Festa sul porto

Esperienze di bordo n. 585, gennaio 2011: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

FESTA SUL PORTO

Testo di Ettore De Parentela
Pubblicato su Nautica 585 di Gennaio 2011

Tutto cominciò durante la notte del 13 luglio. Avevo cercato di prendere sonno invano, allora mi misi a leggere un libro di Francisco Coloane; parlava dei grandi Velieri delle Compagnie delle Indie nei mari tempestosi della Patagonia. C’era anche una foto di Capo Horn in Burrasca e quelle onde montagnose le scrutavo come in trance ipnotica tra paura e ammirazione. Come si poteva cavalcare quelle masse mostruose piene d’energia, schiuma, vento, grandine e neve? Non trovavo parole e non volevo staccarmi da quella foto, la natura sembrava lanciare una sfida mortale e pochi uomini nel regno dei vivi l’avrebbero raccolta, quelli incoscienti, temerari, avventurosi che vanno per gli oceani ma non per vincere le tempeste ma per amore, soltanto per amore verso il mare, verso quell’ignoto misterioso.

Il giorno dopo anch’io partivo con la mia Trinidad, uno sloop di 12 metri disegnato John Hilligworth nei cantieri Primrose in Inghilterra. Porto di partenza Bandol (Francia), atterraggio a Sanremo (Italia), circa 200 miglia. C’era euforia come in tutti i viaggi ma non era la prima traversata velica, mi aspettavano approdi meravigliosi sulla Costa Azzurra, patria di grandi velisti. In mattinata arrivammo in auto nei pressi di Toulone, si notava un gran via vai di vetture, persone, bus e un insolito clima di festa.

Altre volte avevamo attraversato la città nei giorni feriali e festivi trovandola perlopiù deserta. Oggi no, pareva che tutta la Francia fosse in viaggio. Mio figlio Edmond sorridendo disse: “Babbo oggi è il 14 luglio, Festa Nazionale in Francia, la presa della Bastiglia”. Già era proprio vero. Mi ritornavano in mente le rivoluzioni, le insurrezioni popolari, Robespierre, Marat, le terribili esecuzioni di popolo e nobili tra cui la Regina Maria Antonietta e del piccolo principe Carlo lasciato morire di febbre rinchiuso in una torre a soli 10 anni. Pressappoco l’età del mio. Gli uomini sembravano più crudeli e pericolosi degli oceani. Oggi era un giorno storico, magico per i Francesi e ricco di emozioni per gli stranieri.

All’ingresso della graziosa cittadina di Bandol, sulla costa del Var e praticamente confinante con la Provence, c’era una coda ordinata di auto. Soffiava una leggera brezza fresca e un sole raggiante rendeva la Costa Azzurra ancora più dolce. Numerose persone sedevano sui prati, sui giardini e su qualsiasi macchia verde libera della città. Mangiavano, parlavano e giocavano coi bambini rotolandosi sull’erba. Fiorivano bancarelle ovunque con i prodotti più impensabili, arredavano l’intera passeggiata. Una lunga fila di barche con alberi e sartie orchestravano fischi e sibili mosse dal vento, dall’altro lato gente con sacchetti e gelati in mano curiosava tra banchetti provenzali. Avvertivo un leggero disagio, non ero mai stato all’interno d’una festa non italiana.

Impiegammo tre ore per arrivare sulla barca. A bordo i soliti controlli alle cime d’ormeggio, svuotare la sentina dell’acqua dolce e caricare le batterie, poi in pozzetto a fare merenda. Naturalmente questo clima festoso aveva contagiato gli equilibri emotivi, sembravamo ubriachi, alticci, ma non di alcool, soltanto di adrenalina. Provammo a dormire qualche oretta, ma sparavano petardi, mortaretti, mentre piccole orchestre ambulanti circondavano tutto il porto.

Verso sera il numero di persone aumentò e nella piazza principale, davanti a una goletta inglese, iniziò un concerto di musica leggera che diventò muto prima dell’alba. Fuochi d’artificio illuminarono il lungomare come fosse giorno. Forme di animali, cuori, stelle cadenti, zodiaco e altre fantasie pirotecniche rallegrarono gli animi per una buona mezz’ora e finita la bellezza un piacevole e mai fastidioso profumo di polvere pirica s’innalzò a forma di nuvola verso il cielo stellato.

Ci mescolammo alla folla, mangiando panini, pollo e patatine, birra, succo di mela e le fantastiche beignetes, vino rosè che in questa regione è nettare. Eravamo assolutamente francesi e davvero felici. Ignoravo se tutta questa gente sapesse esattamente cos’era la Bastiglia o la rivoluzione. Ma che importanza poteva avere per queste migliaia di bambini che ridevano contenti in braccio ai genitori. C’era la vita, si poteva toccare, cos’altro chiedere ancora.

Oggi è il 14 luglio, giorno speciale, festa collettiva, euforia generale. Tutti fuori dalle case a divertirsi, a festeggiare l’uguaglianza, la libertà, la fratellanza, temi senz’altro universali che la Francia con la rivoluzione ha regalato a tutta l’Europa. Viva la Francia allora. Verso le 4 di notte, mentre ancora nei vicoli di Bandol echeggiava qualche petardo, io ed Edmond seduti in barca parlavamo di questa notte magica che sembrava non finire mai, proprio come le stelle sulla nostra testa così belle da perdere il fiato.

La mattina seguente tutto appariva inconsueto, un silenzio irreale, i ritmi della festa ancora imprigionati nei muri della città. Tracce di baldoria c’erano eccome lungo tutta la strada ma mancava il rumore, la folla, i clown, i saltimbanchi, i venditori. Si respirava la loro presenza sul lungomare deserto mentre centinaia di lattine rotolavano spinte dal vento. Preparammo le vele, fiocco, randa, tormentina in caso di maestrale che qui è di casa, poi con lentezza come una moviola poggiai la mano sulla barra del timone. Uscimmo dal porto a vela, senza alcun rumore e mentre l’isolotto di Bendor sorrideva all’equipaggio, la prua della Trinadad già puntava sulle isole Embiez oltre la baia di Sanary. Si ritornava a casa, ma la Francia per una notte ci aveva davvero rubato il cuore.

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