Hakuna Matata nel Golfo del Leone

Esperienze di bordo n. 599, marzo 2012: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

FISICA D’ALTURA

Testo di Ettore De Parentela
Pubblicato su Nautica 602 di Giugno 2012

Bob m’aveva dato buca, veniva dal Galles, viveva ormai in Italia da anni e faceva l’avvocato penalista a Imperia, nel tempo libero praticava la vela d’altura, proprio come me. Mi disse al telefono che aveva un’importante udienza e non poteva accompagnarmi a Pantelleria dov’era ormeggiata la barca. Nel mio equipaggio di riserva avevo altri due nomi, ma scadenti sia come amici che come velisti, c’era anche una certa Silvia, valente skipper e ottima cuoca di bordo, ma ultimamente mi aveva lasciato di stucco andando a letto con la mia fidanzata, l’ho scoperto dopo e i nostri rapporti s’erano un pò congelati.
Così decisi di fare il trasferimento da solo da Pantelleria a Imperia, dove vivevo da cinque anni. Eravamo nel mese di luglio e le condizioni meteo sembravano formidabili. Naturalmente, avendo una paura matta degli aerei, prima montai sul treno fino a Napoli, poi traghetti fino a Pantelleria, dove non vedevo l’ora di bermi una bottiglia di passito. In treno avevo divorato il libro di Bruce Knecht sulla Regata: “Sidney-Hobart” del 1998. Non proprio una storia adatta alle circostanze, considerando che la tempesta aveva distrutto la flotta delle barche, ma i velisti sono gente strana, un pò temerari, folli e solitari, come definire altrimenti un marinaio che lascia la terraferma per navigare su un guscio di plastica in balia degli elementi. Sul traghetto avevo conosciuto Diana Cormack, anche lei velista che andava a Palermo per fare delle ricerche sulle correnti marine per un Istituto della California.

La mattina successiva tutto era pronto per salpare verso Nord, avevo intenzione di fare una traversata unica senza atterraggi, così da assaporare in pieno la navigazione. Controllai le drizze, scotte, lande, i gavoni delle acque e il carburante, imbarcai viveri e commestibili e consegnai un piano di navigazione alla Capitaneria dell’Isola nel caso fossero nati degli imprevisti. Il meteo era tranquillo e scivolai fuori dal porto accompagnato dal ritmo del motore che scoppiettava felice di tornare in vita dopo la pausa invernale. Superate qualche decina di miglia spensi tutto e issai prima la randa e poi il grande fiocco, la barca cominciò a filare a sette-otto nodi anche per via della carena perfettamente pulita. L’aria salmastra mi rendeva felice, un gagliardo maestrale lottava con la prua, avevo riacquistato confidenza con le onde e con la barca. Non sentivo malinconia ma soltanto ebbrezza. Il mare ti regalava paesaggi ed emozioni davvero insuperabili. Nel terzo giorno di navigazione il caldo aumentò di due o tre gradi ed essendo molto lontano dalle coste il vento cessò lentamente fino ad essere nullo. Sia la barca che l’acqua diventarono immobili. Sembrava una macchia bianca poggiata su uno specchio tutto dipinto di blu. Niente uccelli, niente vento e nessuna barca in vista. Approfittai per prepararmi una succulenta colazione in pozzetto e dopo spago al tonno con pomodoro fresco che furono davvero deliziosi. Tutta la natura pareva addormenta e il sole cadeva a picco imbiondendo la peluria del corpo. Verso le tre di pomeriggio, dopo ripetuti tuffi e bagni con nuotate liberatorie sempre trascinandomi dietro una cima legata alla bitta di poppa, decisi di accendere il motore.

Qualche oretta di elica mi avrebbe portato più a Nord, dove sarebbe stato più facile trovare un pò di vento. Girai la chiavetta galvanizzato ed euforico ma sentii un flop, come quando qualcosa gira a vuoto. Non arrivava corrente, com’era possibile, la batteria di servizio alimentava soltanto il motore. Provai più volte ma nulla. Allora provai tutte le vele possibili, anche la trinchetta, ma la barca restava immobile, neppure un cenno di abbrivio, non c’era alito di vento. Niente da fare. In mezzo al mare nella calma più assoluta.
In cabina scambiai qualche e-mail con gli amici, accesi le luci di via e filai a letto lasciando la radio accesa. La mattina successiva avrei smontato il quadro elettrico per individuare il guasto. Verso le dieci di sera, sentendo dei rumori insoliti verso poppa, vado fuori e poco lontano noto una barca a vela ignota che accosta verso me. Salutai con la mano e lo skipper rispose con un gesto lento senza profferire parola. Ance lui viaggiava da solo, perchè non vidi nessuno in coperta. Era un velista piuttosto anziano e pallido, a parte questo sembrava in buona forma. “Ehilà problemi col motore suppongo?” Disse l’uomo sulla barca spuntata dal nulla. “Sì replicai io. Immagino anche lei aggiunsi.”
Si mise a ridere e rispose: “No! no! no! io non ho motore.”

Infatti con manovre lente ci impiegò quasi venti minuti prima di accostarsi sulle mure a dritta della barca. Ora avevo un vicino in alto mare, legammo le barche insieme alle reciproche bitte e saltai a bordo della sua barca. Provai un certo stupore, sottocoperta c’erano un mucchio di scatole di sigari ricoperte di formule sconosciute. E libri, tanti libri ma non di nautica ma fisica e matematica. Come si chiama gli chiesi: “Ettore” rispose. “E lei?” Ora fui io a sorridere divertito. “Anch’io Ettore” replicai. Ci fu silenzio. Due navigatori con lo stesso nome, davvero uno strano destino. Rise compiaciuto anche lui e aggiunse che navigava da tanti anni sempre in solitario, adesso stava rientrando dall’oceano Indiano per recarsi vicino Napoli. Gli chiesi se fosse una specie di scienziato, visto che aveva tutti quei libri di fisica e rispose che adorava giocare con i numeri come passatempo durante le tante ore di navigazione. Tuttavia la sua faccia mi ricordava vagamente qualcosa, ma cosa? Cominciammo a parlare di barche mentre molte mie domande venivano evase con un certo distacco alimentando i misteri su quella barba bianca. Chi era questo skipper? Sul tavolo di carteggio c’erano cinque volumi di fisica quantistica, appunti di Enrico Fermi e vari fogli con timbri della Facoltà di Fisica dell’Università di Napoli. Quando si girò per stappare una bottiglia di Barbera incrociammo gli sguardi. Ero perplesso. Fu allora che disse che studiava fisica nucleare. Io sorrisi.
“Anche lei avrà qualche hobby oltre alla vela?” Chiese con voce sorniona.

“Si, gioco a tennis! di questi libri che ha lei non saprei nemmeno da che parte leggerli, dalla fine o dall’inizio mi capisce?” Ero imbarazzato. Lui venne vicino sorseggiando barbera e appena sussurrando disse: “Tanto ormai l’avrà capito guardando quelle vecchie foto, sono Ettore Maiorana.” Silenzio irreale. “Dopo tanti anni di esilio sto rientrando dall’Argentina. Altra pausa che sembrava perfettamente in armonia con la natura che regnava fuori, non sembravamo in mezzo al mare e neppure sulla terra, sembrava di stare immerso in un sogno, oppure un luogo ancora ignoto. “Ma! ma lei dovrebbe avere più di cento anni o sbaglio?” Buttai due bicchieri di barbera in gola uno dietro l’altro e stavo decisamente meglio. “Bravo Ettore… infatti ne ho 102 e navigo tranquillamente quando c’ vento.” Rise scompostamente.
“Ma non si era suicidato gettandosi in mare dal traghetto nel 1940. Tutti l’hanno cercata per anni, anche sua madre Dorina e perfino Mussolini.”
“Si lo so ragazzo, conosco tutta la storia e adesso te la racconto.”

Fu allora che cominciò a parlarmi dei problemi di quegli anni con Enrico Fermi e lo Stato Maggiore della Germania, degli americani che stavano progettando la bomba atomica. Non voleva prendere parte a questo sterminio in nome della scienza. Avrebbe voluto che i suoi studi portassero beneficio all’umanità e non distruzione, purtroppo si rese conto che la sua intelligenza poteva essere sfruttata per scopi bellici, ci voleva un suicidio per sparire per sempre dal teatro della guerra. Gli dispiaceva molto per gli amici e per la mamma ma non aveva scelta. Suoi documenti risultavano rubati e i tedeschi lo stavano cercando per scopi militari. Sparire, ecco la soluzione perfetta per uno scienziato formidabile.
Dormimmo insieme quella notte su due cuccette separate mentre raccontava buona parte della sua vita in America Latina per paradosso proprio vicino ad alcuni nazisti scappati dopo la caduta del terzo reich.

La mattina successiva già dall’alba soffiava maestrale da Nord Ovest.
Non era proprio il vento giusto ma finalmente qualcosa si muoveva. Avevo trovato il guasto al motore, s’era staccato il cavo d’accensione dietro il pannello del contagiri, lo avevo riparato. Ora il motore girava a pieno regime.
Maiorana venne in coperta raggiante di gioia, in mano serrava due tazze di caff bollente. Guardò il serbatoio di gasolio e disse che bastava per settanta o ottanta miglia al massimo. Avevo fatto bene ad aspettare il vento.
Prima di congedarsi accartocciò il pacchetto di sigarette che teneva in mano per poi lanciarlo attraverso il tambuccio finendo sul tavolo di carteggio. Issò una fiammante randa rossa e lo vidi sparire verso Sud-Ovest. Era sereno e sembrava felice. Tornai di sotto per finire il caff e prima d’issare anch’io le vele agguantai il pacchetto di Maiorana per gettarlo via, guardai meglio e tra gli scarabocchi c’era la rotta fino a Imperia, con deviazione magnetica, correnti contrarie e rotta vera. Non chiedetemi come diavolo aveva fatto. Aveva bevuto e parlato tutta la notte. Per fare quei calcoli ci volevano ore.
Conservo ancora quel pacchetto di sigarette dal nome bizzarro “Macedonian” e ogni volta che lo prendo in mano sento la forza dell’immortalità.

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