Aurora

Esperienze di bordo n. 608, dicembre 2012: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

AURORA

Testo di Ettore de Parentela
Pubblicato su Nautica 608 di Dicembre 2012

Il 21 marzo del 2005, mentre la primavera si preparava all’insediamento floreale con profumi e colori mediterranei, io sedevo su un gradino della cattedrale di Siena triste e sconsolato. M’ero accorto d’essere rimasto solo. Avevo perso tutti nel giro di poco tempo, i miei cari, gli amici e gli ultimi conoscenti erano ormai lontani e irraggiungibili. Essere proprio soli in un mondo pieno di gente appariva insopportabile, soprattutto per me che facevo il poeta, scrivevo poesie che nessuno leggeva ma almeno venivano comprate da un giornale di provincia. Tutte le domeniche, anche a costo di farla a piedi, andavo al mare vicino Grosseto dove tenevo una piccola deriva, con quella tiravo bordi in qua e là fino a sera spiluccando un panino e qualche pezzo di cioccolata. Forse ero depresso, molti parlavano di male oscuro, ignoravo cosa fosse, ma a parte la vela non avevo altri stimoli, volevo restarmene solo e della vita non mi importava più niente.

Restava ancora mio figlio Edmond, ma viveva in Alaska vicino Anchorage nell’insenatura di Cook, aveva aperto una di quelle associazioni fallimentari per proteggere gli orsi grizzly. Gli volevo molto bene e da anni non vedevo la sua faccia. Non mi facevo illusioni, senza soldi è difficile perfino sognare. Non avevo niente, nessuna cosa da vendere nè da barattare, a parte quella piccola deriva che valeva forse mille euro o poco più. Una domenica di maggio a Grosseto trovai la mia barchetta schiacciata da un vecchio sloop di 11 metri, malridotto ma bello, lo skipper Alfredo, di Castiglione della Pescaia, si scusò e bevendo una birra ascoltò la mia storia e lo vidi commuoversi. Disse: “Se parti con la mia Anastasia per il Nord America ti regalo la barca”. Non potevo crederci, soltanto i velisti possono essere così generosi. Rimisi a posto alla meglio la barca, dormendo e mangiando a bordo. Alfredo veniva tutti i giorni a portarmi cibo, vino e qualche centinaia di euro per le tasche sempre vuote. Dopo quattro mesi salpai da Castiglione, sul molo c’erano Alfredo, un cane di nome Nino, compagno di giochi, Carlo il nullafacente del porto e Beppe il pescatore di Scarlino. Puntai al largo verso Gibilterra e poi sul Nord Atlantico; eravamo nel mese di ottobre, periodo non propizio per le traversate, ma non avevo paura di morire né avevo tanta voglia di vivere.

Durante la rotta verso le alte latitudini, dopo burrasche e tempeste lontano dal Golfo di Biscaglia e alle spalle della vecchia Irlanda, accadde qualcosa di meraviglioso, incrociai una nave italiana che riportò per attimi il profumo di casa, com’era dolce quel suono della nostra lingua, mi lanciarono a bordo vino, spaghetti, formaggio, caffè e cioccolato, provai un piccolo brivido d’amore che da anni ignoravo l’esistenza. La vidi sparire verso la Gran Bretagna mentre le ultime sillabe del comandante non mi facevano paura, navigavo verso un uragano, proprio davanti la prua. Pensai di festeggiare con una bottiglia di vino e una semplice pasta asciutta, tutto filava liscio a parte il freddo pungente e questo mare che si alzava sempre di più. Provai a prendere la barra del timone ma sembrava impresa impossibile, la barca rollava impazzita e quando i frangenti mi colpivano perdevo il fiato, restavo in apnea poi urlavo forte, tanto nessuno poteva sentirmi. Queste onde non sembravano umane, montagne così alte non le avevo mai viste e il vento soffiava così forte da impedirti di restare in piedi. In questo inferno, a notte già avanzata, spuntò un frangente più cattivo di tutti che mi spinse attraverso il tambucio fino in cabina, ruppe l’unico strumento nautico che avevo a bordo, il barometro, ma l’acqua fu ricacciata fuori a secchiate mista a sangue che perdevo dalla testa ferita nello schianto, niente di grave ma doloroso.

Tornai nel pozzetto semi allagato e smisi di pensare all’uragano che distruggeva la barca. Perchè sopravento alla tempesta sentii un suono dolce, prima lieve poi più forte, un suono grazioso come può esserlo a volte la voce d’una donna. Non era un grido, neppure un lamento, ma qualcosa che non riuscivo a decifrare. Pochi secondi di quiete e fui colpito da due onde anomale giunte da dietro all’improvviso, alte più di venti metri, fui frullato e centrifugato, pareva la fine della corsa, il mondo sottosopra, la barca si rigirò di prua e poi mise l’albero in acqua almeno due volte, facendo scoppiare il caos in cabina. Nel silenzio irreale che seguì, un mantello interminabile di schiuma che sembrava neve da quanto fosse ghiacciata calò su tutta l’imbarcazione, poi sulla falchetta a dritta comparve una chioma bionda, seguirono le mani, il tronco e le gambe. Fui colto di sorpresa ma senza panico, durante l’esistenza m’ero spinto oltre la paura. Accostai verso quel corpo sorto dall’oceano per trascinarlo al riparo, era svenuta ma viva, il torace oscillava col suo respiro. Portandola dentro gli misi addosso tutte le coperte che avevo e accesi il fornello a gas per creare un pò di tepore. Tornai di sopra in pozzetto e la situazione appariva drammatica, l’albero ancora intero pompava come un mantice sulla tuga, cinque candelieri erano scomparsi lasciando una groviera sulla vetroresina. Cime, drizze e sartie formavano un groviglio di colori, non aveva più senso restare fuori a lottare con questo mostro della natura.

A queste latitudini in autunno navigare è una follia, ma pregavo che la tempesta mi lasciasse vivere ancora un pò per farmi vedere mio figlio. Toccare i suoi riccioli e specchiarmi nell’azzurro dei suoi occhi. Pregai ancora, poi da poppa calai tutte le cime ch’ero riuscito a sciogliere, comprese le scotte del fiocco, sistemai la barra al centro legandola bene, smontai il boma e assieme al tangone dello spi stivai tutto sui paglioli interni, chiusi il tanbucio e scesi di sotto lasciando la barca al suo destino. Non sapevo quante miglia ci separavano dai Banchi di Terranova, ma speravo di arrivarci presto, avremmo pescato qualcosa da mangiare se riuscivamo a superare la depressione. Dopo tre giorni e altrettanto notti di montagne russe, l’urlo del marinaio fu liberatorio, l’uragano ci aveva fatto passare bastonati, affamati, ma vivi. Il vento calava rapidamente e il mare stava diventando umano. Feci un caffè cercando di metterci dentro dei biscotti che toccandoli sembravano spugne. La naufraga nel frattempo s’era svegliata, si chiamava: “Aurora”. Caduta dalla nave “Architeutis” in rotta verso il mar del Nord. Passammo insieme giorni meravigliosi, tutto dentro di me sembrava rinascere. Un risveglio di emozioni ignote. Aurora era nata a Helsinki (Finlandia), faceva la musicista, suonava il violino. Infatti la notte del recupero avevo ripescato anche una sacca gialla con dentro avvolto in un telo un violino, umido ma funzionante.

Durante la navigazione parlava poco e non sapevo com’era finita in acqua o cosa facesse a bordo della nave, ma suonava come una dea. Soprattutto di notte sotto il manto stellato che in oceano è puro come una madonna, si sedeva in pozzetto e dal violino tirava fuori delle note magiche. Una melodia che inebriava l’udito in quanto armonia e quel volto bello come una regina ti faceva venire i brividi sulla pelle. Non poteva essere così bella e brava nello stesso tempo. Non capivo molto di musica, ma Niccolò Paganini l’avrebbe sposata una donna così paradisiaca. La situazione sembrava surreale e stavo ritrovando la voglia di sorridere. Fui sorpreso per la prima volta di provare paura di perdere la vita. Non era mai successo prima. Aurora, prima che arrivassimo a Portland, aveva ripulito la barca, cucito un fiocco provvisorio e guidato la mia voce a cantare filastrocche finlandesi. Riuscì a leggermi l’anima interpretando nel mio coraggio una forma di abbandono abissale, prima non avevo paura di niente, neppure degli uragani, perchè dentro al cuore mi mancava l’amore. Una forza capace di trascinare l’intero universo. Senza amore siamo meno di niente, senza nessuno da amare tutta la vita non avrebbe senso. Aurora riportò dall’oceano sorriso e speranza. La sbarcai nel Maine, sarebbe ripartita in aereo per Helsinki. Riposai due settimane prima di affrontare il Pacifico, passando da Panama per evitare Capo Horn. Rifocillai la cassa di bordo con lavoretti su altre imbarcazioni da diporto, comprai vele usate, sistemai il timone, i candelieri e le sartie, pronto per ripartire per Anchorage. In cambusa ero pieno di viveri donatemi da Pierre, un amico francese in partenza su una goletta di ferrocemento per Miami.

Quando giunsi in Alaska fu grande la felicità di Edmond, per giorni interi girammo su e giù con la slitta trainata dagli husky raccontandoci tutte le nostre storie. Avevamo davvero un sacco di cose da dirci e gli promisi che non sarei mai più ripartito senza di lui. Un pomeriggio sul tardi, sotto una tormenta di neve, entrammo in un bar per una bevuta, la stamberga era piena di cacciatori, bevevano e raccontavano imprese forse mai vissute. Il camino acceso tuonava di tanto in tanto, sopra il fuoco imperava una testa d’alce imbalsamata male, sul pelo c’erano macchie di sangue. Sulle pareti laterali foto scolorite di baleniere. Sul bancone in alto un televisore digitale acceso che nessuno guardava. Sorseggiavo tranquillo un vodka tonic quando lo speaker fece vedere un terribile tifone sui Banchi di Terranova in Oceano Atlantico.

Diceva che una nave era affondata. Nessuno dei presenti ascoltava tranne me, disse il nome della nave: “Architeutis” e i nomi di alcuni dispersi, mentre altri erano stati tratti in salvo dalla Guardia Costiera. Non mi crederete, tra questi nomi comparve quello di “Aurora”, violinista della Filarmonica di San Pietroburgo. Molti dei presenti già sbronzi neppure sentirono questa notizia, non destò alcun interesse tra la folla di ammazza balene. Ma quando il mio bicchiere precipitò per terra e cocci, alcool, cubetti di ghiaccio, esplosero come una bomba nell’aria, tutti si girarono a guardarmi. C’era smarrimento e stupore impresso sul volto dei tanti ospiti, figuratevi sul mio. “Tutto bene Pà?”, mi ridestò la voce di mio figlio. “Sì, sì tutto okay, m’era sembrato di riconoscere qualcuno” risposi con un tono ancora disorientato. Dopo questo istante che pareva durasse più degli altri, come se il tempo si fosse fermato, tutti ripresero a bere, proprio mentre la cameriera infastidita dalla sua mediocrità spazzava i cocci dal pavimento. Io pensavo sempre ad Aurora, a una tempesta che non c’era ancora stata, a quella musica virtuosa che aveva placato l’uragano lasciandomi vivere. Dicono che chi salva una vita salva il mondo intero. Non posso spiegarmi chi avevo incontrato in quella notte autunnale in pieno Oceano Atlantico ma chiunque fosse m’aveva lasciato nel cuore tanto amore.

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