Rapsodia Blu raccolta di versi sul mare Testi di quilici

Un giorno Atemi andò alla capanna, prese un remo e la grande corda che serve ai pescatori quando scendono verso il fondo per cercare le nacres, e si diresse verso la spiaggia dove c’era la piccola piroga con la quale ogni tanto attraversava le acque calme della laguna per andare con Areva ai nidi delle sule: la mise in acqua, e dopo averla spinta per molti metri – l’acqua gli arrivava alla vita – si issò a bordo dalla parte del bilanciere. Si mise a vogare adagio. In quel punto la barriera distava dalla spiaggia molte centinaia di metri ed Atemi andò diritto verso la linea bianca di schiuma che la disegnava. Remò per molti minuti senza pensare a niente. Poi fu proprio davanti all’onda.

Era ancora nella laguna, lo divideva dall’Oceano il bassofondo di corallo della barriera che quasi emerge dall’acqua e sul quale l’onda che viene dal largo si infrange coprendolo e scoprendolo con un lenzuolo di schiuma bianca.

Per uscire dalla laguna in mare aperto bisogna attendere che un’onda grandissima scavalchi la barriera e la copra del tutto, remare veloci e spingere la piroga – tra i gorghi ed i mulinelli dell’acqua che torna indietro – verso il mare. Bisogna essere in quel momento più veloci dell’altra onda che si sta formando, dare dei colpi di remo precisi, con tutta l’energia possibile, per salire il muro d’acqua che avanza e scavalcarne la cresta prima che si rompa…

Atemi fissava le onde che via via si gonfiavano e le contava. Ogni sette piccole ce n’era una grande, ma la prima grande non sarebbe stata la sua perché voleva veder bene come s’infrangeva, e come e dove copriva con la schiuma i coralli della barriera. Aspettò così parecchi minuti, la lunga corda tratteneva la piroga ad un corallo ed il remo era appoggiato di traverso al legno dell’imbarcazione. Quando venne l’onda grande la osservò attentamente e decise l’azione per la successiva.

Mentre le altre piccole sette arrivavano alla costa e si infrangevano, Atemi disancorò la piroga, sistemò la corda e si mise in posizione. Era giunto il suo momento.

L’onda avanzava gonfiandosi, viola. Atemi diede un colpo di remo a destra ed uno dalla parte del bilanciere, ed intanto l’acqua si alzava adagio, verde e sottile come una lastra di cristallo e dentro vi si vedevano guizzare le ombre nere di piccoli pesci. Poi l’acqua precipitò sui coralli, coprì la barriera e raggiunse la piroga che Atemi sentì vibrare sotto la carezza della schiuma.

Su quella schiuma remò sicuro, attraverso il bassofondo – il bilanciere di lato s’impigliò in un corallo ma Atemi seppe staccarlo variando l’equilibrio dell’imbarcazione con un movimento veloce del corpo – ed infine scivolò al di là assieme all’acqua che tornava indietro e si sentì risucchiato verso l’Oceano, verso la bocca liquida dell’altra onda che si formava. Era come in fondo ad una valle, l’acqua della nuova onda che si alzava davanti alla punta della piroga sembrava invincibile, alle sue spalle i coralli della barriera erano rimasti scoperti, erano una solida muraglia che impediva il ritorno.

Riunì tutte le sue forze, la prua prese a salire, tutta l’imbarcazione sembrava incollata al fondo e condannata ad essere sepolta dall’Oceano o a schiantarsi sulla barriera. Un colpo di remo, due, sei, dieci. Profondi ed esatti.

La piroga salì verso la cresta e con un ultimo strappo fu fuori, galleggiò libera sull’Oceano mentre l’onda che egli aveva scavalcato si rompeva alle sue spalle sui coralli.

Atemi remò col destro e girò l’imbarcazione. Prese mezza noce di cocco, vuotò un pò d’acqua che era sul fondo, prese fiato e diede altri due colpi a sinistra per mettersi dritto. Continuava a non pensare a niente. Adesso doveva tornare indietro. Era questo che sapevano fare gli uomini dell’isola per andare e tornare dalla pesca, e doveva esserne capace anche lui.

Per ritornare nella laguna il rematore della piroga deve essere di una bravura incredibile. Sembrerebbe che scavalcar l’onda della barriera per uscire nel mare aperto sia molto più difficile che scavalcarla per tornare indietro, perché per uscire bisogna remare contro il senso dell’onda mentre per rientrare la piroga avanza nella stessa direzione della massa d’acqua: ma il difficile sta proprio in questo, ed Atemi lo capiva. Il difficile è di saper remare tanto veloci da avanzare alla stessa velocità dell’onda restando in bilico sulla cresta, facendosi trasportare fin sotto la Barriera. Qui, quando l’acqua si rovescia violenta, bisogna dar colpi di remo indietro e subito, poi, remare attraverso il ponte di schiuma tra l’Oceano e la laguna prima che svanisca riinghiottito dal mare.

Atemi fece tutto questo.

Corse sull’onda librato come un pesce volante, s’arrestò, riprese a vogare e, leggero sulla schiuma, attraversò la Barriera e fu di nuovo nella laguna.

Nessuno glielo aveva mai insegnato, tutto questo. Era dentro di lui, come era dentro tutti gli altri uomini che scavalcavano quel confine ogni giorno per vivere la propria vita sul mare.

Non si ha più paura di se stessi quando si scopre la propria essenza, Atemi questo non lo sapeva perché non aveva pensieri cosi difficili, ma si sentiva felice remando adagio verso la riva, felice e sicuro come mai era stato fino a quel giorno, si sentiva uguale agli altri, si sentiva uomo. Ed era come se sapesse tutto quello che doveva sapere.

Solo un gabbiano che volava basso sulla Barriera, pronto ad afferrare i piccoli pesci che restavano in secco sui coralli tra un’onda e l’altra, era stato il testimone del battesimo di Atemi in mare.

Nessuno lo aveva visto, e nessuno seppe niente perché Atemi non raccontò mai nulla di quel giorno.

Ma Areva, i suoi amici, suo padre e gli altri dell’isola avevano capito tutto.

Folco Quilici, 1957

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