Museo marinaro Gio-Bono Ferrari, Camogli

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Tutti i ricordi e i documenti della tradizione camoglina di due secoli, degli anni nei quali le vele liguri disegnavano il mare

MILLE BIANCHI VELIERI

Il Museo Civico Marinaro di Camogli è stato fondato da Gio-Bono Ferrari, studioso di cose di mare, da cui poi ha preso il nome. Spesso accade che una persona che viene da fuori, piuttosto che chi da sempre vive all’interno della stessa comunità, sia la prima a notare le particolarità ed il fondamentale valore di un luogo e dell’attività dei suoi abitanti.Vinta la diffidenza iniziale, tipica di questi uomini di mare, Gio-Bono Ferrari è riuscito a riunire il prezioso materiale necessario per costituire un Museo Marinaro, sino a creare un vero e proprio “boom” scatenando gli entusiami locali per questa nuova istituzione, convogliando in tale sede documenti, quadri, foto, oggetti privati, strumenti, cimeli vari delle diverse famiglie di armatori, capitani e marinai di Camogli e inorgogliendo quindi sempre più i donatori per quello che stavano realizzando. E così il Museo è divenuto un’eccezione – unico esempio tra i diversi musei navali esistenti – in quanto per nulla derivato da istituzioni o archivi statali o pubblici, ma solo da raccolte private di singole famiglie, giungendo così ad essere un tutt’uno con la popolazione che l’ha creato pezzo per pezzo, dall’acquarello anonimo del pinco “N.S. del Soccorso” comandato dal Cap. Antonio Marini, considerato uno dei più antichi (c. 1800), che svolgeva il trasporto dell’allume da Civitavecchia a Genova e Marsiglia, alle bolle di carico, come quella del 1796 redatta a Livorno per merci destinate a Genova e imbarcate sulla filuga “I Cristofano” di padron David Giacomello, o la bolla relativa ad ottanta fusti di allume di Rocca, caricati il 5 gennaio 1818 a Civitavecchia da Anselmo Duma sul brigantino “Il Silenzio”, comandato da Domenico Guarello e diretto a Genova alla Società delle Allumiere.

Da sempre Camogli si è dedicata al mare, anticamente armando battelli da pesca destinati alla Gorgona, alla Capraia e alla raccolta del corallo nel Mar d’Africa; era questo il suo destino poichè, senza comode comunicazioni terrestri e quindi isolata dal mondo, i suoi abitanti prediligevano andar per mare. Per questo Camogli è divenuta una città di capitani e uomini di mare che si distinguevano per il coraggio e lo sprezzo del pericolo: con veloci feluche e sciabecchi rifornivano di viveri e munizioni le piazzeforti assediate, sfuggendo abilmente ai blocchi dei pesanti vascelli e fregate carichi di cannoni. E questi uomini con i loro sudati guadagni continuarono sempre acquistando navi, o entrando in comproprietà con l’acquisto di pochi carati dell’imbarcazione su cui navigavano e che a mano a mano diveniva sempre più veloce e più grande.

È con la Campagna di Algeria – iniziata nel 1830 e conclusa nel 1847 – che, al seguito del Corpo di occupazione francese, iniziò la fortuna dei camogliesi, molti dei quali si trasferirono in Francia con tutta la famiglia, dato che l’Intendenza francese noleggiò diversi loro legni. Con i guadagni i marinai camogliesi provvedevano anche a far studiare i propri figli “da capitano” presso la locale ed antica scuola nautica della città; così si elevava sempre più la loro posizione sociale. L’attuale Istituto Nautico “Cristoforo Colombo” a quei tempi si distingueva per la sua funzionalità, in quanto le lezioni duravano tutto l’anno, ma venivano intensificate nei periodi invernali quando era più difficile la navigazione.

Tra il 1840 ed il 1854 si svilupparono i viaggi per il trasporto delle granaglie del Mar Nero: in quel periodo ben centoventi nuove unità a vela – per lo più brigantini – entrarono a far parte della flotta di Camogli. Poco dopo vi fu l’occasione della spedizione di Sebastopoli; i capitani continuarono così sulla rotta del Mar Nero sfidando i Dardanelli ed il Bosforo per tutta la guerra di Crimea (1853-56). Al comando di piccoli brigantini, bombarde e pinchi, i vari capitani Mortola, Razeto, Schiaffino, Pinara ….battevano il Mediterraneo alla ricerca di nuovi noli e carichi per le proprie navi, sfidando ogni pericolo in questo periodo di guerre. Il Conte di Cavour soleva dire che con “quei diavoli di camogliesi il viaggio era assicurato”.

Come racconta Tommaso Gropallo nel suo “Romanzo della Vela”… non vi fu bastimento italico attrezzato a lungo corso che, almeno un paio di volte, non si fosse recato in Mar Nero … dove si caricava il grano per il Nord Europa. Un viaggio da quei porti a Genova o Marsiglia durava in media trenta giorni, per il Nord Europa una cinquantina. Ogni brigantino caricava da 1500 a 2000 quintali di grano.

Tutto era legato alla famiglia: gli uomini in mare, donne e figli a terra, ma sempre strettamente uniti tra loro. Il comando delle navi veniva affidato esclusivamente ai più stretti parenti e così le principali cariche di bordo: padre, figlio, genero, fratello, tutti assieme lavoravano e collaboravano per condurre a destinazione la nave affidata loro. I guadagni poi servivano sia a investire nell’attività marittima sia a costruire le case per i propri cari. Come ci racconta il Comandante Schiaffino, “ogni casa ed ogni villa potrebbe avere il nome di un veliero e di un viaggio”.

In quegli anni si giunse al massimo splendore della vela, che esaltò questi uomini che vivevano sul mare: le linee dei velieri si affinarono, alberi e vele aumentarono sempre più di numero, gli scafi erano sempre più veloci ed efficienti, le manovre più rapide e così le rotte si allungavano per andare – sfidando gli Oceani – verso il Nord Europa, le Americhe, l’Australia, la Nuova Zelanda, passando ripetutamente il pericoloso Capo Horn dove i due oceani si “scontrano”. Gio-Bono Ferrari, storico della marineria camogliese, è riuscito a rintracciare ben 2950 velieri appartenuti ad armatori della cittadina ligure.

Logica conseguenza del continuo sviluppo e dell’aumento della flotta di Camogli fu creare una propria importante associazione e rafforzare le istituzioni marinare: in questo modo si volevano tenere sempre più unite le forze sia umane che economiche della città. Nel 1853 era infatti sorta per opera di Capitan Nicolò Schiaffino la “Associazione di Mutua Assicurazione Marittima Camogliese” – prima mutua marittima italiana – costituita con un capitale assicurato di 3.400.000 lire per 143 velieri, tra cui 126 brigantini, per complessive 25.000 tonnellate di stazza. Il suo primo indispensabile imperativo era: il Capitano del bastimento deve essere di Camogli. Nel 1862 i velieri assicurati erano 166 per complessive 6.500.000 lire e 45.800 tonnellate, e si trovarono così ulteriori capitali per costituire localmente altre associazioni come la “Nuova Camogliese” e la “Mutua Camogliese”. Nel 1875, al massimo splendore della vela, Camogli giunse ad avere circa 400 velieri per un valore assicurato tra i 30 e i 40.000.000 di lire. In quegli anni la città contava quasi 10.000 abitanti, di cui almeno 5.000 erano vecchi, donne e bambini; dei restanti circa 2.500 erano analfabeti, mentre vi erano circa 500 capitani marittimi diplomati alla scuola locale.

Ovviamente non mancarono mai gli incidenti ed i naufragi in mare, con la conseguente tragica perdita parziale o totale degli equipaggi; ricordiamo che chiunque cadesse in mare nel doppiare Capo Horn doveva ritenersi perduto e la nave neanche tentava il recupero. L’imbarcazione che raggiunse la maggior diffusione nella seconda metà dell”800 è stato il brigantino a palo, noto anche come bark o barque: famoso è stato l'”Angiolina B.” al comando del capitano Francesco Schiaffino, che tra i 1867 ed il 1876 rimontò parecchie volte Capo Horn. Questo capitano alla fine della sua carriera poteva vantare ben 21 traversate del terribile Capo ai confini del mondo, che ormai è divenuto un mito, sino a creare una Società dei Cap Horniers, che raccoglie tutti i velisti che lo hanno doppiato.

Dopo il 1870 si sviluppò in Italia il grande fenomeno dell’emigrazione diretta da Genova verso Vera Cruz, il Plata, il Brasile; da duecento fino a cinquecento persone, ammassate in stiva su provvisorie brande di legno che al ritorno venivano sostituite da merci, costituivano il carico di brigantini e navi. Chi poteva permettersi la spesa veniva invece alloggiato più comodamente nelle cabine di poppa: ma per tutti, passeggeri e marinai, il vitto era il medesimo. Per esempio, nel 1855 il brigantino “Annibale” di 216 tonnellate, di Camogli, salpava da Genova per il Plata con un carico di 118 passeggeri di cui 9 alloggiati a poppa: le tariffe ammontavano a 275 lire per quelli sistematii sottocoperta e a 400 per gli altri.

La Riviera ligure di Levante risultò sempre ricca di centri di armatori più che di costruttori: Chiavari e Lavagna furono le località dove si costruiva di più, ma il piccolo borgo marinaro di Camogli, stretto fra le montagne ed il mare, da sempre è stato il principale centro armatoriale, raggiungendo una posizione di rilievo confermata anche dalla presenza di un teatro, unico esistente nelle piccole cittadine marittime liguri. Un sintomo del benessere raggiunto è segnalato anche da un portolano inglese dei primi anni del ‘900 che evidenziava come Camogli fosse ben riconoscibile dal mare di notte: era l’unica cittadina della Riviera illuminata con la moderna e costosa luce elettrica!

Camogli fu l’ultimo dei borghi marinari ad armare fino al 1914 bastimenti in legno per il Lungo Corso, ma dopo la Grande Guerra la navigazione a vapore non lasciò più spazio operativo ai grandi velieri sopravvissuti agli eventi bellici; come in altri luoghi, le famiglie armatoriali trovarono poi grande difficoltà a superare questa crisi della vela e a passare ai mezzi più moderni costruiti in ferro e con propulsione a vapore.

Il Museo Marinaro raccoglie oltre 110 quadri di gran pregio, i cosiddetti “ship-portrait”, i cui autori sono tra i più noti ritrattisti di navi dell’epoca: Angelo Arpe di Genova, L. Bastida, R.A. Borstel di Temple West, Nicolas Cammillieri di Malta, A.L. Alfred di Dunkerque, Domenico Gavarrone di Genova, A. Lupo di Venezia, Antonio, Giovanni e Vincenzo Luzzo di Venezia, Josè Pineda Guerra, W.H. Yorker di Liverpool, Meogucci di Ancona, Agostino Milanopulo, L. Roberto di Napoli, Scotto di Malta, Thomas Willes di Brooklin. Ma le pareti delle due sale comunicanti del museo sono anche “tappezzate” con innumerevoli fotografie che ritraggono i velieri camogliesi in tutti i vari porti che toccavano: quando non era possibile concedersi il ship-portrait era d’obbligo la foto alla nave ed all’equipaggio.

Nelle vetrine sono poi esposti i vari Libretti di Navigazione, ne sono stati raccolti quasi un centinaio, che ci raccontano la storia delle diverse imbarcazioni; non mancano poi diplomi di Capitano, attestati vari ed anche una preziosa rassegna di portolani dell’epoca.

I nomi delle varie navi sono quasi sempre legati alla famiglia, ma qualche volta nascondono particolari risvolti legati alla storia dei loro capitani. È il caso del brigantino a palo “Sarò Caino”, ancora vivo nel ricordo della gente di Camogli. Il capitano Bartolomeo Olivari si era particolarmente risentito verso il fratello che non aveva onorato una ricevuta firmata in suo favore. I due infatti si erano incrociati in mare ed il secondo, che aveva perso parte dell’alberatura ed era praticamente con le vele a brandelli, aveva chiesto aiuto a capitan Bartolomeo, che come parente non aveva potuto rifiutarsi, ma da buon ligure aveva preteso una ricevuta per le vele “prestate”, che avrebbero dovuto essergli poi riconsegnate. Non essendosi verificata tale circostanza quando il fratello si fece costruire l'”Abele”, il Capitano Olivari, per far capire come ancora la pensava, quando poco tempo dopo impostò il suo nuovo bastimento lo battezzò “Sarò Caino”.

I maggiori centri armatoriali liguri erano quelli di Nervi e di Camogli e la sfida fra loro era sempre viva, specialmente se due bastimenti provenienti da queste due cittadine si trovavano ad operare in porti esteri sulla stessa rotta. Si assisteva allora ad una vera e propria sfida, molto spesso di miglia e miglia, sulle acque degli oceani. Tommaso Gropallo infatti ci narra del brigantino a palo “Prospero e David” di 900 tonnellate, di Camogli, e del “Laghetto” di 898 tonnellate, di Nervi, ritrovatisi alla fine del 1899 a Savannah a caricare resina in botti per Samarang, nell’isola di Giava, i cui rispettivi capitani decisero per una sfida in piena regola. Il 2 gennaio partiva il “Prospero e David” ed il 15 lo seguiva il “Laghetto”, ma il secondo riuscì a superare il primo ed in 101 giorni di navigazione giunse a destinazione mentre l’altro ne impiegò ben 143. Ma fu il veliero di Camogli a vincere una nuova sfida giungendo, carico di riso, da Bassein a Plymouth in 125 giorni mentre il “Laghetto” impiegava 183 giorni per arrivare a New York.

Il museo ha una propria ricca biblioteca costituita da molti diari di bordo manoscritti che raccontano questi viaggi, ma anche da testi nautici tecnici; notevole è poi la rassegna dei diversi strumenti, sestanti, orologi solari, cronometri, oltre ad un solcometro a barchetta, una magnifica sfera armillare ed ai pratici segnarotta alle casse da mare che i marinai usavano per tenere i propri abiti.

All’ingresso un bel pannello raccoglie tutti gli strumenti usati dai calafati, e probabilmente erano quelli che si tenevano a bordo della nave su cui c’era sempre un abile carpentiere per provvedere, in caso di necessità, lontano dal proprio porto. Nelle vetrine, oltre ai vari documenti, è esposta anche una serie di modelli dei diversi velieri che erano stati armati a Camogli o che erano di casa nel suo porticciolo, come il leudo, la tradizionale barca ligure impiegata per il cabotaggio; una serie incredibile di navi in bottiglia testimonia poi come ogni abitante di questa cittadina volesse sempre avere accanto la propria barca.

Un piccolo angolo del museo è dedicato a Giuseppe Garibaldi e a Nino Bixio, che prima di distinguersi nella storia del Risorgimento italiano fecero le loro esperienze in mare raggiungendo il grado di Capitano marittimo; forse da queste vive prove in mare è derivato loro quel rapido modo di interpretare gli eventi ed agire con decisione nei combattimenti di terra.

Non deve stupire la presenza di alcune foto di Guglielmo Marconi e del suo yacht-laboratorio “Elettra”, in quanto il suo timoniere era proprio di Camogli e fino all’anno scorso, quando è scomparso, sostava sempre in ricordo del suo comandante davanti a quelle foto che lui stesso aveva donato al Museo.

Le famiglie dei marinai e degli armatori erano tradizionalmente molto religiose e nutrivano grande devozione per la Nostra Signora del Boschetto, cui è stato dedicato il santuario eretto sopra Camogli. È di questi giorni la notizia che la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Genova ha terminato il restauro dei quadri votivi conservati nel santuario e che costituiscono un’altra importantissima documentazione.

NOTIZIE UTILI

Il Museo Civico Marinaro “Gio-Bono Ferrari” di Camogli si trova all’inizio della cittadina, in Via Gio-Bono Ferrari n° 41, dove ha sede anche la locale Biblioteca Civica; è situato su di un unico piano ed i vari documenti e cimeli risultano piuttosto compressi, mentre le pareti sono tappezzate di preziosi quadri ad acquarello e foto d’epoca.Gio-Bono Ferrari, il suo fondatore, nacque a Camogli nel 1882 e all’età di quattro anni seguì la famiglia emigrata a Buenos Aires, vivendo così a lungo in Argentina dove collaborò ripetutamente con il Ministero dell’Agricoltura di quel paese quale specialista in cereali e fece anche il corrispondente per il giornale «La Prensa». Tornato definitivamente in patria nel 1916 per arruolarsi allo scoppio della Grande Guerra, mise su famiglia a Camogli e s’inserì a fatica nell’ambiente di lavoro genovese.

Visse in prima persona la crisi dei traffici marittimi e vide la scomparsa del mondo della vela di cui aveva pazientemente raccolto la storia in relazione alla “sua” Camogli. Ricordiamo le sue importanti pubblicazioni che hanno fatto conoscere a tutti questo mondo chiuso: “La città dei mille bianchi velieri – Camogli”, “Capitani di mare e bastimenti della Liguria del secolo XIX” e “L’epoca eroica della vela”.

Quindi si rivolse alla popolazione proponendo di donare i ricordi tangibili, che erano in tutte le case di Camogli, per costituire un “Museo Marinaro” che fosse di tutti. Fra il 1937 ed il 1938 egli riusci così a raccogliere notevoli documenti e cimeli del periodo compreso tra i secoli XVIII e XX e nel luglio del 1938 il museo venne aperto al pubblico. Proseguì nell’impresa quale Direttore e Conservatore del museo fino alla sua scomparsa avvenuta nell’ottobre del 1942.

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