Intervista a Michel Karsenti, nuovo proprietario dei cantieri Canados

Corradino Corbò
Scritto da Corradino Corbò

michael-karsenti-canados-2016-ph_corbo-09“AVETE INVENTATO TUTTO. SIETE I MIGLIORI”

Una storia appassionata e, come spesso accade ai grandi amori, travagliata. Fatta di incontri e di allontanamenti, di discussioni e di chiarimenti. Ma, per fortuna, a lieto fine. E’ la storia del rapporto tra il più storico dei cantieri navali romani, Canados, fondato a Ostia nel 1946, e un eclettico campione mondiale di offshore, Michel Karsenti, nato a Cannes nel 1969. A dicembre 2015, dopo anni di fattiva collaborazione, quest’ultimo ne diventa proprietario. Insomma, non si tratta della classica operazione finanziaria nella quale esistono ricchi personaggi che restano nell’ombra e front-men che sembrano decidere tutto ma che, in definitiva, sono solo comparse. Qui, dietro la scrivania, a pochi metri dagli stabilimenti, c’è lui, Karsenti, con le sue idee, con i suoi programmi, con il suo incredibile amore per l’Italia. E per Roma, in particolare. Perciò, discutere di barche non basta: per reggere la conversazione bisogna parlare anche di arte, di storia, di personaggi.

 

Considerato il suo luogo di nascita, nel cuore della Costa Azzurra, non le chiederò com’è nata la sua passione per il mare. Piuttosto ci racconti com’è nata la sua passione per le barche italiane.
Avevo 15 anni, pochi soldi in tasca e una gran voglia di visitare il salone di Genova, di cui tanto avevo sentito parlare. Avrei potuto raggiungerlo da Cannes in tre ore di treno e, perciò, svegliandomi molto presto, sarei sicuramente riuscito a compiere la mia missione entro la giornata. Appena entrato in fiera cercai subito i cantieri che mi facevano sognare, pensando che rappresentassero il meglio del meglio in fatto di progettazione, costruzione, allestimento. Tuttavia, passando dall’uno all’altro stand, mi imbattei casualmente in costruttori italiani a me completamente sconosciuti. Piccole aziende artigianali che operavano in località che non avevo mai neppure sentito nominare e che costruivano barche che non avevo mai visto, non soltanto nei pochi porti che mi capitava di visitare durante le gite con la mia famiglia ma neppure sulle riviste di settore che leggevo tanto avidamente. Rimasi letteralmente conquistato dalla bellezza e dalla raffinatezza di quegli scafi per me senza nome, dalla cura e dalla sapienza con la quale quei maestri li avevano costruiti, quasi sempre in minima quantità, se non addirittura in quell’unico esemplare che avevo proprio lì, davanti ai miei occhi. Fu insomma una specie di colpo di fulmine, grazie al quale compresi quanto la genialità, il gusto e la passione non appartenessero soltanto ai costruttori più famosi ma, al contrario, fossero diffuse a macchia d’olio, come elementi caratteristici di un dna.

I suoi conterranei francesi non saranno troppo d’accordo con lei. E così neppure tanti altri costruttori sparsi per il mondo.
Qui non si tratta tanto di essere d’accordo o meno per principio. Si tratta di conoscere la storia, di sapersi guardare intorno con sana umiltà e riconoscere la genialità lì dove si esprime meglio che in altri luoghi. Non a caso, in occasione del prossimo salone di Cannes, festeggeremo il settantesimo compleanno della Canados con un libro che ripercorre la storia di questo incredibile cantiere, sullo sfondo di una storia molto più lunga e ampia, che affonda le radici nelle vicende della Roma antica, percorre l’eccezionale itinerario di meraviglie e di invenzioni che il vostro Paese ha trasmesso al mondo intero in tutte le direzioni possibili e immaginabili. Qualche esempio in ordine sparso? L’arte, la musica, la cucina, ma poi anche il cardano, l’elicottero, l’mp3, la radio, il telefono. Potrei andare avanti per ore, ma basterà leggersi quella trentina di pagine dedicate a questo specifico argomento per capire come la penso in proposito.
E il passaggio dalla passione per la nautica italiana a quella per il cantiere Canados com’è avvenuto?

Prima ancora c’è stato il passaggio dalla nautica osservata come spettatore a quella praticata come professionista. Per anni stato un pilota di offshore ben inserito nel circuito internazionale. Ho vinto un campionato del mondo e mi risulta di essere a tutt’oggi l’unico europeo di questo sport a far parte della Offshore Hall of Fame. Al culmine del mio successo agonistico, sono passato all’editoria di settore diventando proprietario della rivista Yachts Magazine. Ovviamente, tutto questo mi ha messo in contatto con una moltitudine di aziende e di persone. E’ successo così che alcuni importanti armatori mi hanno chiesto di coordinare tutte le fasi creative e costruttive degli yacht che intendevano realizzare. Il desiderio più comune era quello di uscire da un certo conformismo. Entrare in un porto e non trovarsi in mezzo a una ventina di barche tutte uguali. Mi sono messo così alla ricerca di un cantiere che, oltre a vantare una grande tradizione, avesse l’elasticità necessaria a realizzare un progetto di questo tipo. Mi sono imbattuto nella Canados: un’azienda che, fin dal 1946, aveva sviluppato una filosofia che sembrava perfettamente adatta a soddisfare le mie esigenze e che, soprattutto, era in possesso di un eccezionale know-how. Da lì è incominciato uno stretto rapporto lavorativo che ha portato alla costruzione, sotto il mio coordinamento, di ben dodici yacht di grandi dimensioni.

 

Poi è arrivata la crisi che ha travolto il cantiere.

Diciamo che la crisi è arrivata trovando il cantiere già in difficoltà e, perciò, del tutto impreparato ad affrontarla. C’erano più o meno cento dipendenti: troppi per fare tre barche l’anno. Anche per questo l’impatto è stato immediato e devastante. Io stesso ne ho subito le conseguenze, in quanto le ultime due barche – un 90 e un 120 che peraltro mi sono state consegnate con un forte ritardo – non erano assolutamente all’altezza delle aspettative. Quindi ho detto molto chiaramente alla proprietà del cantiere ‘signori, non è nella Canados che l’armatore vede il responsabile della costruzione, bensì in me. E io non ho alcuna intenzione di veder rovinata la mia reputazione, perciò facciamola finita qui’. Sei mesi dopo, Canados ha chiuso.

Ma la sua fiducia nelle capacità delle maestranze non ne è rimasta minimamente intaccata.

Esatto. Era stato un grave problema di gestione, non di capacità da parte delle persone che costruivano le barche materialmente, con le loro mani. Per questo mi son detto: piuttosto che passare sei mesi o un anno a cercare subcontractor, trasferire attrezzature eccetera, compro io Canados. Il 23 dicembre 2015 ho firmato il contratto e l’8 gennaio di quest’anno ho riaperto i cancelli del cantiere. Con zero ordini! ‘Avrai a che fare con una burocrazia folle. Dovrai vedertela con i sindacati’, mi dicevano in tanti. Onestamente devo dire: sì certo, la burocrazia italiana è molto complicata. Però tutto si risolve. Quanto ai sindacati: zero problemi. Anzi, se ho bisogno del loro aiuto, mi aiutano.

Qual è, dunque, l’attuale assetto?

In totale, tra diretti, cooperative e subcontractor, ci sono 50-60 persone. Per dare però un’idea della proporzione: nella falegnameria, che è uno dei nostri maggiori punti di forza, abbiamo un solo dipendente e sei operai in cooperativa. Ma tra circa un anno, le cooperative saranno sostituite da vere e proprie assunzioni.

A quale volume di produzione sta puntando?

Canados è un cantiere che può vivere tranquillamente vendendo 4-5 barche grandi l’anno, pertanto sarei felice se riuscissi a costruirne 6-7. D’altra parte sono questi i numeri che ci permettono di avere una mentalità completamente diversa rispetto a quella di chi deve venderne 30. Intendiamoci, non è che mi dispiacerebbe avere la possibilità di fare quei numeri, ma sono ben cosciente che l’organizzazione, in termini di infrastrutture e di dipendenti, si esporrebbe a rischi enormi ad ogni fluttuazione negativa del mercato.

Non è anche un questione di qualità?

Non nel nostro caso. So che molti imprenditori mascherano la loro volontà di restare piccoli con questa scusa della qualità. Io credo, invece, che se investi nel modo giusto e organizzi per bene i processi di produzione, puoi garantire l’alta qualità anche facendo grossi numeri.

A proposito di processi di produzione, sappiamo avete introdotto nuovi materiali e che state preparandovi alla tecnica dell’infusione. E’ difficile cambiare mentalità quando si è abituati a lavorare in modo più tradizionale?

Francamente, pensavo di sì. Ma mi sbagliavo. All’inizio, quando in cantiere tutto appariva lento e complicato, immaginavo che sarebbe stato molto difficile introdurre le nuove tecnologie. Invece sono rimasto sorpreso dalla prontezza, direi addirittura dall’entusiasmo con il quale tutti hanno risposto a questa nuova impostazione. In particolare, ci siamo dedicati al Kevlar e al carbonio che, in aggiunta o in sostituzione della vetroresina, ci permettono di modulare alcuni fattori costruttivi a seconda delle prestazioni che vogliamo ottenere. Le faccio l’esempio della nostra linea di explorer Oceanic che, proprio grazie all’esteso uso di Kevlar, garantisce velocità e stabilità laddove altri, rimasti legati alle vecchie tecnologie, non possono far altro che contribuire a quell’immagine di estrema lentezza e di accentuato rollio che penalizza questo genere di yacht, per altri versi sempre più apprezzato dal pubblico.

Immaginiamo che, a maggior ragione, se ne avvantaggerà anche la nuova linea più sportiva.

Ovviamente sì. Gli yacht della linea Gladiator saranno particolarmente avanzati sotto questo profilo, soprattutto quando si parlerà di trasmissioni di superficie. Tuttavia, un po’ come accade nel mondo della Formula 1, dove certe tecnologie che sembrano utili soltanto al mondo delle corse finiscono poi anche sulle berline autostradali, i nuovi materiali e i nuovi processi costruttivi andranno a beneficio di tutti i nostri modelli.

A proposito di modelli: al salone di Cannes lei giocherà in casa. Quali novità presenterà?

Giocherò in casa come proprietario, ma senza dimenticare neppure per un istante la splendida italianità del cantiere. Perciò, sia a Cannes sia a Genova esporremo il nuovo 76 e presenteremo i progetti dell’80 Gladiator e, soprattutto, quello davvero rivoluzionario del day-cruiser 42, entrambi firmati da Marco Casali.

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