Rapsodia Blu raccolta di versi sul mare Testi di benchley

Si sentiva bene, pervaso da quel senso di libertà e di sicurezza che provava sempre durante le immersioni. Era da solo nell’azzurro silenzio percorso da lame di luce solare che danzavano nell’acqua. L’unico suono era quello del suo respiro, un ansito sordo quando inspirava, e il ribollire morbido di bollicine quando espirava. Trattenne il fiato e il silenzio fu completo. Senza zavorra era troppo leggero e doveva tenersi alle sbarre per evitare che il respiratore andasse a battere contro lo sportello, in alto. Si volse a guardare lo scafo della barca, una massa grigia sopra di lui, che ondeggiava lentamente. In un primo momento la gabbia gli diede fastidio. Gli limitava i movimenti, lo imprigionava, non gli permetteva di godersi il piacere dell’immersione. Poi rammentò perché c’era dentro, e ringraziò il cielo. Si guardò attorno per individuare lo squalo. Sapeva che non poteva starsene fermo sotto il battello, come aveva detto Quint. Non poteva “starsene fermo” da nessuna parte: era costretto a muoversi continuamente per sopravvivere.

Nonostante il sole splendente, in quelle acque torbide la visibilità era scarsa: non oltre i dodici metri. Hooper si girò lentamente, frugando con lo sguardo in quelle ombre per cogliervi un movimento o una fuggevole macchia chiara. Scrutò sotto il battello, dove l’acqua da azzurra si faceva grigia e poi nera. Nulla. Guardò l’orologio: se non sprecava aria avrebbe potuto restare sotto almeno un’altra mezz’ora.

Trascinato dalla corrente, uno dei calamari si infilò tra le sbarre della gabbia, legato alla sagola, e fluttuò davanti al suo viso. Lo spinse fuori.

Guardò verso il basso e mentre stava per distogliere gli occhi qualcosa attrasse bruscamente la sua attenzione. Dall’azzurro più cupo del fondo saliva verso di lui, lento e fluido, lo squalo. Saliva senza sforzo apparente, un angelo della morte librato verso un appuntamento predestinato.

Hooper lo fissò, come ipnotizzato, con l’impulso di fuggire ma incapace di muoversi. L’animale si accostava: ne ammirò i colori: il bruno grigiastro e opaco che si era visto in superficie era scomparso. La parte superiore di quel corpo immenso era di un grigio-ferro molto scuro, con sfumature azzurrine là dove i raggi di sole lo sfioravano. Più sotto il ventre era di un bianco spettrale.

Hooper avrebbe voluto sollevare la cinepresa, ma il braccio non ubbidiva. Tra un momento, si disse. Tra un momento.

Lo squalo venne ancora più vicino, silenzioso come un’ombra e Hooper si ritrasse. La testa era a un metro dalla gabbia quando lo squalo virò per passare davanti a Hooper: indifferente, quasi a ostentare la propria mole di incalcolabile forza. Prima il muso, poi le mascelle, socchiuse, come sorridenti, irte di molte file di punte triangolari seghettate. E poi l’occhio nero, impenetrabile, apparentemente fisso su di lui. Le fessure branchiali palpitavano: ferite senza sangue nella pelle color acciaio.

Un pò esitante, Hooper allungò una mano tra le sbarre e toccò il fianco dello squalo. Lo sentì freddo e duro, non viscido ma liscio come materia plastica. Lascio scorrere le dita su quella carne: le pinne pettorali, quella pelvica, gli spessi, robusti organi copulatori, finché – l’animale pareva non finire mai – la coda, con un breve colpo, lo allontanò.

Peter Benchley, 1974

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