Il museo del mare di Trieste

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Il Museo del Mare di Trieste raccoglie una collezione estremamente interessante relativa alla più classica tradizione navale a vela dell’800 disposta utilizzando sistemi e concetti espositivi moderni

È noto che Trieste ha sempre cercato l’indipendenza da Venezia per non esserne completamente soffocata economicamente; ma nonostante la sua dedizione alla casa d’Austria fin dal 1382, fu solo nel ‘700 che ebbe modo di dare concreto impulso alla marineria, a seguito della decadenza sempre più accentuata della Serenissima. È quindi nell”800 che Trieste divenne il principale porto dell’impero absburgico, soffocando sempre più Venezia.”Trieste e la cultura marinara per una guida al Museo del Mare”, è la corposa Guida di Valerio Staccioli, disponibile per seguire il percorso espositivo del museo, che fornisce inoltre tutte le nozioni necessarie a conoscere lo sviluppo navale dalle origini ad oggi.

Nel 1888 veniva fondata a Trieste la Società Austriaca di Pesca e di Piscicultura Marina, atta a promuovere l’esercizio della pesca lungo le coste dell’alto Adriatico, e nel 1904 la Società istituì un Museo della pesca per promuovere la diffusione di quest’arte e di ricerche scientifiche e pratiche nel campo.

Facendo seguito alle molte mostre nazionali ed internazionali relative alla produzione industriale ed artistica già tenutesi a Londra, Parigi, Napoli, Vienna e Trieste, nel 1910 si svolse a Capodistria la Prima Esposizione Provinciale Istriana in cui spiccava una Sezione marittima, che riscosse tanto successo da indurre a promuovere una struttura permanente di questo tipo, che riunisse il materiale disponibile – dopo la chiusura della mostra – unitamente alle collezioni relative alla pesca. Così nell’ottobre del 1911 si costituì a Trieste l’Esposizione Marittima Permanente, di fatto il nucleo di partenza del futuro Museo del Mare: il materiale disponibile venne raccolto in via Sanità n. 7, ora via Diaz, e l’Esposizione fu inaugurata il 4 novembre. Dopo vari trasferimenti i diversi cimeli, sempre più numerosi – grazie anche al contributo dell’I.R. Accademia di Commercio e Nautica – vennero affidati nel 1932 alla Società Adriatica di Scienze Naturali che li custodì fino al 1968, per entrare poi a far parte delle collezioni dei Civici Musei ed essere definitivamente collocati e visibili al pubblico, dal 1972, nell’attuale sede di Campo Marzio n.5, all’interno dell’antica palazzina costruita nel 1721 per essere adibita a Lazzaretto, poi a sede dell’Arsenale di Artiglieria della Marina e quindi usata come caserma.

L’esposizione attuale si avvale di grandi vetrine centrali e bacheche laterali in cui sono esposti i vari cimeli, il tutto corredato da grandi pannelli didattici esplicativi per le diverse varietà dei temi trattati.

Della cultura marinara triestina è fondamentale l’esposizione degli strumenti navali appartenenti alla Scuola Nautica di Trieste, la cui fondazione risale al 1753. Una caratteristica della città era infatti anche quella di produrre in loco sia tutto quello che era indispensabile per costruire le navi, sia gli strumenti necessari alla navigazione; un esempio abbastanza inconsueto e che ci consente di ammirare ottanti, sestanti, solcometri e bussole di produzione locale.

Grazie all’intraprendenza dell’americano Giovanni Allen, il 28 novembre 1818 fu inaugurata una delle prime linee a vapore della nostra penisola, che collegava Trieste con Venezia per mezzo del piroscafo a tambure (ruote) “Carolina”. Successivamente, dal 1825 al 1829, la città fu testimone dei primi tentativi di Josef Ressel, con la nave “Civetta”, per l’impiego della propulsione ad elica, che l’inventore aveva brevettato il 28 febbraio 1826 e il 3 aprile 1827. A questo personaggio non troppo noto ed all’evoluzione delle prime eliche, che hanno portato alla trasformazione della propulsione navale, è dedicato un ampio spazio espositivo.

Un’altra sala del piano terra del museo ricorda invece Guglielmo Marconi e la sua opera; qui sono esposti il modello della sua nave-laboratorio, la famosa “Elettra”, che è stata demolita a Trieste in Arsenale e la cui sezione maestra originale è posta in giardino proprio all’entrata del museo, ed alcune apparecchiature radiotecniche che erano a bordo dello yacht. L’attività scientifica di ricerca ha trovato a Trieste un proficuo seguito grazie all’opera di altri due premi Nobel, A. Salam e F. Rubbia, che da anni in questa città si applicano per il progresso scientifico.

Nelle sale superiori vi sono quei modelli che costituiscono il “pezzo forte” dell’esposizione, i reperti originali più antichi su cui poi si è costituito il museo. Essi rappresentano l’espressione della marineria velica triestina: sono, infatti, le riproduzioni di quelle navi che hanno fatto conoscere Trieste nel mondo per la sua cantieristica e per l’intraprendenza dei suoi capitani. Vi sono esposti modelli di cantiere, realizzati per diverse esposizioni internazionali, che hanno rappresentato il magico momento dell’ultima vela della seconda metà dell”800: navi, bark o navi a palo, navi goletta, brigantini, brik goletta, golette o schooner, trabaccoli. Queste barche solcavano l’Adriatico ed il Mediterraneo sulle principali rotte commerciali mentre le maggiori si dedicavano al “lungo corso”, con la navigazione estesa a tutti i mari (tonnellaggio minimo 100 t.) ed al “grande cabotaggio”, limitato al Mediterraneo ed al tratto di oceano Atlantico compreso tra le isole di Capo Verde e la Gran Bretagna fino al Baltico (tonnellaggio minimo 50 t.); vi era poi una innumerevole schiera di velieri che si occupavano del “piccolo cabotaggio”, da un porto all’altro della rispettiva costa. Si trattava di schooner, trabaccoli, pieleghi, brazzere e guzzi per il trasporto e bragozzi, topi, gaete e leuti per la pesca.

Famosi sono stati i capitani dell’isola di Lussino, veri uomini di mare che, temprati alle più difficili condizioni del tempo, sfidavano con coraggio tutti i mari stando molte volte lontano da casa per lunghi periodi e imbarcando qualche volta a bordo anche le proprie donne. Alla fine dell”800 molti di questi marinai guidavano le proprie navi sulle rotte tra Irlanda e Gran Bretagna e non pochi velieri attraversavano anche l’Oceano per cercare mercati più redditizi.

La navigazione a vela in quegli anni risultava lunga e molto faticosa, anche a causa degli equipaggi spesso insufficienti, dato che molte volte erano spiegate più vele che marinai a bordo, e si può immaginare come fosse rischiosa la vita di bordo nei casi di improvvisi cambi di tempo o quando doveva venir doppiato il famoso Capo Horn; chi cadeva in mare era perduto ed i capitani molto spesso venivano anche avvicendati al comando nei porti esteri.

Forse è alle terribili privazioni patite che risale la nota nomea di questi uomini di Lussino e della Dalmazia, così difficili nell’aprire le stringhe della borsa con i soldi, faticosamente guadagnati.

Uno di tali uomini di mare che ha iniziato la sua carriera proprio a bordo di queste imbarcazioni con propulsione velica ha lasciato al Museo una collezione di bellissimi diorami e modellini realizzati in miniatura che riproducono alcuni famosi velieri, ambienti che aveva potuto vedere nei mari della Cina e ricostruzioni storiche molto realistiche di navi più antiche. Sono delle vere e proprie opere d’arte che il capitano di lungo corso Rodolfo Muntijan ha realizzato in una scala di riduzione “impossibile” (1:250 ed oltre) e che ci fanno veramente “vivere” il momento che rappresentano, illustrandoci con rara capacità espressiva le barche in mare sotto la spinta del vento, possibile solo per chi ha veramente vissuto a bordo quei momenti.

Trieste, città-emporio, nell”800 era sede di numerosi cantieri che operavano nelle costruzioni in legno ed i capitani di tutta la costa dall’Istria alla Dalmazia vi venivano ad ordinare ai maestri d’ascia le imbarcazioni desiderate, secondo le proprie esigenze.

Molto spesso i capitani erano anche comproprietari delle imbarcazioni, direttamente interessati ad impiegare la nave nel modo più vantaggioso, nel non cercare rischi inutili, ed erano sempre cresciuti a bordo fin da piccoli sotto l’occhio vigile del padre, forgiandosi così dal vivo alla scuola della vita di bordo, in modo da poter condurre la barca in ogni condizione di tempo e senza paura; ogni uomo aveva la sua mansione da svolgere e mancare all’incarico poteva far perdere la vita agli altri membri dell’equipaggio o recar danno alla nave.

Anche nelle piccole imbarcazioni il capitano, più noto come “pà ron”, era quasi sempre comproprietario della barca; gli uomini di mare infatti preferivano essere comproprietari di più imbarcazioni anzichè di una sola. Troppi, infatti, erano i rischi per mare: secondo le statistiche dell’epoca, quasi un veliero su tre naufragava o scompariva in mare, spesso con la perdita anche di preziose vite umane. All’interno della famiglie dei naviganti si cercava quindi di armare diversi velieri, la cui proprietà veniva divisa tra tutti i componenti della famiglia, donne comprese; in tal modo fortuna e sfortuna accumunavano tutti e venivano equamente ripartite con la garanzia che nessuna “vedova del mare” sarebbe rimasta abbandonata o priva di sostentamento per i figli. Ancora oggi la proprietà della barca è divisa in 24 parti, denominate carati, che possono essere frazionate ed intestate a più persone.

Nel museo poco spazio è dedicato all’I.R. Marina da guerra austriaca, ma un modello tra quelli esposti può interessare molto gli appassionati della vela: è quello della “Sfinge”. Rappresenta, infatti, in tutti i precisi dettagli, una goletta a balaou, imbarcazione tipica delle Antille poi diffusasi lungo la costa orientale americana e fatta conoscere ai veneziani dai francesi che avevano avuto modo di apprezzarla per la sua velocità in America durante la Guerra d’Indipendenza. Questo tipo di barca, impiegata sia per il contrabbando che per la tratta degli schiavi, risultava velocissima e veniva attrezzata con grandi vele sospese su lunghi alberi inclinati verso poppa e bilanciate da uno scafo molto affilato, che non pescava molto e poteva manovrare con facilità. Venne impiegata dalle marine militari per la guerra di corsa e per contrastare il contrabbando. Da queste sono infatti derivati anche i famosi clipper di Baltimora e gli schooner americani fino ad arrivare alla famosa “America”. La “Sfinge” venne costruita in Arsenale a Venezia nel 1829, unitamente ad altre unità similari, per essere impiegata come avviso e per il servizio postale della I.R Marina da guerra austriaca.

Nelle sale del secondo piano molto spazio espositivo è dedicato alle più umili barche da lavoro, che si dedicavano al piccolo traffico ed alla pesca: i coloratissimi trabaccoli tondi e con grande capacità di carico, i bragozzi ed i topi, di provenienza prettamente veneta, dal caratteristico fondo piatto così adatto a scivolare sull’acqua trascinando le reti, le affilate barche dalmate che secondo la tradizione popolare derivano dalle barche vichinghe; le vetrine alle pareti illustrano invece le reti e gli attrezzi usati per la pesca. Si evidenzia in modo particolare una ricostruzione nei più minuti dettagli di un bragozzo istriano: è munito di tutta l’attrezzatura di bordo, e non mancano, infatti, le caratteristiche pantofole in legno e la pipa in terracotta del pescatore.

La panoramica di modelli e reperti esposti ci evidenzia le differenze dei natanti, ci sottolinea l’impiego di barche ed attrezzi e, dove questo non basta, si interviene con gli splendidi diorami provenienti dall’ex Museo della Pesca.

Lo spazio espositivo copre in particolare la costa istriano-dalmata, illustrando sia i diversi natanti impiegati in tale zona sia le varie metodologie di pesca in uso lungo questo litorale. Molto “vivi” risultano i diorami illustranti le modalità della pesca del tonno, che una volta arrivava in grossi branchi fin sotto la costa di Santa Croce, presso Trieste; ancora oggi si possono osservare nel Quarnaro le lunghe scale su cui si ponevano le vedette che dovevano guidare i pescatori sulle barche.

Sono raccolti in vetrine i campioni dei diversi tipi di reti e di ami impiegati, i parangali (palangresi), i diversi altri ordigni impiegati per pescare e quelli utilizzati per la realizzazione delle reti come le lenguete (aghi) ed i moreli (modani), che servivano a determinare il passo con cui la rete doveva essere realizzata.

Attraverso questa colorita e ricca esposizione di cimeli si entra quindi nel mondo della vela del secolo scorso, ma anche nel modo della tradizione dei più duri ed espressivi mestieri del mare.

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