Licenza di Pesca: Opportunita’ per una Nuova Disciplina della Pesca in Mare

Il riordino delle norme riguardanti la pesca sportiva in mare è una necessità sempre più impellente. Le recenti modifiche alla costituzione, delegando alle regioni la potestà legislativa per tutto ciò che riguarda l’ordinamento sportivo, impongono una rideterminazione del quadro normativo dopo decenni di stasi. è necessario peraltro che venga emanata una legge che fissi i principi fondamentali della pesca sportiva, pur in un quadro di sempre maggiore autonomia delle regioni. Quest’Ottobre, ai margini della manifestazione PROMOFISH, si è tenuto, presso la fiera di Reggio Emilia, un incontro durante il quale è stata presentata una proposta di legge molto importante per il riordino della pesca nelle acque dolci. Il disegno di legge, il n.1756, è già nelle mani del presidente del Senato e ha buone possibilità di venire approvato godendo i favori, una volta tanto, sia del centrodestra che del centrosinistra. Mi sono recato a quell’incontro in qualità di rappresentante dei charter italiani, convinto della necessità di sensibilizzare la platea su un’analoga necessità, e cioè che prima o poi si giunga anche alla definizione di una nuova legge sulla pesca in mare. In quell’occasione, davanti ai rappresentanti delle maggiori organizzazioni italiane dei pescasportivi, ho potuto esprimere quello che ritengo sia il parere di molti, e che cioè in Italia, i problemi della pesca sportiva in mare sono davvero sottovalutati. Questo dato di fatto è testimoniato da un aggrovigliamento normativo che relega le poche norme sulla pesca sportiva in mare in un angolo a margine della pesca professionale. Per il legislatore il mare è considerato innanzitutto una grande risorsa da sfruttare e poi semmai un ambiente da proteggere e da “vivere” anche con discipline ludiche come la pesca sportiva. In effetti, a differenza della pesca nelle acque dolci, che da sempre gode di una propria dignità, la pesca sportiva in mare è sempre stata considerata una attività di importanza marginale, tollerata purchè non crei problemi alla pesca professionale e alle altre attività marittime, insomma una materia di scarso interesse per il legislatore. Ma perché un atteggiamento di così scarsa attenzione verso il nostro sep tore? Le risposte possono essere molteplici e su ognuna di esse noi tutti pescasportivi dobbiamo confrontarci. La vetustà della legge di riferimento (la legge n. 963 che disciplina la pesca in mare, sia professionale che sportiva, risale al 1965!), non spiega di per sé la limitatezza degli interventi legislativi nel sep tore. Infatti da quasi quarant’anni a questa parte, pur non cambiando il quadro legislativo di riferimento, non sono mancati interventi normativi importantissimi nel sep tore della pesca professionale; così non è stato invece per la pesca sportiva. A tal proposito è molto significativo notare come il recente Decreto Ministeriale 293 del 1999, uno dei maggiori interventi riguardanti la pesca sportiva e le attività turistico ricreative, che disciplina l’attività del pesca-turismo, non nasce nell’alveo della pesca sportiva, ma da esigenze, sempre per non smentirci, della pesca professionale. Evidentemente le organizzazioni della pesca professionale hanno saputo, più di noi altri, rappresentare le esigenze e far sentire la propria voce. Invece i rappresentanti di altri sep tori aconomici non sono stati all’altezza. La loro rappresentanza istituzionale era ed è restata nulla. Si pensi che la Commissione Consultiva Centrale della Pesca è composta quasi per metà da rappresentanti della pesca professionale e da nessun rappresentante delle attività economiche riguardanti la pesca sportiva! Produttori di attrezzature da pesca, ma anche commercianti, cantieri nautici etc… non hanno saputo organizzarsi a sufficienza per svolgere una attività di lobbing che sarebbe stata quanto mai opportuna e vantaggiosa per la pesca sportiva. Un altro problema, a mio modo di vedere il più grave, riguarda invece la rappresentatività degli stessi pescasportivi. Sempre nella Commissione Consultiva Centrale della Pesca uno solo è il rappresentante dei pescasportivi su un totale di 31 membri. Purtroppo noi pescatori abbiamo per troppo tempo delegato la nostra rappresentanza alle storiche associazioni ed organizzazioni nazionali, che ben poca cosa hanno potuto o saputo fare specialmente per contrastare interessi forti come quelli che riguardano la pesca in mare. Quasi sempre queste organizzazioni sono state emanazione dell’una o dell’altra parte politica, in un’ottica corporativo-partitocratica secondo la quale gli interessi ludici dei pescatori spesso soccombevano rispetto ad altre “strategie politiche” o di apparato. è così, per esempio, che veniamo regolarmente bollati come distruttori del mare da una certa ideologia ambientalista, è così poi che anche a livello politico hanno potuto avere la luce provvedimenti scellerati come quello sulle quote di pesca al tonno rosso senza che i nostri rappresentanti venissero neanche presi in considerazione. La vicenda delle quote del tonno rosso è proprio emblematica: non si è esitato a mettere in ginocchio un intero sep tore economico con molti occupati, ben rappresentato a livello internazionale con aziende di prestigio, con centinaia di migliaia di appassionati, per limitare la cattura di una percentuale insignificante di tonni, quando conosciamo benissimo con che metodi e con quale rispetto della legge effettuano le loro mattanze le navi fattoria che imperversano nei nostri mari, giapponesi o nostrane che siano. Uno dei motivi per cui è necessario considerare con attenzione l’introduzione di una licenza di pesca per le acque marine è proprio quella di “contarsi”, contarsi per contare di più. I pescatori sportivi sono circa due milioni in tutta Italia. Di certo non si tratta di un esercito di eco-assassini ma di appassionati disposti a fare la loro parte per una difesa del mare vera e non demagogica. Sono personalmente convinto che solo quando il mondo politico avrà una reale conoscenza dei numeri potrà agire con maggior attenzione nei nostri confronti senza sbilanciarsi in provvedimenti poco avveduti e di notevole impatto elettorale. C’è infine un altro fattore che deve essere opportunamente valutato, e cioè l’importanza del nostro paese nel consesso internazionale della pesca sportiva. Riteniamo che all’Italia debba venire riconosciuto un ruolo predominante a livello internazionale, adeguato all’importanza che la pesca sportiva ricopre nel nostro paese. L’indicatore che manca per poter contare di più, anche in questo caso, è proprio il numero di appassionati, che nessuno è mai riuscito a censire con esattezza. Anche questo è un fattore che gioca a favore dell’introduzione della licenza di pesca in mare. Licenza sì, ma a certe condizioni La possibilità di esprimere un sì all’introduzione della licenza di pesca in mare deve essere subordinata ad una serie di requisiti e di condizioni. La prima è che la licenza non diventi una scusa per l’introduzione di un nuovo, ennesimo salasso fiscale. L’importo delle tasse annuali dovrà essere limitato nell’ammontare se non addirittura “simbolico”. Una apposita norma dovrebbe poi stabilire la destinazione obbligatoria di almeno due terzi delle risorse incamerate unicamente per fini di ripopolamento ittico o di salvaguardia marina. Inoltre sarebbe quantomeno auspicabile l’adozione di procedure burocratiche molto semplificate. Penso all’introduzione non di una vera e propria licenza, ma piuttosto di un tesserino privo di fotografia da esibire insieme ad un documento di identità, che si possa acquistare facilmente presso un negozio di articoli sportivi o addirittura via internet. La speranza è anche che l’introduzione della licenza di pesca in mare possa diventare il grimaldello con il quale scardinare un sistema di disposizioni ormai arrugginite: uno scardinamento che parta dallo stralcio della materia della pesca sportiva dalle norme che riguardano la pesca professionale per arrivare alla creazione di un corpus di norme “ad hoc”, che rendano finalmente giustizia alla pesca sportiva in mare riconoscendole la dignità che merita sia come attività ludico-ricreativa che come campo di notevole interesse economico.

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