Rapsodia Blu raccolta di versi sul mare Testi di pellegrini

Quando ci s’affaccia sotto la pelle del mar Rosso, si grida di meraviglia; e si beve. È difficile gridare inavvertitamente sott’acqua, senza bere. Si beve acqua del mar Rosso, salatissima, aspra al palato: la deglutizione costituisce il prezzo dello spettacolo. Io sto scherzando almeno in parte, perché si capisce che sotto il mare ci si va per lo meno con la maschera e col boccaglio; ma è certo che la visione del fondo in queste acque incomparabili lascia stupefatti e che le bevute involontarie non riescono a dissetare nemmeno chi, come me, sia avvezzo a trangugiarsi qualche porzione di Mediterraneo o d’Atlantico invece d’un’aranciata.

Superata la stupefazione, ci s’abbandona a un senso retrospettivo di sorpresa e quasi di disagio: scendendo in acqua non s’è provato affatto il solito brividino, anzi è mancato ogni particolare stimolo termico. Non solo. In capo a poche bracciate, sotto la maschera il viso si imperla di sudore. Allora torno verso la barca, chiedo al barcaiolo dancalo di porgermi il termometro, e subito la colonnina rossa indica trentaquattro gradi (in acqua! Capita di farsi la barba con meno). Ma, quando lascio la zona di libero nuoto per dirigermi verso un bassofondo dove fra i coralli strisciano lente le lucidissime cipree, il calore aumenta, si fa oppressivo; l’acqua, se non brucia, mi fa boccheggiare e mi respinge verso il largo in cerca di sollievo. Temperatura sul bassofondo: gradi quaranta. Io penso a quei sommergibili che in pace e in guerra avevano la base qui, e nel mar Rosso operavano, sommergibili che il refrigerio potevano cercarlo solo in profondità, ossia quand’erano sotto caccia, presi di mira dalle bombe. Non per scivolare in paragoni irriverenti, ma a me accade qualcosa di simile mentre, a otto o dieci metri sotto la superficie, trovo finalmente una temperatura gradita; senonché l’istinto di riprender fiato mi respingerebbe in alto: allora i due impulsi contrastanti – fresco, e fiato – lottano sino a quando il più vitale trionfa e mi fa ascendere là dove si soffoca ma si respira.

Nel mar Rosso si soffrono il caldo e la sete, tuttavia le ore di nuoto e le giornate intere volano, quando si guardi sott’acqua. La fisionomia del mar Rosso osservato sotto la sua pelle, ha un che di natura in vena di folleggiare, di incrudelire, o di creare con pazienza o con impeto i poemi più lirici; la pazzia e la perfezione, il cesello e il terremoto, l’amore e il pervertimento. Adesso debbo gridare, e grido, grido che i cespugli di non-ti-scordar-di-me sotto la superficie del mare mi sconvolgono vista e cervello, con tanto di fiorellini azzurri e miti, per cui esito fra la tentazione di coglierli e il rispetto della loro integrità: sono madrepore – coralli – in forma di sprizzi e sprazzi, colonie di polipi mucose al tatto e fragilissime anche al contatto più cauto. Nastri di lattuga tinti d’un verde carnoso si svolgono sinuosi, ondulati, si svolgono per blocchi ampi, e al loro disegno curvilineo corrisponde non la flessibilità, bensì la rigidezza come d’uno scheletro. Un grande scoglio incerto fra il rossore vinoso e la cianosi venata di violetto, s’erge di spuntoni a candela, di vette in miniatura, di prominenze smussate e levigate al tornio: pare un complesso di montagne irreali, tratto dai disegni di fiabe. Non-ti-scordar-di-me, lattuga, vette: tre spunti fra i mille. 0 fra i milioni.

Lino Pellegrini, 1964

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.