La battana con le ali

Esperienze di bordo n. 584, dicembre 2010: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

LA BATTANA CON LE ALI

Testo di Federico Baldoni
Pubblicato su Nautica 584 di Dicembre 2010

Questo sogno inizia quasi dieci anni fa, quando amici comuni si trovarono a riparare una barca in vetroresina di 6 metri, un fisherman del cantiere Busco; questo sogno parla di mare, barche, amicizia, natura e salsedine.

Una natura sconfinata protagonista di un’emozione che porteremo sempre con noi, un raro dono che verrà ricordato con stupore e tenerezza, testimone della magia di un attimo che difficilmente si ripeterà.

Il paesaggio che fa da sfondo alla nostra avventura è la riviera del Conero e, più precisamente, la baia di Portonovo, dove il verde monte si getta nel mare sottostante fra la fitta vegetazione e i ripidi crepacci, dando felice riparo alla riviera.

Indiscussi primi attori in questa meravigliosa cartolina, alcuni luoghi della baia diventano magici, ogni volta che il tempo si ferma e ci lascia ammaliati ad ammirare la loro unicità.

“La vela”, che l’uomo ha così chiamato grazie alle doti di madre natura, che ne ha scolpito il granito sino a donare allo scoglio le stupefacenti sembianze di una vela da windsurf, con tanto di tavola al pelo dell’acqua. Pellegrinaggio questo di numerosi giovani temerari che, col cuore in gola, si arrampicano tra le sue cavità, pertugi e sporgenze per arrivarne alla sommità e lanciarsi in coraggiose acrobazie, tuffandosi dai suoi dodici metri di altezza.

Dall’altro capo della baia, a cinque miglia nautiche di distanza, il limite invalicabile del “trave”, temuto e odiato dai natanti distratti, che pericolosamente hanno avuto la sfortuna di imbattersi in lui; un grande scoglio per metà emerso e, per nessuno sa quanto, immerso, nelle acque poco profonde dell’Adriatico.

Dalla terra che si getta a strapiombo sul mare, liberando pochi metri di spiaggia solamente, il trave inizia, caratterizzato indissolubilmente da una strana costruzione cubica, simile a una palafitta di cemento sul mare e prosegue il suo cammino inabissandosi a poche decine di metri dalla riva, scomparendo tra i flutti, secondo la leggenda locale, sino le coste croate. Pochi, forse fortunati, hanno la possibilità di raggiungerlo, chi con l’aiuto del denaro attraverso prestigiose barche a vela e motore, chi con le virtù della tenacia, della caparbietà, della forza fisica, mediante l’angusto e arduo stradello imbrecciato che scende attraverso lo strapiombo. Tra questi due scogli, la vita, la mondanità, la semplicità dell’essere umano scorrono, lasciando ogni altro dubbio altrove. In grembo a questi, al centro della baia, tra sacri e storici monumenti, quali il Fortino Napoleonico, l’antica chiesa di S. Maria di Portonovo e la Torre Clementina, spunta, come se di tutti si mostrasse padrone, il molo.

Rivisto e ristrutturato negli anni, da sempre si allunga dal centro della spiaggia, come se ne fosse un suo prolungamento che il migliore degli architetti impallidirebbe alla grazia con la quale protegge la sua riva dai feroci venti e le temute correnti che attanagliano gli animi di nuotatori e barcaroli.

I suoi trenta metri di lunghezza non ospitano barche, se non per difficoltà, ma bagnanti e giovani ardimentosi intenti a mostrare le loro doti esibendosi in inspiegabili tuffi olimpionici che, come la ruota di un pavone, riempiono gli occhi delle giovani che li guardano estasiate.

Dalla fine rena agli scogli, queste spiagge non sono per i comodi, ma per coloro che hanno il cuore di vivere nella natura e la capacità di ascoltarla. Seduto nel proprio telo, ognuno può assistere al miracolo che questa natura gli offre.

In questo fuggente quadro naturalista, circa dieci milioni di metri cubi d’acqua salata attendono di essere solcati, in silenzio e col fiato sospeso.

È qui, che dopo un’accurata revisione, ci trovammo a navigare con la nostra Busco, per la prima volta. La via tra il porto turistico e la baia è breve e fummo anche aiutati dalla forza del mare che non turbò il nostro sogno, risparmiandoci correnti avverse. Ma ben presto, nonostante l’assenza di resistenza da parte di onde e cavalloni, la realtà ci fu chiara: i quaranta cavalli della nostra imbarcazione non erano sufficienti a raggiungere i risultati sperati e chiedere al gps di mentire fu cosa inutile. La velocità di punta della Busco non era quella da noi voluta e a nulla poteva servire alcuna magia meccanica.

I mesi seguenti servirono solamente a rafforzare la nostra teoria: la Busco non sarebbe mai stata più veloce. Per questo, con scherno, affetto ma anche rassegnazione, la battezzammo “la battana con le ali”, a indicare che la sua lentezza non ci avrebbe impedito di sognare.

E fu proprio durante una battuta di pesca che ci regalò il sogno più grande, nel mezzo di questo moderno microclima che cambia e aiutati dalla nostra proverbiale incapacità di pescare.

La battana con le ali solca sicura le correnti mattutine, con il sole che ancora non riesce a farsi vedere. La meta, segnalata dal moderno gps, è sempre quella: sei miglia a largo di Portonovo. Una postazione magnifica per fotografare la costa, mentre il sole, alle nostre spalle, sorge. Ancor più inebriante la sensazione provata nell’afferrare una bottiglia di buona birra e sorseggiarla allietati dall’alba che nasce dal mare e ultima, l’ebbrezza della velocità, seppur modesta, riempie il cuore e il mare calmo e piatto come un deserto blu, favorisce la scia spumosa e violenta che irrompe dallo scafo.

In effetti, del pesce poco importa, la gioia di essere assieme, chi per fare una foto, chi per guardare il panorama, chi per fare un semplice giro in barca è sufficiente, e il buttare le canne in acqua diventa solo un contorno. Siamo ripagati dai nostri stessi sguardi, mentre a tutta manetta superiamo con la vista la punta del monte da una parte e le mura del cantiere navale dall’altra, in modo che il quadro sia completo e la sensazione di essere in mezzo al mare diventi una reale emozione.

Intenti a osservare questo paesaggio, illuminati da una luce rossa offerta dal sole non ancora sorto, caliamo la velocità e spaziamo con la fantasia immaginando cose, nella distanza, che non possiamo vedere, nascoste tra la fitta vegetazione del monte, i crepacci, la spiaggia e i piccoli pertugi che si scorgono dal largo.

Poi il sogno diviene realtà, ma rimane ad essere fantastico.

Il cielo assume i colori dell’alba, e anche il mare inizia a tingersi di mille scintille arancioni rosse e gialle. In lontananza, prima di avere il tempo di rallentare, una sagoma sbuca dall’acqua e vi rientra quasi immediatamente. Scura, indefinita e troppo lontana per essere riconosciuta, specialmente per chi non ha ancora ricevuto il dono di scorgerne una.

A seguire ne appare un’altra, e poi un’altra ancora, più piccola. Siamo distanti qualche centinaio di metri, in diminuzione, e la forma scura prende le sembianze di un sogno. Sono delfini. Sono tanti, soprattutto sono veri, liberi. Escono dall’acqua saltando e facendo quel moto rotatorio che hai ben chiaro, ma che non avresti mai pensato di vedere nella vita reale, nella tua vita. Si vedono chiaramente la pinna superiore, la coda e il muso, anche se non escono con tutto il corpo dall’acqua. Anche loro riflettono le luci dell’alba, come se fossero parte dell’acqua in cui nuotano. Sono lontani ma ne contiamo almeno venti, tutti rigorosamente a coppie, affiancati, alcuni di dimensioni simili, altri chiaramente genitore e figlio.

Rapiti e strabiliati dal sogno di ogni bambino, non notiamo che ce ne sono alcuni molto vicini alla barca. Essi attirano la nostra attenzione quando magicamente saltano fuori dall’acqua, proprio di fianco a noi, rituffandosi in un’eleganza degna di una creatura mitologica.

L’idea di accelerare è mia. Penso che più andiamo veloci, più i loro salti saranno alti. Lo grido a chi è alla guida che mi asseconda subito.

Spinti dal motore della fantasia, la battana con le ali plana sulle onde come mai aveva fatto prima e noi, col fiato sospeso attendiamo…

I due delfini, agili e velocissimi, come previsto schizzano fuori dall’acqua con tutto il corpo, mostrandosi all’orizzonte nel loro totale splendore. Ora siamo circondati, e a turni irregolari, da destra e sinistra appaiono e scompaiono. Anche di fronte abbiamo due delfini che ci aprono la strada, lasciando che i loro spruzzi ci colpiscano ad ogni balzo.

Piango, perché non so che fare, perché non ho mai visto uno spettacolo di tale maestosità, perché davvero nella vita ci sono cose che non le puoi spiegare, che non le puoi scrivere, che non le puoi vivere, ma puoi solo sognarle e, quando ti svegli, capire che il sogno era realtà.

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