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Traversata in Solitario Sulla Rotta del “leone di Caprera”

MARINA DI PISCIOTTA (SA) – Da un capo all’altro dell’oceano, traversata atlantica non stop o quasi. In solitaria, dalle coste del Cilento a quelle del Sud America inseguendo per 10 mila chilometri -seimila e 500 miglia o giù di li- il mito del “Leone di Caprera”: un guscio di noce che, nell’ottobre del 1880 tre italiani tra i quali il cilentano Pietro Troccoli, condussero da Mondevideo a Malaga. Progetto ambizioso già abbozzato a grandi linee dal Circolo Nautico “Portosalvo – Girolamo Vitolo” di Marina di Pisciotta, in collaborazione con il Centro Studi e ricerche “Publio Virgilio Marone” di Palinuro, “Pisciotta on-line”, “Emc Ermanno Montuori Comunicazioni” e la “Lega Navale Italiana”, e pronto per essere presentato questo pomeriggio alle 17 presso l’agriturismo “San Carlo” di Caprioli. Così come è già pronto quest’uomo di mare cilentano, Pino Veneroso, a raccogliere la sfida dell’Atlantico rispolverando un vecchio sogno nel cassetto. “Sono nato in un paese di mare, discendente da generazioni di pescatori e marinai, ho giocato col mare e poi ho lavorato sul mare -spiega il 59 enne Pino Veneroso ricordando le prime esperienze da mozzo sulle barche usate per la pesca delle alici con la menaica e le rotte solcate con la Marina Mercantile e Militare, nella Guardia di Finanza-. Con quell’amico, Nello Tambasco, diventato oggi presidente del circolo nautico di Marina di Pisciotta, sognavamo da ragazzi di girare il mondo in barca a vela ripercorrendo l’Atlantico sulla rotta seguita oltre un secolo fa dal . Un sogno che mi accingo a realizzare. Andrò per mare in Sud America non solo per misurarmi con il respiro dell’Atlantico e con le sue distanze infinite ma anche per visitare le terre che attrassero i nostri antenati cilentani. Andrò per ritrovare i loro discendenti e riallacciare vincoli antichi di parentela e di cultura cilentana. Una volta raggiunte quelle latitudini, Capo Horn e la Patagonia, diventeranno delle sfide obbligate.” Il progetto di questa di questa traversata atlantica prenderà il mare fra circa sei mesi. Partenza fissata per il prossimo mese di luglio, seguendo a ritroso la rotta del “Leone di Caprera” (Malaga, Gibilterra, Las Palmas, Montevideo). L’imbarcazione, “Jutta” questo il nome, è uno sloop di nove metri rosso corallo, classe show 29, costruita nei cantieri Barberis di La Spezia nel 1977, con la quale Pino Veneroso si sta preparando da circa quattro anni. “Questi ultimi quattro anni sono stati propedeutici a questa traversata atlantica -continua ancora Veneroso-. Abbiamo avuto modo di capirci. Io l’ho rinforzata e migliorata, lei ha imparato a comunicarmi le sue esigenze al variare del vento e del mare. Adesso siamo un tutt’uno, pronti a salpare.” E la rotta è già tracciata, fissata la data della partenza. “Salperò a fine luglio in direzione dello stretto di Gibilterra -conferma Veneroso- entro agosto dovrei già essere in Atlantico diretto alle Canarie. Lì aspetterò gli Alisei autunnali per il grande salto verso le Antille che dovrei raggiungere tra ottobre e novembre. Ed infine il Venezuela a Natale.” La traversata non sarà solo una sfida tra l’uomo e il mare ma anche un banco di prova per dei test scientifici alimentari legati alla Dieta Mediterranea e alla produzione tipica del Cilento. Secondo il programma, infatti, la gran parte dei rifornimenti a bordo sarà costituita da prodotti cilentani conservati a trasformati utilizzando le antiche tecniche locali (dall’essiccazione alla salatura). Oltre, ovviamente, al riferimento storico tra questa traversata transoceanica in procinto di salpare e l’impresa del “Leone di Caprera”. “Il Leone di Caprera aveva lunghezza e stazza come la mia “Jutta” ma nonostante le geniali soluzioni con le quali fu costruita quella barca, penso che oggi il mio sloop sia più affidale e sicuro del vecchio Leone -aggiunge Veneroso-. Quella fu di sicuro un’impresa ineguagliabile, per coraggio e perizia marinara, la rotta atlantica da ovest verso est non ha il favore degli Alisei -che spirano invece da est verso ovest- per cui i tre a bordo del Leone furono impegnati in una continua bolina stretta e in interminabile bordeggi.” L’impresa del “Leone di Caprera” 110 giorni per coprire 6 mila e 500 miglia la rotta atlantica Montevideo, Las Palmas, Gibilterra, Malaga placando con l’olio la furia del mare in tempesta. Il calabrese Vincenzo Fondacaro, l’anconetano Orlando Grassoni e un cilentano di Marina di Camerota, si erano imbarcati sul “Leone di Caprera” per raggiungere l’Eroe dei Due Mondi nella sua isola. Il cilentano Pietro Troccoli fu l’unico a incontrare Giuseppe Garibaldi e a consegnargli i doni inviati da Montevideo: una sciabola e un libro di firme. E fu anche l’unico a ricevere una medaglia d’oro, conservata gelosamente da un suo discendente manco a dirlo ammiraglio della Marina uruguaiana, per un’impresa che sembrava impossibile: per la distanza che separa l’Uruguay dall’Italia e per le dimensioni ridotte di uno scafo progettato dallo stesso capitano Fondacaro e reso inaffondabile dalla particolare tecnica di costruzione. Realizzato in noce, cannella, cedro e pino bianco d’America, e lungo 27 piedi, largo 7 ed alto 3, lo scafo partì una prima volta il mattino del 19 sep tembre 1880 ma fu costretto da una tempesta a far ritorno nel porto di Montevideo da dove riprese il mare il 3 ottobre per approdare, 96 giorni dopo, alle isole Canarie. Il 4 febbraio del 1881 giunse nel porto spagnolo di Malaga dove l’equipaggio non riuscì a trovare i viveri necessari a proseguire il viaggio. Il “Leone di Caprera” giunse a Livorno l’11 giugno, a bordo del “Quintus” che lo aveva accolto. Adesso si concede agli sguardi ammirati di quanti si continuano a chiedere come abbia fatto a superare indenne l’Atlantico nella grotta di Lentiscelle a Marina di Camerota dov’è ritornato dopo essere stato scoperto nei cortili del Museo delle Arti e delle Scienze di Milano dal figlio di un discendente di Pietro, Orlando Troccoli. Attendendo paziente quell’operazione di restauro conservativo, ormai sempre più necessaria a far fronte al peso degli anni.

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