Le figlie dei vulcani

Calamian: da un oceano che sprofonda in due fosse, quella delle Filippine e quella delle Marianne, salgono fino alla superficie grappoli di isole grandi e piccolissime di una bellezza che non si dimentica.

Ci si perde nell’arcipelago delle Filippine, solo a guardare una carta geografica appesa al muro. Ci si perde in un universo di isole e isolette che nulla sembrano avere in comune tra di loro. Ce ne sono di immense e di minuscole, dalla forma allungata simili a lame di coltelli che sembra vogliano tagliare in due quel tratto del grande Oceano Pacifico, o di tondeggianti, dalla forma irregolare, indefinita, dai profili sfrangiati dalle aggressioni delle dita azzurre del mare che penetrano in profondità nelle terre, serpeggiando in dedali di baie e lagune. Il vasto arcipelago delle Filippine è il vertice di un triangolo ideale che ha per base ad est la Papuasia, ad ovest l’arcipelago Indonesiano. Un triangolo di terre che emergono dall’oceano più profondo, da quella zona che include la fossa delle Filippine e la fossa delle Marianne, il punto più profondo del pianeta. Profondità e isole hanno un nesso comune, anche se a prima vista potrebbe sembrare il contrario. Proprio l’incessante attività del movimento della deriva dei continenti, le immani spinte di quell’inesauribile motore che è il vulcanismo delle dorsali medioceaniche, in grado di allargare oceani e spostare continenti.

Figlie di un vulcano, dunque, le isole Filippine, anche se tanto spesso ci fermeremo ad ammirare imponenti guglie di calcare e grotte naturali, che indicano inequivocabilmente che ieri quelle terre erano sotto il livello del mare dove, con lentezza esasperante, si accumulavano resti di organismi dai gusci calcarei, infaticabili legioni di minuscoli polipi costruivano tutti assieme una barriera corallina che un giorno la violenza del vulcano è stata capace di spingere verso la superficie. E via, sempre più in alto, fino a trasformarla in montagna. Catene di montagne che le grandi piogge hanno modellato, erodendo i calcari biancheggianti, in cattedrali di guglie ardite, prima di ricoprirle di giungla tanto fitta da essere assolutamente impenetrabile. Una giungla tanto fitta, tanto rigogliosa da essere stata considerata per secoli come una ricchezza da sfruttare: le Filippine hanno subito una deforestazione violenta, massiccia, che ancora oggi non sembra davvero volersi arrestare, che ancora oggi non sembra essere affiancata ad un serio programma di reforestazione . Per grande parte del mondo oggi le Filippine non sono né vulcani né legname. Rappresentano piuttosto una mare da godere, da assaporare distesi su di una spiaggia dal candore abbacinate, bordata dalle immancabili palme dal verde brillante. Rotte nuove attraverso l’arcipelago sono state tracciate, rotte di interesse turistico dirette verso destinazioni che sono divenute sempre più famose, quali Palawan, Cebu, Boracay.

In questo viaggio abbiamo deciso di uscire dalle rotte più tradizionali, di dirigere la prua della nostra fantasia verso un arcipelago remoto, ancora sconosciuto ai grandi cataloghi di viaggi. Le isole Calamian ci hanno attirato fin dal primo momento, per le immagini di isole verdi e spettacolari che ci era capitato qui e là di vedere, per l’interesse storico che queste isole rivestono a causa di un violento attacco americano alla flotta nipponica avvenuto in queste acque durante l’ultima guerra, per l’alone di mistero e leggenda che avvolge l’isola di Coron, abitata da una misteriosa, sacra, inavvicinabile tribù.

Il piccolo aereo decollato da Manila atterra su di una pista in terra battuta all’isola di Busuanga. Busuanga è l’isola maggiore dell’arcipelago, circondata da un piccolo universo di isole e isolette, dalle coste tanto tormentate che mai, navigando in giro, si riesce a capire se ci si trovi in una grande insenatura, o in un canale tra due isole, o quale isola stiamo in questo momento effettivamente costeggiando.

La bellezza di questo mare ci conquista dal primo istante e, malgrado avessimo deciso di trascorrere il nostro soggiorno in un piccolo e delizioso resort sull’isola di Uson, ci diamo da fare per organizzarci una crociera di un paio di giorni. Non riusciamo a trovare nulla di meglio che una “Banka”, la tipica imbarcazione locale a doppio bilancere. Una sorta di piroga stabilizzata da due scafi laterali costituiti da un fascio di canne di bambù. Nessuna cabina a bordo, solo una tenda che copre l’intera imbarcazione e una tettoia che copre la plancia di comando. A poppa, in posizione simmetrica, due parallelepipedi in legno sospesi fuoribordo su alcune canne di bambù servono da bagno e cucina. Siamo in quattro, più due simpaticissimi marinai locali. Sulla barca carichiamo una grande quantità di bombole e attrezzature per l’immersione, oltre alle nostre macchine fotografiche. Un paio di asciugamani serviranno da materasso e coperta, mentre un po’ di pane e frutta saranno la base del nostro nutrimento, con la speranza che i due marinai filippini mantengano la promessa di pescare qualche pesce. Mentre carichiamo la barca il cielo si copre di nuvoloni neri e minacciosi. Dopo pochi minuti da quando abbiamo lasciato il moletto del centro immersioni si scatena una pioggia torrenziale sul mare liscio come l’olio. I contrafforti calcarei dell’isola di Coron appaiono e scompaiono via via che il diluvio aumenta e diminuisce d’intensità. Ci rannicchiamo un po’ infreddoliti sotto la tenda, nella vaga ricerca di un angolino asciutto. Malgrado il disagio riusciamo a godere dell’atmosfera magica di questo luogo. Forse l’atmosfera migliore per avvicinarci al luogo sacro dell’arcipelago. L’isola di Coron, infatti, un enorme blocco calcareo ricoperto da giungla fitta ed impenetrabile e dalle rocce tormentate dall’erosione delle violente piogge, è un’isola considerata sacra dalle popolazioni autoctone e come tale protetta dalle autorità filippine. La sappiamo abitata dalla tribu dei Tagbanuas, che sono riusciti ad ottenere il diritto alla gestione delle proprie terre dal governo filippino. Delle proprie terre e delle proprie acque, dato che l’isola di Coron è famosa per i suoi magnifici laghi. Laghi di acqua dolce, che riempie le depressioni tra le guglie rocciose che costituiscono questa splendida isola. Solo due di questi laghi sono visitabili, dato che gli altri sono considerati sacri dalle popolazioni locali. Specchi d’acqua cristallini incassati all’interno delle rocce calcaree. Sono tante le leggende che aleggiano su questi reconditi bacini. Uno è chiamato “Barracuda lake” si dice che un tempo fosse in contatto con il mare aperto attraverso un canale, chiuso repentinamente da un terremoto. Da quel giorno i barracuda sono rimasti bloccati all’interno, e si sono adattati alla vita in acqua dolce. Oggi lì vivrebbe ancora un enorme esemplare di questi eleganti predoni di mare aperto.

Nel lago di Kaiangan, invece, la leggenda narra che si nasconda una enorme piovra. All’arrivo dei primi turisti, i Tagbanuas impedivano le immersioni non per gelosia del loro lago, ma per la paura che i subacquei ignari venissero attaccati dal mostro che dimora sui fondali. Anche noi, curiosi, ci siamo avvicinati a queste acque. Con la piroga abbiamo attraversato una baia stretta tra le rocce, come un fiordo che d’improvviso venga trasportato in una giungla tropicale. Ci siamo spinti tra le rocce, tra le spettacolari guglie di calcare grigio. Navigando lentamente, con gli occhi fissi al fondale dal quale si elevavano pericolosi coralli. Intanto la pioggia cessava e il sole lanciava in acqua lame dorate tra le aguzze guglie calcaree. Giunti alla fine della baia ci gettiamo in acqua: nulla di meglio per scaldarci dopo aver rabbrividito mentre la pioggia sferzava il nostro corpo. Abbiamo poi indossato le mute, messe le bombole in spalla, ed abbiamo iniziato ad arrampicarci faticosamente. Facile salire, sempre più in alto sugli acuminati calcari. Le rocce suonavano come campane quando le colpivamo accidentalmente con una parte dell’attrezzatura o con la mano per saggiarne la resistenza. Suonavano come campane, e noi salivamo, sempre più in alto, tagliandoci le mani sulle creste, sulle punte acuminate come rasoi, allontanandoci dal blu intenso del mare, infilandoci dentro le fronde degli alberi aggrappati alle asperità rocciose.

Di colpo il lago appare sotto di noi, stretto tra i versanti di una scoscesa ed impraticabile vallata. In breve scivoliamo nell’acqua cristallina e fresca, ed iniziamo a scendere verso il fondo. Nulla cambia la monotonia del fondale fangoso, fino a quando, d’un tratto, ci troviamo di fronte ad uno strato d’acqua parallelo alla superficie assolutamente impermeabile al nostro sguardo. Sembra che il fondale qui sia rappresentato da uno specchio assolutamente orizzontale. Eppure puntiamo verso il basso e possiamo attraversarlo. Al di sotto l’acqua è sempre più calda. E più ci avviciniamo al vero fondale, che ora vediamo chiaramente, più si scalda. Già dove siamo gli strumenti sono a fondo scala: oltre 40°C. In alcuni punti scopriamo chiaramente dal fango del fondo alcune risalite di acque bollenti. Un fenomeno di idrotermalismo che di certo ha contribuito al proliferare delle leggende attorno a questo lago. Durante la risalita ci avviciniamo alle pareti rocciose, e scopriamo una paio di grotte dalle quali sgorga un flusso impetuoso di acqua termale ad elevata temperatura. Una immersione davvero singolare, di certo affascinante, divisa tra lo stupore dell’acqua calda che sgorga dal fondo, e la meraviglia per le guglie calcaree delle pareti che costituiscono sott’acqua un ambiente davvero magico.

Dopo l’immersione riprendiamo la navigazione attorno all’isola di Coron. Passiamo sotto pareti impressionanti, vi scopriamo un paio di grotte, aperte nella roccia a decine di metri da terra. Grotte che i locali raggiungono per mezzo di una serie di canne di bambù incastrate tra le rocce, dall’aria estremamente instabile e insicura, alla ricerca dei prelibati nidi di rondine. Scopriamo minuscole spiaggette di sogno e penetriamo all’interno di un ampio golfo, frammezzato da mille spiaggette divise da speroni rocciosi. Ci sono alcune capanne, un piccolissimo villaggio di pescatori, o forse di gente dedita alla coltura delle alghe, come possiamo immaginare osservando una serie di filari in una baia protetta.

Non sappiamo se abbiamo diritto ad avvicinare questa gente, sta di fatto che due bimbi su di una piccola canoa scherzano con noi e ci invitano a seguirli. Ci conducono al villaggio, festoso per il nostro arrivo. Dopo poco, passato il primo entusiasmo per la novità, tutti riprendono le loro attività consuete ed a noi non resta altro che partire. Partire alla ricerca di una piccola baia in cui passare la notte. Diamo dunque fondo all’ancora e attendiamo che i piccoli pesci catturati dai marinai terminino di cuocersi per la nostra prima cena sotto le stelle.

L’indomani proseguiamo la navigazione alla volta dell’isola di Dimakya. Una splendida isola dai canoni classici dell’isoletta tropicale. Qui sorge un lussuoso resort, affacciato su di una spiaggia di sabbia candida che raggiunge subito acque profonde ed invitanti per una nuotata. Una nuotata in compagnia di un dugongo, che sembra sia sempre da queste parti ma che noi non abbiamo avuto la fortuna di avvistare. Sembra che questo grande e raro mammifero marino si faccia vivo tutte le sere per cibarsi delle alghe che ricoprono questo tratto di fondale.

Dimakya è per noi il punto di partenza per l’esplorazione di alcuni dei relitti delle numerose navi giapponesi qui affondate da un violento attacco americano durante l’ultimo conflitto. Il 24 settembre del 1944 alle 5.50 del mattino l’aviazione americana, certa della presenza delle navi nipponiche alla fonda nelle baie delle isole Calamian, lanciò un attacco in grande stile. Era la prima volta che aerei decollavano da portaerei per colpire un obiettivo ad oltre 350 miglia di distanza. Ottanta tra caccia e aerosiluranti annientarono la flotta giapponese, ed oggi oltre 15 relitti sono visitabili tra i 10 e i 40 metri di profondità. Al contrario di quanto è accaduto nell’atollo di Truk dove un’altra flotta giapponese ha subito la stessa sorte, le navi delle Calamian sono state oggetto delle attenzioni di alcune ditte specializzate in recuperi subacquei. L’interesse delle immersioni subacquee sta dunque più nell’abbondanza di forme di vita che colonizzano le lamiere che nelle strutture delle navi stesse.

La nostra navigazione prosegue verso la splendida e disabitata Black Island, dove possiamo effettuare una delle nostre più belle immersioni sui resti di una piccola nave affondata in una zona di acque limpidissime e poco profonde, che oggi è interamente ricoperta di corallo nero. Decidiamo di trascorrere qui la notte, anche se nessuna baia può offrirci un buon ridosso. Il mare è tuttavia calmo come l’olio.

Al mattino successivo ci concediamo un po’ di relax sulla meravigliosa spiaggia di sabbia bianca, lambita dal mare limpido e tiepido. Dietro alla spiaggia si apre una grande grotta in cui troviamo un po’ di fresco ed un laghetto di acqua dolce. Peccato che i pochi turisti non siano riusciti ad astenersi dal riempire di scritte le pareti calcaree.

La navigazione di ritorno ci conduce attraverso un ambiente completamente diverso da quello cui ci eravamo abituati. Ci spingiamo in un dedalo incomprensibile di isole e lagune. Le terre sono più basse, non costeggiamo quasi più impressionanti pareti calcaree. L’acqua del mare perde la trasparenza solita. Incontriamo qui e là moltissime fattorie di perle. Una grande ricchezza per l’economia locale. Purtroppo non possiamo neppure avvicinarci per scattare qualche fotografia, dato che pare che i guardiani reagiscano in maniera eccessivamente animosa contro i curiosi. All’interno di queste lagune protettissime contro la furia del mare si trovano i resti della maggior parte delle navi della flotta giapponese. Peccato che la trasparenza dell’acqua non sia delle migliori.

Ci troviamo oramai sul lato meridionale dell’isola di Busuanga, a poca distanza dal nostro accogliente resort, sull’isola di Uson. Si tratta come detto di un piccolo resort a conduzione familiare, dove ci trattano da re e ci viziano con deliziose leccornie filippine, spesso a base di pesce e crostacei.

La nostra crociera è terminata e ci dedichiamo alla vita di villaggio. Le giornate trascorrono tranquille e veloci, tra un salto alle terme naturali, un giro in kayak, qualche immersione subacquea. Un giorno scopriamo ancora un piccolo segreto dell’isola di Coron: pare che tanti anni fa un tedesco abbia scoperto una grotta sommersa nelle rocce a picco sul mare. Partiamo subito con la nostra Banka alla ricerca del punto esatto. Nuotiamo per ore lungo la falesia senza trovare nulla, finché non scopriamo un buco che si apre nel fondale roccioso a circa sei metri di profondità. Un po’ dubbiosi ci infiliamo all’interno e seguiamo un tunnel completamente buio per alcuni metri. Ad un tratto l’apertura nelle rocce si allarga e ci troviamo all’interno di una grotta un poco più ampia. Di fronte a noi un’altra apertura. Ci spingiamo all’interno e l’attraversiamo. Un pendio di fango si para di fronte ai nostri occhi, quasi una parete verticale di sedimento che sale verso l’alto, dove scorgiamo un po’ di luce. Risaliamo lungo il fondo ed in breve ci troviamo in un magico lago ipogeo illuminato da un violento raggio di sole che penetra attraverso un grande foro nelle rocce della montagna. E’ l’ultimo segreto che l’isola di Coron ha deciso di svelarci durante il nostro soggiorno.

NOTIZIE UTILI

La stagione migliore per andare a Coron e dintorni va da ottobre a maggio, anche se l’estate va da marzo a maggio. Raggiungere le isole è piuttosto facile, dato che tre compagnie le collegano con Manila. Si tratta di compagnie attrezzate con piccoli aerei. Chiedete al vostro agente di viaggio, se potete, di evitare la Pacif Airways: non siamo stati i soli ad aver sofferto della loro disorganizzazione, scortesia, e soprattutto dei numerosi tentativi di barare sul peso dei bagagli, esagerare sul costo delle eccedenze e così via. Per arrivare a Manila abbiamo scelto un comodo volo Singapore Airlines via Singapore. Un volo notturno che ci consente di non arrivare distrutti a destinazione. Da non dimenticare che ai subacquei la Singapore mette a disposzione una franchigia di trenta chili invece che di venti. Inutile parlare del fatto che ci stiamo recando in un luogo assolutamente informale, dunque pantaloncini e magliette saranno più che sufficienti. Non dimenticate a casa un impermeabile leggero, dato che gli acquazzoni improvvisi sono moneta corrente nel Pacifico. Pensate anche a portare con voi un paio di vecchie scarpe da ginnastica o qualcosa che vi permetta di camminare sulle rocce davvero taglienti da morire. Non dimenticate neppure di portare con voi un repellente per insetti. A Coron se ne trovano ma costano come profumi francesi. In compenso non si segnala la presenza della malaria nella zona. Il fuso orario è di 6 ore e non servono visti per periodi inferiori ai venti giorni. A Coron abbiamo alloggiato al Dive Link Coron, un posticino carino e dal costo contenuto. Presso l’albergo si trovava il centro immersioni, appartenente alla prestigiosa organizzazione Scuba World Philippines inc, specializzata nel diving alle Filippine.

TOUR OPERATOR
Ricerca nel database

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.