L’isola dal mare d’oro

Nuova Caledonia: un arcipelago formato da una grande isola circondata da altre isolette e da atolli che scompaiono in parte con l’alta marea, da barriere coralline estese all’infinito, dove i colori della terra e del mare sono fra i più belli del mondo.

E’ stato il desiderio di conoscere una Polinesia nuova, un Pacifico diverso da quello delle Fiji o della sfortunata Polinesia francese, oggi stupidamente aggredita dagli inutili test nucleari, a spingerci verso la Nuova Caledonia. Il dito indice ha lasciato la costa orientale australiana, ha sfiorato il blu del Mar dei Coralli, si è lasciato in basso la Nuova Zelanda e si è fermato sulle coste di una grande isola circondata di barriere coralline, giusto prima di raggiungere l’arcipelago delle Vanuatu. Già, isola, arcipelago… Isola è quello che la Nuova Caledonia appare sulla grande carta del mondo, troppo grande per raccontare le piccole isole che permettono di definire questa colonia francese un arcipelago. Con questo l’allusione non riguarda solo i minuscoli atolli che appaiono e scompaiono seguendo i capricci della marea, ma anche i dimenticati arcipelaghi delle isole Belep, a nord dell’estremità settentrionale della Grande Terre, l’isola principale, e quello delle Loyaute, situate sulla costa orientale, isole di sogno raggiungibili con un piccolo aereo, in traghetto, o con una barca noleggiata per un charter. E poi non va dimenticata l’incredibile e celebre isola dei Pini, a poca distanza dalla punta sud della Grande Terre.

All’arrivo, in aereo, la Grande Terre ci accoglie completamente circondata da una barriera corallina. Un nastro continuo, verde smeraldo, che non lascia spazi al blu cupo delle acque del Pacifico. Una barriera che protegge ed isola un mondo a parte, un mondo racchiuso in questa splendida cintura di corallo. Coralli parenti strettissimi di quelli che a miglia e miglia di distanza da qui hanno edificato l’immensa e celeberrima Grande Barriera australiana. E quei coralli protessero per secoli la grande e ricca isola maggiore negli anni delle esplorazioni e delle ricerche geografiche. Fu James Cook, nel corso del suo secondo grande viaggio, a scoprire l’isola e a battezzarla con il nome dell’antica Scozia. E da allora, da quella lontana domenica mattina del 4 settembre del 1774, centinaia di navi si sono infrante sulla barriera alla vana ricerca di un passaggio.

Per questo venne edificato il Phare Amedee, l’antico faro che svetta su un isolotto corallino proprio di fronte a Noumea. E’ la meta della nostra prima escursione nel mare della Nuova Caledonia. Una manciata di miglia dai moderni marina della capitale, la meta preferita per il week-end dei “Caldosh”, ossia i pronipoti dei vecchi coloni francesi. L’isolotto del Phare Amedee non è nulla di più di un vero isolotto basso e sabbioso che si gira a piedi in dieci minuti. Vi si trovano un piccolo ristorante e un simpatico “club de plongée”, un centro di immersione.

Gli spettacoli più belli l’isolotto li offre sui suoi ricchi fondali. In effetti le immersioni che si fanno sono un po’ particolari: noi siamo partiti in barca verso la pass, e non sapevamo cosa ci attendeva. Subito dopo il tuffo in acqua, appena il tempo di mettere a fuoco, e ci siamo trovati circondati da sei o sette squali grigi, che ci hanno girato un po’ attorno incuriositi, prima di sparire nel blu. E così la nostra immersione è proseguita lungo la scarpata di corallo abitata da cernie e branchi di piccoli pesci. Ad un tratto un’immensa ombra nera ha attratto la nostra attenzione: una grande manta stava passando a pochi metri dalle nostre bolle. Un animale di oltre tre metri di larghezza, col dorso completamente nero e il ventre chiazzato di bianco, circondato da un corteo di remore grandi come spigole da cena di Natale. Istintivamente abbiamo preso a pinneggiare verso l’immensa creatura, che ha mantenuto la sua andatura, incurante della nostra presenza. Pochi istanti dopo dal blu è apparso un secondo esemplare, e poi un terzo. Continuavano a girare in tondo in una zona circoscritta, di tanto in tanto compiendo dei looping, delle improvvise cabrate verso la superficie, seguite poi da altrettanto veloci discese. Il perché è stato subito evidente: appena girata la punta ci eravamo accorti che l’acqua era più fredda e decisamente più torbida. E’ chiaro che qui passa una corrente ricca di plancton in grado di offrire un ricco banchetto alle grandi mante. Un assaggio del mare della Nuova Caledonia, della ricchezza di questo angolo di Oceano Pacifico. Non un episodio sporadico, dovuto ad un colpo di fortuna. Tanto che ogni volta che torneremo ad immergerci nelle acque della pass del Phare Amedee torneremo ad imbatterci nelle mante, torneremo ad osservare il loro volo maestoso ed incurante della nostra presenza, sempre in quell’angolo di reef così ricco di sostanze nutritive.

Oltre che per escursioni in barca all’isolotto e per partite di pesca d’altura sul reef esterno che circonda la Grande Terre, Noumea è anche una buona base di partenza per gite nell’interno, verso la spina dorsale montuosa della grande isola. Colline verdi di vegetazione e ricchissime di minerali: l’estrazione del nichel è una delle maggiori fonti di reddito del paese. Noi abbiamo scelto di dedicarci ai numerosi trekking organizzati dalle strutture turistiche locali, alle gite in canoa lungo i ruscelli che scorrono nell’interno, fermandoci di tanto in tanto per un bagno rinfrescante in un laghetto sotto una cascata. Ci siamo poi spostati in macchina fin sulla selvaggia costa orientale, spettacolarmente sovrastata dalle montagne più alte dell’isola. Qui torrenti gonfi di acqua generano impressionanti cascate che, saltando da un laghetto all’altro, si gettano direttamente nell’oceano. Anche in questa zona vanno segnalate per i più sportivi le grandi possibilità che ci sono di impegnarsi in piacevoli escursioni a piedi lungo percorsi che si arrampicano fin sulle cime più alte.

Stando a nord non si può dimenticare di segnalare un luogo che farà la felicità dei subacquei più accaniti. Di certo Malabou è una ideale base di partenza per alcune fra le immersioni subacquee più belle dell’intero Oceano Pacifico. Questo tratto di mare è infatti quasi del tutto inesplorato, e la barriera corallina corre per miglia e miglia a destra e a sinistra della pass, mentre a nord non si incontra altro che oceano. Ci si immerge lungo pareti impressionanti ed apparentemente senza fine, addobbate da una quantità incredibile di gorgonie, crinoidi, stelle marine, spugne, e popolate da fittissimi banchi di pesce. Immersi in queste acque si gode veramente l’emozione della scoperta, dell’esplorazione, il sogno di essere i primi a scendere su fondali che forse non hanno mai visto altri sommozzatori. All’interno della pass, invece, l’immensa laguna accoglie i cultori del sole e di una vacanza fatta di riposo e tranquillità, con la barca sicuramente ormeggiata sulla sabbia corallina bianchissima di un basso fondale.

Ma il punto più sorprendente della “nostra” Nuova Caledonia è stato proprio l’Isola dei Pini, non a torto il luogo più noto e rinomato turisticamente. Siamo arrivati all’isola in barca, dopo un paio di giorni di sonnacchiosa navigazione dal porto di Noumea. Abbiamo sostato in numerosi reef, in baie belle e selvagge prima di lasciare la Grande Terre ed avventurarci nello stretto. In uno stretto tra terra e mare, visto che l’isola dei Pini appartiene più all’Oceano che alla terra, più al labirinto di coralli che la circondano e di cui fa parte periodicamente nei momenti di alta marea, almeno per una buona parte. La magia del mare dei Coralli, non può non colpire il navigatore, mentre la prua della barca si destreggia tra i reef, lasciando in ogni istante l’equipaggio con il fiato sospeso. Si attraversano autostrade blu come l’inchiostro, serrate da due barriere verde smeraldo. Si getta l’ancora a fianco di un isolotto sabbioso per un bagno di sogno. Si raggiunge l’isolotto a nuoto per riscaldare la pelle bagnata sotto i raggi caldi del sole tropicale. E dopo poche ore l’isolotto non c’è più, la spiaggia dove eravamo sdraiati si visita con la maschera e le pinne e dove prima eravamo noi ora sgambettano granchi e paguri. Il paesaggio attorno alla barca cambia in continuazione, i blu e i verdi si alternano sfumando gradualmente gli uni negli altri. A sera appare in lontananza la sagoma dell’isola. Più che un’isola da lontano sembra una flotta di navi all’ormeggio: le sagome alte e slanciate dei pini sono tutto quello che si vede da lontano. E questa è l’immagine che ne ebbe anche Cook: una flotta di vascelli all’ancora, non qualcosa che appartiene alla terra, ma al mare. E sbarcare all’alba sulla sabbia bianca e fresca di una spiaggia dell’isola dopo una lunga nuotata ci ha lasciato il tempo di godere appieno della bellezza del paesaggio, del silenzio di un pezzo di mondo conosciuto ma non ancora violentato dal turismo, né, per fortuna, dalle bombe atomiche francesi. Le onde delle acque della laguna ancora assopita non avevano la forza necessaria per fare rumore, per turbare quella quiete, quel silenzio magico e assoluto di un’isola di sogno.

L’esplorazione prosegue di giorno, a piedi ed in bicicletta, fin quando non giungiamo sulle rive di un fiume che attraversa la giungla. L’acqua del fiume è però acqua di mare. La corrente scorre impetuosa spinta dalla forza della marea. Sediamo sulle rive a guardare, mentre gustiamo la Bugna, un tipico piatto locale, acquistato in una capannina di legno e foglie di palma. Poi, a poco a poco, la corrente si calma, rallenta, si arresta. Con l’acqua alle cosce camminiamo sul fondo del fiume. Un fiume in cui vivono i pesci corallini, dove i pesci balestra difendono i nidi attaccando i nostri piedi. Procediamo nel fiume chiuso tra due foreste di pini, fino ad arrivare in un lago. Sulle rive di un incredibile laghetto turchese. Il tipico lago di montagna, con gli stessi colori di un lago di montagna, con i pini sulle sponde, come in un lago di montagna. Ma con i fondali tappezzati di coralli e abitato da sciami di pesciolini azzurri. Di fronte ai nostri occhi una barriera di rocce calcaree separano il lago dalle onde dell’Oceano. Durante l’era quaternaria, successivi episodi di glaciazione e deglaciazione hanno portato il livello delle acque ad alzarsi ed abbassarsi ritmicamente, arrestando o reinnescando l’opera di costruzione dei coralli di scogliera. E così oggi l’aspetto dell’isola è quello di un labirinto di corallo, quello di un reef corallino in parte emerso ed in parte sommerso, un’isola che cambia forma in ogni istante, mentre le acque invadono le terre per centinaia di metri verso l’interno, o lasciano quelli che fino a pochi minuti prima erano fondali marini. Ci accorgiamo di questo attraversando un dedalo di canali con una tradizionale piroga a vela, navigando su fondali coperti di sabbia o da grandi teste di corallo, assolutamente uguali come forma a quei grandi blocchi di calcare che ora svettano davanti ai nostri occhi. Calcari che un giorno lontano erano madrepore, coperte da pochi metri di acqua salata.

Anche all’interno dell’isola è registrata questa storia di ingressioni e regressioni oceaniche, di glaciazioni e deglaciazioni lontane. Nel pieno della giungla, infatti, una grotta scende attraversando le rocce calcaree del sottosuolo, rocce formate da antichi coralli di scogliera. E l’acqua delle piogge riesce a filtrare nel terreno, ad attraversarne gli strati fino ad entrare nella cavità, che è dunque invasa di acqua dolce e limpidissima. Ci immergiamo all’interno, e, alla luce dei fari, strato dopo strato, rileggiamo tutta la storia dell’isola, scopriamo resti di coralli antichissimi, ammassati gli uni sugli altri, separati tra loro da strati di rocce che raccontano periodi di emersione. Intanto l’acqua corrode le rocce, squaglia i calcari, li rideposita in stalattiti e stalagmiti che decorano la grotta e la fanno somigliare ad una foresta pietrificata. E così anche l’interno dell’isola è conteso tra la terra e le acque, come tutto il resto dell’isola contesa tra il mare e l’attuale barriera vivente, il cuore di un arcipelago che batte seguendo il pulsare ritmico della marea.

NOTIZIE UTILI

La Grande Terre, l’Ile des Pins e le Iles Loyauté formano l’arcipelago della Nuova Caledonia, che si trova in pieno oceano Pacifico tra l’Australia e le Fiji. Tutte le isole sono sotto la giurisdizione francese, anche se tradizioni locali continuano a rimanere vive e sentite tra gli abitanti. La moneta usata è il franco del Pacifico; la lingua ufficiale è quella francese; il fuso orario è di 10 ore in più rispetto al nostro paese; il clima è tropicale con temperature variabili tra i 20° e i 26°. Per raggiungere la Nuova Caledonia, il collegamento più comodo è senz’altro quello dell’Air France che effettua due voli diretti a settimana, il mercoledì e la domenica, da Parigi fino a Noumea, capitale della Nuova Caledonia. Il costo della vita non è elevatissimo, ma non ci si deve aspettare di spendere quanto in un atollo sperduto nel Pacifico. Sono molteplici le attrattive offerte dal territorio; sono praticabili, infatti, le attività sportive più diverse: l’avventura via terra è assicurata da una gita attraverso il sud della Grande Terre, percorrendo strade sterrate e sentieri impervi con i fuoristrada, e fermandosi ogni tanto a rinfrescarsi nelle rapide usando i kayak; questo è uno degli itinerari proposti da Adventure Pulsion, 14 Rue Jenner, Noumea, tel. 262748.

Proseguendo la visita del paese nell’entroterra, ci si renderà conto che il paesaggio selvaggio e naturale offre la possibilità di fare dei percorsi di mountain bike favolosi. (New Cycles, 7 Rue Faidherbe, faubourg Blanchot, Noumea, tel. 687/272050, fax 687/283722). Ma sicuramente uno dei modi migliori per gustarsi questo arcipelago con i suoi reef e le sue verdi lagune è con le crociere: moltissime le barche che organizzano il tour delle isole, a vela, a motore, con catamarani o imbarcazioni di ogni genere adatte alla pesca, alle immersioni, alle gite, ai viaggi.

La tradizione nautica in Nuova Caledonia, poi, risale a moltissimi anni fa, quando nel 1854 Noumea fu scelta come porto e capitale del paese dall’ufficiale Trady de Montravel, e fu chiamata porto della Francia. Nonostante oggi il suo nome sia cambiato in Noumea resta ancora il punto di partenza per tutte le barche, grazie soprattutto alla sua struttura molto ben attrezzata e provvista di ogni genere di comfort. Vi consigliamo le agenzie Pacific Charter, 138 route de l’Anse Vata, Noumea, tel. 261055 e Vagabond charter, 34 Laroque, Noumea, tel. 261493; se invece preferite le barche a motore rivolgetevi a Nirvana Charters, Port Moselle, BP 4955, Noumea, tel. 259461, che possiede un grosso catamarano sia a vela che a motore. Ad ogni modo la Nuova Caledonia è principalmente il paradiso dei charter, anche nelle isole minori, e in maniera particolare l’Ile des Pins: per queste rivolgetevi a Ginn-Fizz croisieres, Alexis et Cathy, Ile des Pins, tel. 687/461000.

Per immergervi tre i diving: al sud nella capitale l’Amédée Diving Club, 138 Rue de l’Anse Vata Po box 2675, tel. 2640929; nel nord a Malabou con il Pacific Diving Center, presso l’hotel Malabou BP 5, Poum, tel. 356060; ed infine all’Ile des Pins, il Nauticlub, tel. 461142.

Per ulteriori informazioni contattare l’Ente del Turismo francese, in Via Larga 7 a Milano, tel. 02/58316471, oppure l’ente del turismo della Nuova Caledonia, Destination Nouvelle Calédonie, 39-41 rue de Verdun, BP 688, Noumea, tel. 687/272632, fax 274623.

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