Zanzibar Fra pass e lagune

Zanzibar: l’isola odorosa di spezie ha bellezze irripetibili sia nel suo interno che sotto la superficie del mare. Una popolazione gentile, semplice e disponibile.

L’abbacinante sole africano splende in un cielo costantemente sereno, eppure quaggiù, nella giungla di Jozani, si vive in una eterna penombra verde, la luce intensa fermata al di sopra della volta della foresta, un tetto compatto di rami e foglie. Una brezza leggera agita all’esterno la cima degli alberi. Qui in basso, nulla. Il respiro della foresta è fresco ed immobile; il suolo che calpestiamo, nero e umido, è ricco di vita. I mille suoni di sottofondo della giungla – il verso di un uccello, il grido delle scimmie, l’urlo di chissà quale animale – non coprono il rumore che i piedi inesperti provocano ad ogni istante; un passo incauto, un ramo spezzato, e poi le foglie, che quando le calpesti fanno un rumore tremendo, soprattutto se attorno a te tutto è ovattato, silenzioso ed invisibile. Il varco aperto nell’intrico di piante è ampio, una zona di respiro in questa massa compatta di ombre e di rumori…

La nostra guida cammina spedita: un’esitazione, una foro e rimani indietro, da sola, gli altri uomini inghiottiti da muri di piante delle quali non conosciamo nemmeno il nome…

Zanzibar un tempo era tutta così, prima che le piantagioni di cocco, di mango e soprattutto quelle dei preziosissimi chiodi di garofano ne modificassero il volto. Non certo profondamente, a dir la verità: solo il paragone con questo fazzoletto di giungla – preservato dal governo per la sopravvivenza di una scimmia, endemica dell’isola – fa capire come l’intrico di piante che in genere avviluppano le strade sconnesse siano in realtà delle “ordinatissime” piantagioni. Gli sterminati filari allineati di piante di chiodi di garofano si sottraggono a questa babele naturale di banani, manghi, pepe, cannella, ginger, cardamomo; piantagioni senza limiti, in mezzo alle quali ogni contadino riconosce le proprie piante senza esitazione e senza l’ausilio di pali o recinzioni. Ma del resto questi piccoli, incredibili chiodini profumati hanno avuto sempre un ruolo importante nella vita dell’isola: si dice che sbarcando a Zanzibar in estate si venga immediatamente avvolti dal loro profumo intenso, che permea l’intera città, le persone, le cose. Forse è solo leggenda; la realtà, in ogni caso, è che anche se da qualche anno Zanzibar non detiene più il primato mondiale della produzione, questa spezia è tutt’ora la voce più cospicua nel bilancio della piccola isola.

Duecentomila abitanti a Zanzibar Town, altrettanti nel resto dell’isola, dicono le fonti ufficiali. Un uomo ci porta nella sua casa: ha più di venti figli, da tre mogli diverse. I bambini, da grandi, avranno cura della sua vecchiaia; è per questo, ci spiega, che è importante averne tanti. Forse non tutti arriveranno all’età adulta: la mortalità infantile qui è molto alta; medici e tecnici dell’Unicef hanno un gran daffare per aiutare madri appena sedicenni e già al secondo o terzo figlio. I bimbi, intanto, corrono incontro alla macchina al nostro passaggio, curiosi, allegri, sorridenti: “Jambo!” è il trillo che ci accompagna per la strada avvolta nel verde. Ci chiamano, ci salutano: non chiedono mance e non vendono nulla; attratti solo dalla novità dell’automobile e del volto pallido del bianco. Avvolte nella vegetazione, le capanne di fango sono linde ed ordinate; le porte incredibilmente lavorate rivelano l’importanza sociale del padrone di casa; le donne spazzano costantemente per terra con una scopa di foglie di banano; appesi ad asciugare, i kanga colorati che rendono ogni donna una regina. Sotto un tetto di palme intrecciate, gli uomini siedono sui tronchi di legno a chiacchierare, mentre le ragazze fanno la fila al pozzo o preparano da mangiare. I bimbi vivono in un loro mondo fantastico, un cerchio ed un bastone creano il gioco più avvincente.

Fermiamo la macchina in mezzo alla foresta, un mango od un ananas per sfamarci, il succo di una noce di cocco per dissetarci. A tratti il vento porta con sé il rumore attutito di un tamburo… Ci avviciniamo, e siamo invitati ad una festa di matrimonio: la sposa si è ritirata nella capanna, mentre gli invitati si scatenano tra le palme ed i banani al ritmo dell’orchestrina composta da più tamburi e da un vecchio violino. Sono solo donne, elegantissime nei kanga sfavillanti che solo una donna di colore riesce a portare con lo stesso effetto di un abito di Valentino; gli uomini sono in disparte a guardare. Un bimbo di un paio d’anni si nasconde timido tra le gambe della madre.

Ma già, siamo venuti per scoprire il mare che lambisce le coste di Zanzibar, l’Oceano Indiano che qui si scontra per la prima volta con la terra, dopo aver viaggiato libero per più di diecimila chilometri dall’Indonesia. Un mare ancora vergine, nel quale si ha la sensazione vivissima di essere i primi a tuffarsi. L’Oceano lambisce i reef orientali di Zanzibar, reef martellati da un’onda lunga e potente, condizionati dalle maree infallibili: ma basta fermarsi un po’ ad osservare il ritmico respiro dell’Oceano per comprenderne il meccanismo, e conoscere in anticipo il momento propizio per prendere il mare affrontando il dedalo di canali della laguna verso la pass – il Mlango, come lo chiamano i locali.

Eccoci dunque in mare con una lancia, con il piccolo ecoscandaglio acceso alla ricerca di secche o cadute verticali del fondale oceanico a qualche centinaia di metri dalla barriera. Il fondale è diverso da quello delle Maldive; differente dal Mar Rosso o dai Caraibi, e concederà delle bellissime sorprese a chi saprà immergersi con gli occhi pronti dell’intelligenza e della curiosità. Più bello o più brutto, questa la sciocca domanda che fanno in tanti… E’ più bella Parigi o Londra? Atene o New York? L’acqua è abbastanza chiara: un piccolo branco di dentici tropicali sta godendo dei servigi di una coppia di pesci pulitori. Possiamo avvicinarci con tutta calma, gli animali sono in preda ad una “esaltazione mistica”, una sorta di trance: così un biologo australiano ha definito una volta lo stato di totale immobilità con il quale i pesci si abbandonano alle cure dei pulitori. In lontananza, un branco di aquile di mare passa in formazione. L’aumentare della corrente sul fondo ci segnala che sta cambiando la marea, e che è quindi giunta l’ora di rientrare, ma il giorno successivo siamo nuovamente a mare. Questa volta la sorpresa è grande: il display dello scandaglio segna trenta metri; poi, di colpo, la traccia del fondo sparisce per un poco, prima che la eco raggiunga il fondo, torni allo strumento e ci indichi la profondità: -75. Un salto di 45 metri, verticale, al largo di un’isola in pieno Oceano Indiano…neanche il tempo di realizzare e siamo già in acqua. La caduta è un abisso nero, diversi branchi di pesce si muovono lungo la roccia, mentre una forte corrente ostacola la nostra immersione. Salvatore e Yusienka scovano, nascosta in una nicchia, una tartaruga spaventosa, più di due metri di diametro. L’animale non è affatto nervoso e si lascia avvicinare ed accarezzare sino a che i due sub esauriscono la scorta d’aria delle bombole. Risaliamo con l’entusiasmo alle stelle e decidiamo di spingere la nostra esplorazione dei fondali di Zanzibar fino all’estrema punta nord dell’isola. Stiviamo dunque sulla lancia bombole, compressore, viveri, acqua, attrezzi per la pesca: tutto ciò che ci possa servire per essere autonomi per alcuni giorni.

La navigazione verso Nord è fantastica, sull’Oceano blu cobalto mosso solo da una dolce onda lunga. Di tanto in tanto entriamo nel reef, attraversando lagune color smeraldo bordate da spiagge bianchissime, e visitiamo alcuni delle decine di minuscoli villaggi sparpagliati lungo la costa, dove il turismo non è ancora arrivato…

Il nostro simpatico equipaggio intanto – composto da tre pescatori reclutati per l’occasione al villaggio di Uroa – si dedica alla pesca ed alla cucina alla brace di deliziosi e freschissimi carangidi. In poco tempo giungiamo all’atollo di Mnemba, un minuscolo cerchio di sabbia bianchissima circondato da un reef grande dieci volte la parte emersa. Nel lato rivolto all’Oceano, il reef corallino scende da pochi centimetri ad oltre quaranta metri di profondità. Siamo stati attorniati da branchi di piccoli pesci gialli, abbiamo rincorso le aquile di mare, fotografato le cernie, accarezzato tartarughe e trigoni, dopodiché siamo rientrati in costa ed abbiamo veleggiato su un dhow a vela latina verso l’isola di Tumbatu: la più isolata, la più magica e superstiziosa fra i territori di Zanzibar.

E dappertutto gentilezza, disponibilità, semplicità.

Già; eravamo venuti per svelare i gioielli nascosti dell’Oceano Indiano, ed abbiamo scoperto invece che il tesoro più prezioso di Zanzibar è celato a terra: è l’Africa, la sua gente, ancora … vera; le sue tradizioni, i suoi modi di vita semplici, essenziali; regolati dalle necessità e dai ritmi umani, con poco spazio – oggi e per poco tempo ancora – per il denaro e per il potere.

NOTIZIE UTILI

Al largo della costa orientale africana, Zanzibar – un’isola dal nome conosciuto ma misterioso – ha una storia ricca ed avventurosa. Sede di un sultanato arabo sin dal X secolo, appartenne ai portoghesi dal XVI al XVII secolo per poi cadere nel 1890, dopo un periodo di sultanato indipendente, sotto il protettorato britannico. Fu mercato di avorio ed anche di schiavi, fino a quando non ne venne abolito il commercio. Nel 1964 Zanzibar si unì al Tanganica, costituendo la Repubblica di Tanzania. E’ un’isola estesa 1660 kmq, più di sette volte l’isola d’Elba. Il territorio pianeggiante è ricoperto da estese coltivazioni di chiodi di garofano (fino a pochi anni fa Zanzibar ne era la prima produttrice al mondo), noci di cocco, banane.

Visto: obbligatorio. E’ necessario che sul passaporto non compaia alcun visto per il Sud Africa.

Fuso orario: + 2 ore rispetto all’Italia.

Vaccinazioni: obbligatorie contro la febbre gialla ed il colera; consigliata la profilassi antimalarica.

Lingua: swahili ed inglese.

Valuta; scellini tanzaniani. Cambio obbligatorio all’arrivo di 40 $ americani (o l’equivalente in sterline inglesi o in altra moneta “forte”, esclusa la lira italiana) in scellini tanzaniani. E’ proibita l’esportazione di valuta.

Dogana: è vietata l’esportazione, se non autorizzata, di conchiglie, corallo ed avorio.

Per raggiungere Zanzibar: da Mombasa, volo diretto giornaliero; da Dar es Salaam, servizio di aliscafo.

Trasporti sull’isola: le strade sono dissestate, ma percorribili in automobile o in motorino.

Escursioni: giro delle spezie; il Nord dell’isola e visita a Tumbatu; giro del Sud; Jozani Forest; ma, in generale, tutte le strade che attraversano la foresta offrono scenari stupendi. Da visitare la caverna degli schiavi. Da non perdere, infine, la visita al museo di Zanzibar Town, ricco di fotografie del secolo scorso, testimoni degli ultimi sultani e della dominazione inglese di fine ed inizio secolo.

Diving Center: il Diving World Zanzibar è situato presso l’Uroa Bay Hotel and Fishing Club, sulla costa orientale dell’isola. Il centro dispone di 20 attrezzature complete, compressore, bombole e barche per le immersioni.

Per informazioni, rivolgersi alla Scubatour.

Nei pressi della città è situato il villaggio Mawimbini della società Baganza.

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