far crescere la famiglia. Capivano che migliorando le loro condizioni economiche si riportava la gioia nei cuori delle loro donne con il sorriso sul viso dei bambini.

Il mare a sud dell’Elba e la profonda speranza in un domani migliore facevano il resto.

Siamo ai primi di settembre ed avevo compiuto i miei dieci anni da pochi giorni. Mio padre ‘a tramonana, aveva deciso di portarmi a pescare per la prima volta. “’A scòla è furnuta” e poi… “dimmane vieni cùmmé a castaurielle”. Ero felice di essere stato promosso a scuola ed ero pronto per la nuova avventura. A quel tempo, in estate, la ricchezza dei pescatori ponzesi a Campo, a parte il corallo, erano le castardelle, pesce azzurro oggi quasi completamente scomparso dal Mediterraneo. Il mare fra l’Elba, Pianosa e Montecristo ne era pieno. Le castardelle erano considerate l’oro di Montecristo, un oro vivo e vitale, di un azzurro luccicante, di forma molto allungata.

Partiamo all’alba con il Sant’Emiliano, la tipica barca ponzese di mio nonno Baiocc(1) che ancora viveva a Ponza-Le Forna. Si esce dal porto di Campo e mettiamo la prora su Montecristo. Quel giorno mi sentivo parte dell’equipaggio formato dal capobarca ‘a tramontana(2), mio zio Aniello-Aniello(3), mio zio ‘a bogacciòla(4) e Rafèle(5).

Il mare era calmo e rifletteva la luce come uno specchio. Rafèle, il marinaio dalla vista lunga e buona, stava sulla prora. Con la mano sinistra afferrava ‘a rota(6). Aveva la mano destra appoggiata sulla fronte, appena sopra gli occhi, per ripararsi dal sole sempre più forte ed asciugarsi il sudore. Lo sguardo era fisso sul mare. Cercava le fère, specie di delfini che inseguivano masse di castardelle. Dove c’èrano le fère c’erano sempre gruppi di castardelle.

Il Sant’Emiliano navigava verso sud, Montecristo. Passavano le ore nel silenzio teso dei marinai, ritmato dal rumore del motore Bolinder. Ogni tanto un grido “ìffère!”, “ìffère!”. Tanti falsi avvistamenti e poi niente. Prima la prora verso Montecristo, poi verso Pianosa, poi si tentava più a sud verso l’Africhella e mio padre sempre pensoso al timone. Il tempo scorreva senza poter vedere il salto di una fèra. Cominciava ad affiorare lo sconforto fra i pescatori quando Rafèle urlò “ìffère! ìffère! A maist…ìffère!”. Era la volta buona. Il Sant’Emiliano cambiò direzione e si mosse verso maestrale. Si intravvedeva sul mare un’ombra scura con alcune fère ai lati e le castardelle saltellanti nel centro. La barca si avvicinava sempre più: si poteva vedere sempre meglio il pesce che schiumeggiava in superficie ed i gabbiani parlant che sorvolavano il mare facendo ogni tanto degli affondi. Le castardelle erano ormai a portata di mano.

‘A tramontana con gli occhi saltellanti fra le castardelle e l’equipaggio, dopo diversi accostamenti, valutato il momento giusto per il calo della rete, disse ad alta voce “’A rezza! ‘a rezz’ammmare!”. Fu calata la castardellara, una rete che pescava sulla superficie per circa 10 metri sott’acqua ed era lunga un centinaio di metri. La rete si stringeva attorno alle castardelle mentre i marinai la tiravano a bordo dai due lati. I delfini si muovevano lentamente puntando il pesce come dei cani da caccia. Più la rete si stringeva, più le castardelle si ammucchiavano al centro appoggiandosi nella parte centrale chiamata rete cieca(7) e le fère si dileguavano velocemente sotto la barca.

I nervi erano tesi ed i pescatori cominciavano a sentire la fatica. Il sudore calava sulla fronte e ci si asciugava con la mano.

Si era ormai al momento finale. Le castardelle, chiuse nella rete cieca, vennero strette verso la murata(8) della barca. Si prese ‘u cuoppo(91) e si cominciarono a metterle a bordo. “…opplà! … opplà!”… e la coperta del Sant’Emiliano fu stracolma di castardelle. Luccicavano al sole del pomeriggio ed ancora saltellavano.

Si vedeva tanta soddisfazione sulla faccia di ognuno, stanca ed arrossata.

“Chest’è fatta” disse ‘a tramontana. E mentre si cominciava a mettere le castardelle nelle cassette di legno ed a lavarle con secchiate d’acqua di mare, si mise al timone e puntò la prora verso Capo Poro. Io partecipavo al lavoro di bordo, fiero di essere un vero pescatore, come gli altri. Due ore dopo arrivammo a Campo dove ci aspettavano ansiosi i nostri familiari. Anche loro ci aiutarono a scaricare il pesce mentre il sole volgeva al tramonto.

Note:
(1) Baiocco, moneta dello Stato Pontificio molto diffusa in Italia nel 1800. Soprannome dato a Emiliano Sandolo, abitante a Ponza – Le Forna (Campo Inglese – parte bassa). Voleva significare che aveva una famiglia agiata su un’isola dove la maggior parte erano poveri pescatori.
(2) La tramontana, vento impetuoso, era il soprannome di Silverio Sandolo, figlio di Emiliano, venuto a Campo da Ponza nel 1938 con la propria famiglia.
(3) Soprannome di Aniello Vitiello, cognato di Silverio Sandolo ‘a tramontana, venuto all’Elba prima della guerra, nel 1938.
(4) La bogacciola (piccola boga), pesce azzurro. Soprannome di Pompeo Mazzella, cognato di Silverio Sandolo ‘a tramontana, venuto all’Elba nel 1946.
(5) Raffaele Pagano, pescatore che è stato per una decina di anni sulle barche di Silverio Sandolo ‘a tramontana.
(6) La ruota, sorta di asta installata sulla prora delle barche tipiche ponzesi, diffuse nei mari italiani nel 1900.
(7) Rete a maglia molto stretta, del 28. Fatta in modo da non far né passare né incastrare le castardelle.
(8) Lato centrale esterno della barca.
(9) Il coppo, sorta di retino a maglie fitte e forti, usato dai pescatori per prendere il pesce dal mare e scaricarlo sulla barca.

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